Laura Curino racconta la storia dell’industria umana di Olivetti

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Laura Curino è più che un’attrice, è una vera e propria ammaliatrice che con le sole parole incarnate in un corpo mutevole rende vivi, reali tutti i suoi personaggi, mosaico di voci che compongono dimensioni che sanno di eterno. Racconta, con l’intensità di sempre, la storia di Olivetti, inventore della fabbrica della macchina da scrivere, che gira di palcoscenico in palcoscenico dal 1996 ma non sa mai di vecchio, non stanca mai di incantare, anzi rivela ed esprime a pieno il suo valore attuale. Un percorso in cui il Teatro è luogo di memoria, di ricordo, di emozione e di riflessione.

Camillo Olivetti – Alle radici di un sogno, spettacolo con e di Laura Curino, scritto a quattro mani con Gabriele Vacis, che ne firma anche la regia, sbarca a Napoli, al teatro Sannazaro, dal 10 al 12 gennaio, per la rassegna A volte ritornano. Pubblico entusiasta e appassionato dalla storia di una industrializzazione che mette al centro dell’innovazione produttiva, le esigenze dei suoi operai, l’importanza di ogni individuo, promossa da Olivetti. Orgoglio di un’Italia che, poi prende poi strade diverse. Un frammento, ormai spezzato, che rivive attraverso gli occhi di Laura Curino, attraverso la sua esperienza di piemontese, attraverso la presenza di punti di vita femminili e intensi. A raccontare, in capitoli, la storia di Camillo Olivetti e della sua genialità imprenditoriale  e sperimentatrice, sono infatti la madre di Camillo, Elvira Sacerdoti, e la moglie di Camillo, Luisa Revel. Sostenitrici silenti della realizzazione del sogno olivettiano, propongono il loro punto di vista lasciando spazio alle voci dei vari personaggi, per lo più maschili, che “fanno” la Storia. Donne di grande apertura, ebrea la prima e valdese la moglie, si incarnano in Laura Curino che però non si tira indietro dal dare corpo e voce a tutti i personaggi. E’ questa capacità interpretativa, viva di Laura Curino, che si trasforma in maniera credibile in ognuno di loro, la sua cifra teatrale, che non smette mai di tenere alta l’attenzione, che riesce a entusiasmare.

Tutti i personaggi coinvolti parlano, vivono, si muovono, hanno una voce, come solo Laura Curino sa fare e vivono insieme a lei in questo spettacolo. Non stupisce che, nei saluti, a fare l’inchino siano tutti lì insieme a lei.

Ma la storia inizia da una nota autobiografica, o presunta tale, e, cosa che non stupisce, dall’epilogo. Nasce dalla voce di una bambina, la stessa Laura, che da Torino non vuole andare a Ivrea per il carnevale. E così nel suo mondo di sogni immagina, dopo averle pensate tutte, che se morisse la persona che inaugura la festa lei non ci andrebbe. Bhe muore Adriano Olivetti e fine della festa. Ovviamente la magia di una determinazione da bambina viene sconfessata dal suo amichetto, che, invece ci teneva tanto ad andare. Un gioco, una suggestione, una poesia, ma tutti, proprio tutti vorrebbero avere un padre che lavora alla Olivetti. Chi vive in Piemonte, a Torino, sa bene la differenza tra essere impiegato Fiat e Olivetti. Diversi modi, diversi atteggiamenti, diverse mentalità che si traducono nell’andamento di grande rispetto per chi ha la fortuna di essere nel team Olivetti. Tutto parte da agricoltori ‘educati’ operai. Ma per i più piccoli si traduce in colonie estive di grande rispetto e valore per ognuno. Oggi invece, invece, fine della storia.

Tutto lo spettacolo ammalia, mettendo a confronto due mondi, le idee brillanti di Olivetti, il mondo dei bambini e degli adulti. Una storia che è ancora passato poco lontano per chi ha conosciuto quel periodo florido. Il sistema Olivetti nasce e muore con una famiglia. Nasce da un uomo che crea un metodo, geniale e efficace, all’avanguardia ma che diventa sistema condiviso. Il racconto, che passa attraverso le varie genialità di Olivetti, di parola in parola, di punto di vista in punto di vista, non mancando di inserire momenti di comicità, guida alla triste considerazione dell’unicità di questa esperienza, finita. Dell’unicità della famiglia Olivetti che non diventa un modello.

Nello spettacolo si ride, tra personaggi dalle voci goffe, tra punti di vista di bambini e di adulti, ma il susseguirsi della storia sa di amaro, fino a concludersi nella poesia della speranza. Nostalgico mondo, speranza di un rilancio, assurdità di una fine. Lo chiamano teatro civile, ma in realtà è solo uno sguardo su storie vere che non bisogna smettere di raccontare, nella speranza di non far passare mai invano vite di gran spessore.

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