Lavoro e problemi – quelli della Maccaferri scrivono a De Luca

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ALL’ATTENZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE CAMPANIA VINCENZO DE LUCA.

Signor Presidente,

prima di arrivare alla scelta di scriverLe ci abbiamo pensato davvero tanto. Semplicemente per un motivo. Non vorremmo essere visti come i soliti meridionali buoni solo a lamentarsi e a cercare aiuto. La beffa di essere anche derisi sarebbe davvero troppo. Derisi non da Lei ovviamente ma da chi non perde occasione per parlare di una nostra “inferiorità”, che poi alla fine noi sappiamo anche esistere, ma giusto a livello salariale.

Siamo i 40 operai delle Officine Maccaferri di Bellizzi

Si legge nella storia di questa cittadina :” Fino al 1929 Bellizzi era costituita da appena 3 case, crocevia della piana del Sele…Nel secondo dopoguerra nacquero un cinema, una parrocchia e nel 1953 si inaugurarono le Officine Maccaferri alla presenza del Ministro per la Cassa Del Mezzogiorno, On. Campelli..”

Le Officine Maccaferri sono quindi anche un pò nostre, sono nella nostra storia, nelle nostre radici. Hanno scandito il ritmo delle nostre vite, del nostro territorio. Portano il cognome di chi le ha fondate, di una famiglia nota e centrale nell’ industria mondiale.

Eppure sembra che ad avere rispetto per questo cognome siamo solo noi. Noi sappiamo dove e per chi abbiamo lavorato per 67 anni. Tutti i giorni a casa torniamo con quel forte odore di ferro sui vestiti che solo chi ha lavorato in questo ambiente può facilmente riconoscere, come il fondatore di questo impero che era semplicemente un fabbro.

E proprio dai gabbioni che produciamo nel nostro stabilimento ha avuto origine la grande fortuna di questo gruppo industriale conosciuto in tutto il mondo ,ma che oggi ha dimenticato le sue radici.

Capiamo ben poco di finanza , private equity, fondi internazionali.

Leggiamo paroloni, termini impronunciabili che forse in inglese avranno un senso, ma che per noi sono solo lettere messe un po’ a caso. Eppure forse è molto più semplice da spiegare. Il figlio eredita una piccola attività dal padre, piccola, ma ben organizzata. Credendosi migliore e più capace, decide di svecchiare, modernizzare, investire, diversificare e in pochi anni fallisce e vende tutto.

Anche noi abbiamo sbagliato. Ci siamo sentiti troppo sicuri. Ci siamo sempre fidati di questa azienda. Ci siamo sempre impegnati al massimo per dimostrare di essere all’altezza del grande nome impresso all’ingresso del nostro stabilimento. Abbiamo lavorato a testa china anche in momenti molto difficili, abbiamo accettato ogni decisione dell’azienda, abbiamo aumentato i ritmi lavorativi ogni volta che ci è stato chiesto e siamo stati a casa quando invece c’era bisogno di far quadrare un po’ i conti. Tutto ciò perche convinti ingenuamente che fosse anche nel nostro interesse o meglio nel comune interesse di tutelare la nostra fabbrica, il nostro lavoro.

E adesso? Stiamo attraversando il periodo più buio che questa fabbrica abbia mai vissuto. Siamo in sciopero dal 25/05/2020. La prima volta che succede dalla nascita di questa azienda. Forse durante gli anni ‘70 ci sarà stata qualche piccola lotta operaia nata di riflesso dalle grandi lotte del Nord. Ma uno sciopero cosi, che coinvolge impiegati e operai , l’intero stabilimento qui’ non si era mai visto. Magari anche per merito di chi ci ha guidato in tutti questi anni ma soprattutto grazie a noi che abbiamo cercato sempre di capire i vari momenti storici ed economi della nostra azienda.

E lo ripetiamo allora. Abbiamo sbagliato. Non dovevamo fidarci del capo che da ormai due anni non risponde

più se non a monosillabi…si..no.. mah…manca solo che ci dice che”SIAMO TUTTTI SOTTO AL CIELO” e abbiamo raggiunto l’apoteosi del nulla, come forse direbbe lei caro Presidente.

E invece meritiamo di sapere cosa ne sarà di noi. E’ stato venduto il terreno dove sorge lo stabilimento nel più totale riserbo. Una mattina semplicemente si è presentato ai cancelli un tipo con fare sospetto.

Pensavamo fosse un ladro e invece era il nuovo proprietario del terreno. Ma le pare normale? Abbiamo appreso la difficile situazione che sta vivendo l intero gruppo che fa capo alla famiglia Maccaferri dai giornali e abbiamo in tutti i modi provato a contattare chi può avere qualche risposta. Non per fare pressione , ma più facilmente per offrire il nostro aiuto. Siamo stati sempre pronti e collaborativi, disposti a tutto. Abbiamo chiesto di sfruttare la nostra conoscenza del territorio per cercare di salvare la nostra azienda, ma loro si sa, non ne hanno bisogno. Sono più bravi di noi e si è visto!!!

L’unica cosa certa è che Officine Maccaferri è stata acquisita dal fondo americano Carlyle, che a quanto pare riuscirà a salvarle.

Ed ecco che però noi perdiamo ancora di più le speranze. Emergono i nostri difetti: siamo semplici operai e in più meridionali con un capo del Nord anzi adesso Americano.

Che speranza vogliamo avere .Siamo stati abbandonati a noi stessi. Abbiamo giusto qualche commessa da consegnare, qualche scarto di lavoro da fare. Non ci arriva più nulla. E non perche è in crisi il nostro comparto.

Ce lo dimostra il fatto che Carlyle ha puntato Officine Maccaferri, la più redditizia del gruppo.

E’ la solita e vecchia e ipocrita storia di delocalizzazione verso paesi più comodi. Diciamo così. A redigere il nuovo piano industriale è stato nominato in consiglio di amministrazione Sergio Iasi, originario di Salerno. E a noi non resta altro che aggrapparci a questa flebile e patriottica speranza. Il lavoro in fabbrica è sempre stato un lavoro difficile, alienante, causa di stress e nervosismo, ma cosi e’ proprio umiliante.

Caro Presidente noi non vogliamo assistenzialismo, sostegni al reddito, aiuti vari ed eventuali. Vorremmo solo l’ occasione di parlare con la nuova proprietà dell’ azienda per poter esporre le nostre soluzioni. Ne abbiamo tante e siamo disposti a fare tutto il possibile pur di salvare la nostra dignità di lavoratori.

A questo punto solo lei può aiutarci.

IN FEDE, GLI OPERAI DELLE OFFICINE MACCAFERRI DI BELLIZZI

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