Diciamola l’età, come se fosse un atto processuale, No, con le signore come lei è meglio evitare, sottolineando che gli anta anta non intaccano bellezza e spirito. Parliamo di Franca Leosini, ammirata a Pagani col Premio Castellano e stramerita, sorridente e d’alta classe al braccio del nostro amico Mario Marra. Napoletana d’ampio orizzonte.  Giornalista, autrice e conduttrice televisiva italiana. Laureata in Lettere moderne, ha cominciato a lavorare alla pagina culturale dell’Espresso nel 1974 con la pubblicazione dell’intervista a L. Sciascia Le zie di Sicilia. Direttrice di Cosmopolitan, successivamente si è occupata della terza pagina del Tempo. Nel 1988 è iniziata la sua collaborazione in Rai, quando è stata autrice del programma di C. Augias Telefono giallo. Ha poi condotto Parte Civile e I grandi processi con S. Curzi. Dal 1994 conduce su Rai Tre Storie Maledette, programma in cui, occupandosi di cronaca nera e intervistando i protagonisti di crimini in carcere, con minuzia di particolari e con un’introspezione psicologica fa un racconto narrativo con professionalità, contestualizzando gli avvenimenti nella società e nel tempo contemporanei. Dal 2004 conduce anche Ombre sul giallo. 

«Dal parrucchiere ci vado solo per il taglio, il colore e le mèche. La mia fortuna è che ho imparato a farmi la piega da sola in America, negli Anni 80. All’epoca dirigevo “Cosmopolitan” ed ero andata a vedere com’era il giornale nella casa madre. Lì i parrucchieri erano costosissimi e quindi ho iniziato a cavarmela da me. L’indipendenza di una donna a volte passa anche dal phon. Le cose essenziali ? La matita per le labbra e penna e blocco degli appunti: li porto sempre con me. Un portafortuna? Sono una napoletana non scaramantica. Ma in borsa ho un rosario di Lourdes che mi è molto caro, perché è il dono di una persona importante che non c’è più».Per intervistare i protagonisti di “Storie maledette” serve un’indole un po’ criminale? «No, perché i protagonisti delle mie storie non sono professionisti del crimine. Quante volte tutti noi pensiamo: “Quello lo ammazzo!”. Ecco: in loro, però, a un certo punto scatta qualcosa, l’equilibrio mentale è fragile e si spezza. Quindi scivolano nel male». S’è tolta pure lo sfizio del cammeo cinematografico, due volte: “Come un gatto in tangenziale” e “Ritorno a Coccia di morto”».