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Sarà la nostalgia degli anni d’oro, il richiamo dell’adolescenza, l’amore per quella canzone di Antonello Venditti che tutti noi conosciamo ormai a memoria… Ma non potevo non provare a fare una cosa del genere, oggi.

Per rispondere alle altre tracce, sarebbe necessitato un parere un po’ più tecnico, avrei dovuto rispolverare tutte le vecchie conoscenze dei più grandi autori italiani, classici e contemporanei. Ma io ho studiato lingue all’università e al massimo avrei potuto fare un paragone con Shakespeare, cosa che non ritenevo abbastanza interessante, né utile.

Non che il mio parere sia il più utile di tutti, certo, ma quando si tratta di commentare la struttura della società moderna, non posso non provare a fornirne uno, seppur strettamente personale. E quindi eccoci qua, facciamo un tuffo nel passato e torniamo a quando avevo 18 anni. Non è stato molto tempo fa, ok, ma è indubbiamente e relativamente passato del tempo. Sono qui, dunque, in quest’aula abbastanza sporca, che cade a pezzi, a morire di caldo e a prendere in considerazione la traccia, cercando di combattere l’ansia con questa finta concentrazione: testo che parla di iperconnessione, di Vera Gheno e Bruno Mastroianni tratto da Tienilo acceso. Posta, commenta e condividi senza spegnere il cervello.

 

Nutro il massimo rispetto per entrambi gli autori del testo e non ho mai avuto l’autostima necessaria a muovere qualche critica, ma spero che la mia opinione possa far riflettere qualcuno là fuori, o nel peggiore dei casi, contribuire a farmi almeno arrivare a un dignitoso 70.

Sono d’accordo con la prima parte del testo, quella che tratta i pericoli del web, ma mi piacerebbe fare qualche appunto su delle cose che ho trovato poco piacevoli, vuoi perché mal interpretate da me, o vuoi per paura che vengano mal interpretate. Comincerei col dire che è vero, sì, che bisogna far attenzione a quello che si posta sul web. Gli autori in questione hanno chiaramente messo in luce i rischi che si corrono al giorno d’oggi a passare molto tempo attaccati ai social network. Ma devo dire che trovo a dir poco deplorevoli alcuni tra gli esempi tirati in ballo. E cito, doppiamente, gli ESEMPI, non i propositi, che sono certamente nel giusto.

Cominciamo, allora. Che cosa vuol dire che un potenziale datore di lavoro potrebbe decidere di informarsi sul mio profilo facebook e in seguito, di utilizzare le informazioni rinvenutegli per…Fare cosa? Non concedermi un lavoro? E’ davvero questo che ad un esame di maturità, nel 2022, dopo due anni di pandemia mondiale, volete insegnare a questi ragazzi? Volete inculcare a me?! Ma c’è qualcosa che mi puzza, qualcosa che non mi è chiaro. Vediamo…Dove ho già sentito questa storia del mondo che gira al contrario? Come la storia dell’insegnare alle ragazze a non girare da sole per strada, di notte, ad essere prudenti, invece che insegnare agli uomini a non aggredirle. Oppure la storia di non farsi tatuaggi, perché altrimenti si rischia di non trovare lavoro, finire sotto un ponte e chiedere l’elemosina col cappellino.

Esagerato, può darsi, me lo dico da sola. Ma rende bene l’idea. E tra l’altro, devo ammetterlo, mi sto realmente infervorando. Abbiamo parlato di esempi sbagliati e quindi sento il dovere di giustificare i miei, perché la chiarezza, si sa, quando si utilizzano termini forti e quando si vuole arrivare al cuore di qualcuno, va fatta. Sarò, quindi, più precisa e diretta, affermando nuovamente il succo del pensiero collettivo del mondo gira al contrario.

Prendiamo sempre l’esempio del colloquio di lavoro. Qualcuno potrebbe spiegarmi perché in un caso in cui l’imprenditore X attua un comportamento illegale – sì, è illegale, salvo i limiti previsti dalla legge- la cosa grave sarebbe che il potenziale dipendente Y abbia postato qualche foto o commento a suo piacimento?

Ma è chiaro che la soluzione sarebbe, in questo caso specifico, limitare la libertà d’espressione della persona, in modo tale da non poter essere giudicata negativamente e quindi ottenere un lavoro col sudore delle sue… Foto.

Ma lasciando perdere la legge, perché ripeto, ho studiato altro, e potrei anche sbagliare, voglio parlare da ignorante. Mi permetterei di suggerire, dico così, per dire, di assumere eventuali dipendenti in base alle competenze possedute. Troppo?

So bene che in Italia non va avanti la meritocrazia e non vogliano certo pensare i miei quattro lettori – cito Manzoni, perché in fondo si tratta di un tema di italiano e devo pur sempre prendere un buon voto, considerando anche che magari i professori avranno opinioni forse addirittura opposte alle mie, e quindi, sì, professoressa, ho studiato almeno -, dicevo, non vogliano certo pensare che voglia cambiare un sistema giusto come quello italiano, una società perfetta formata da chi ti giudica in base a una foto o a un commento preso fuori contesto, da chi ti giudica per come sei vestito, da chi ti chiede a un colloquio di lavoro semmai avrai voglia fra 15 anni di metter su famiglia, perché i soldi che ti concederanno per quelle 60 ore settimanali non basteranno certo che a te e perché oltre a comprare il tuo tempo, avranno voglia di comprare anche la tua vita.

Non vorranno mica i miei quattro lettori che mi addentri in questioni meno gradevoli all’orecchio dell’uomo medio italiano ? Lungi da me offendere parte della popolazione di una grande, bellissima – e ‘sta volta lo dico senza alcuna traccia d’ironia – nazione. Cosa insegniamo ai giovani d’oggi? Che non possano avvalersi neanche del diritto di esprimere liberamente un parere su un social network? Che non possano vestirsi come vogliono? Scattare foto al mare, perché altrimenti additati come scarto della società? Che bisogni essere invisibili o peggio, tutti uguali? Certo che bisogna stare attenti a chi si incontra online – e non -. Certo che bisogna moderare i termini in qualunque luogo, formale e informale ci si trovi, si tratta di educazione! Chiediamolo all’imprenditore, quando le cose volano a picco, quante parolacce dice. Chiediamolo a chi non riesce a trovare un lavoro dignitoso, perché ha avuto la sfortuna di credere ancora nella dignità umana. Chiediamolo ai ragazzi che hanno letto i sopraccitati suggerimenti, che cosa ne pensano di questa limitazione della libertà d’espressione. Cosa ne pensano del fatto che là fuori, saranno giudicati di più per le foto che posteranno su qualche piattaforma, per come saranno vestiti, per la macchina che riusciranno a comprare nel più breve tempo possibile. Certo che è giusto essere e non apparire. E’ giustissimo. E i social, i telefoni, la tecnologia, ahimè, non aiutano per niente nella società delle apparenze. Mi permetterei di dare, dunque, e concludo, un altro tipo di suggerimento.

Ragazzi miei, voi siete il futuro di una nazione e di un mondo che sta appassendo, morendo. Meno tempo sui social, sono d’accordo. Ma solo per investire più tempo in qualcosa di veramente importante: la vostra vita. Crescere, diventare, essere.

Ragazzi, non ascoltate i consigli tossici di chi si improvvisa esperto dietro allo schermo, non guardate a lungo le immagini dei corpi apparentemente perfetti che ci rifilano. Non pensate di dover apparire diversi per essere accettati (o assunti!). Una persona che vi ama, così come un datore di lavoro dotato di un briciolo di buon senso, vi sceglierà per chi siete, per cosa potete dare a voi stessi e a questo mondo e non per la Kardashian o l’Affleck che cercate di essere. Abbiate cura della vostra mente, rispetto del vostro corpo e amore per la vostra anima. Diventate, siate, non somigliate. State attenti al lato tossico dei social, quello che vi fa sentire sempre enormemente e irrimediabilmente sbagliati. Siete perfetti così come siete. Anche se siete insicuri, anche se avete la pancia, anche se a volte dite le parolacce.

E adesso una cosa voglio dire agli adulti, io che oggi ho 18 anni. Proteggete i vostri ragazzi da una società malata, una società che li vuole sempre perfetti, sempre in ‘tempo’, sempre immobili come statue di cera. Non siamo fatti per essere guardati. Siamo fatti per essere.

E se proprio non riuscite, almeno non fate parte di essa. Distaccatevi, abbiate il coraggio di dare l’esempio giusto – cade a pennello – ai vostri figli.

Ma per insegnare loro a non essere schiavi delle apparenze forse si dovrebbe insegnare prima a non giudicare dalle apparenza.

 

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