Contro il covid-19 si sta realizzando probabilmente la più grande e rapida vaccinazione di massa della storia. Ma con l’accelerazione impressa alla campagna vaccinale si stanno divaricando anche le posizioni di chi ritiene giusta la vaccinazione e di chi non la sceglie per sé. Il dibattito pubblico, sempre più spesso condotto in modo colpevolizzante e minaccioso, e la pressione sociale indotta dall’introduzione del green pass hanno senz’altro favorito questa divaricazione. 

Ma al netto dei fattori estrinseci, le scelte delle persone sulla vaccinazione si divaricano in base ai pensieri nutriti da conoscenze ed esperienze. Sono questi “pensieri-vissuti” che portano persone con le medesime aspirazioni – tutti noi infatti vogliano tornare a vivere serenamente – a fare scelte diverse. Sono i pensieri-vissuti che fanno la differenza.

Nel divaricarsi dei giudizi, possiamo inoltre osservare che chi nel formulare i propri pensieri non prende seriamente in conto i “pensieri-vissuti” degli altri tende, presto o tardi, a farne una caricatura: nascono così le etichette di massa di “no-vax” o “complottisti” da un lato, o quella meno pervasiva, ma altrettanto respingente, di “servi della dittatura sanitaria” dall’altro. Si tratta di stigmatizzazioni che allontanano da un sereno ragionare. Più le parole divengono rigide più si allontanano dalla comprensione della vita, più le persone divengono incapaci di decentrare il proprio punto di vista più il giudizio verso l’altro diviene violento.

Lo si è visto nel caso della Scuola e delle Università e delle regole per il ritorno in presenza, già foriere di disagi e conflitti. Lo si vedrà sempre di più nei mesi a venire. Se la pressione sociale rimarrà tale da favorire le divaricazioni delle comunità, ben presto si vedranno gravi effetti sul piano dei valori della stessa convivenza. Superata la soglia del reciproco riconoscimento, difatti, bisogna preoccuparsi di quello che un’epidemia può scatenare in un corpo sociale.

Cosa può accadere di veramente terribile sul piano sociale in una pandemia, del resto, non ce lo possono spiegare né scienziati, né dottori, che parlano in nome di un sapere specialistico, per quanto grande sia lo spazio pubblico loro concesso. Me ce lo possono ben mostrare gli scrittori che parlano in nome dell’umanità, per quanto piccolo sia lo spazio pubblico loro accordato.

L’effetto sociale terribile di una pandemia, il punto verso cui dovrebbero convergere le nostre autentiche preoccupazioni, lo indica ad esempio Giovanni Boccaccio, quando osserva il comportamento degli uomini durante la peste di Firenze. Le parole che Boccaccio incastona nel suo capolavoro sono queste:

E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.

Schifarsi, abbandonarsi, rifuggirsi, allontanarsi è precisamente quel che di peggio può accadere ad una società umana. Durante una pandemia il corpo può morire con il virus, il corpo sociale invece può morire con l’allontanarsi reciproco. La morte di una società è la sua disgregazione. Ora, come sappiamo, quando si ha paura tra umani ci si allontana, dapprima con i corpi, poi con i pensieri, infine con i sentimenti. Ci teniamo lontani da un migrante che non siamo in grado di accogliere nella sua diversità, non riflettiamo sul perché del suo viaggio e della sua miseria, infine diventiamo indifferenti alla sua sorte, per quanto tragica possa essere. La lontananza ha perciò l’effetto di cancellare, con il suo perdurare, il nostro senso dell’altro, fino ad esiliarlo dal nostro sentire e di qui dal nostro volere agire per il suo bene. Diveniamo capaci di compiere atti ingiusti perché non percepiamo più il bene dell’altro. I padri e le madri schifavano di visitare e di servire persino i loro stessi figli, ci ammonisce Boccaccio. Questo accadeva perché la tribolazione era entrata nei loro petti.

Boccaccio impiega tutto il Decameron a ricucire questo strappo generato dallo schifarsi reciproco, dall’incuria reciproca. L’onesta brigata, con la libera parola e con l’ascoltare libero dei giovani che la compongono, in questo senso, prefigura non tanto la risposta vitale, naturale e spontanea alla pestilenza, o meglio, non solo. L’onesta brigata, oltre ad essere espressione della pulsione di vita, è anche la risposta morale alla disgregazione.

È l’una cosa mentre è l’altra. I giovani sono morali perché sono vivi, sono vivi perché sono autenticamente morali. Cosa è infatti l’onesta brigata se non la prefigurazione, in mezzo all’orrore, di una nuova civiltà che attraverso il dialogo riconosce la bellezza e la ricchezza della vita? Che splendido frutto ha generato nel petto di un uomo la morte e la malattia!

Un frutto gioioso che ancora ci nutre.

Nel ricordare Boccaccio e l’esperienza della peste del Trecento, il pensiero intanto va alla riapertura delle scuole italiane, all’inizio dell’anno accademico, alle nostre riunioni e alle divisioni verso cui andiamo incontro. Chi vive l’insegnamento in profondità, difatti, non può che meditare sull’allontanamento tra persone che si è procurato nella scuola e nell’università. Tanto più fa riflettere che la disgregazione sociale si sta producendo proprio a partire dalla scuola e dall’università, meravigliosi corpi sociali che generano tutti gli altri corpi sociali a venire. La disgregazione sociale inizia dalla scuola, dall’università e si propaga nelle giovani generazioni che vi crescono.

Ecco allora che per gli insegnanti si manifesta il libero compito che possono assolvere in questa pandemia: comprendere come servire autenticamente il mondo sociale, non cedere alla tribolazione e alle spinte distruttive che ne conseguono, elaborare pensieri costruttivi laddove albergano paure, continuare a produrre legami dove si annidano divisioni, generare speranze di un mondo migliore e gioioso verso cui indirizzare lo sguardo dei giovani. A questo compito ci chiamano i tempi che viviamo, a non uniformare il nostro pensare a slogan e a pensieri unilaterali, a non accordare il nostro sentire alla paura e al risentimento, a non dirigere il nostro agire seguendo impulsi violenti e di divisione, a prendere posizione, sempre con assoluto rispetto e, se non sembra troppo, con amore per chi ha posizioni diverse, dopo avere ascoltato e riascoltato e riascoltato ancora l’altro.

Se nei tempi difficili che ci aspettano sapremo intessere legami forti e durevoli, le nostre scuole e le nostre università diventeranno la prefigurazione autentica di un mondo migliore. Il mondo delle nuove generazioni. Servire il mondo futuro è il nostro libero compito.

I docenti di I classici in strada

(Emanuela Annaloro, Marina Buttari, Patrizia Campagna, Maurizio Civiletti, Daniela Conte, Andrea Cozzo, Marinella Emanuele, Alessandro Guccione, Concetta Mancino, Livia Marchetta, Giusy Norcia, Mariella Rinaudo, Anna Spica Russotto, Preziosa Salatino, Anna Sorci, Isabella Tondo, Serena Burgarella, Enza Conserva).