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Thelonious Monk, Miles Davis, Charlie Parker sono solo tre dei jazzisti che mi hanno provocato maggiori emozioni da quando ho educato le mie orecchie a questo genere e all’arte dell’improvvisazione.

Improvvisare è affidarsi ad un’idea, un sentire, un istinto, e lasciare che affiori così com’è.

Allo stesso tempo ci si affida ad un modello inconscio, una forma, una struttura che già abbiamo noi, che fa parte della nostra cultura, stile, abitudini musicali, fattori sociali, cognitivi, estetici, per cui improvvisare è mettere insieme il proprio sentire immediato ed istintivo all’interno di una forma già conosciuta e radicata. Se inizio ad improvvisare con la voce o con il mio strumento, ne escono musiche che inevitabilmente richiamano un sistema da me appreso, ed il mio sentire fluisce nell’ a priori di questi confini che già fanno parte di una memoria interna; allo stesso tempo non c’è niente di programmato, di deciso, una struttura che si sviluppa in una continuità temporale che viene scelta prima. “In entrambi i casi (composizione ed improvvisazione) il musicista deve possedere un repertorio di figure, e di modi di agire con esse, che può richiamare a volontà; ma nel caso dell’improvvisazione, il fattore cruciale è la velocità a cui possono essere mantenute le invenzioni, e la disponibilità delle azioni da compiere. In questo sono maestri Andrea Parente e Paolo Palopoli che domani sera si esibiranno dalle 19 a Napoli, alla Riviera di Chiaia, al punto “J” dell’Einaudi.

Vi sarà anche un rinfresco, ma soprattutto buona.misica e bella gente.

Annalisa Capaldo

 

 

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