Recensione – Laura Curino è Armisia, Caterina Ipazia e le altre, in scena dopo una tournée bloccata dal covid , arriva al  Campania Teatro Festival. Un viaggio nel mondo femminile, in cui “sembra di raccontare sempre la stessa storia” quella di un mondo abusato, bistrattato, costretto ma capace di grandi passioni e slanci. Anche questa volta Laura Curino non propone solo uno spettacolo ma un percorso che parte dalla storia e diventa incontro, lettura del reale.  La Curino, in questo caso è interprete e autrice della drammaturgia finale di un progetto di scrittura collettiva, guidato da Patrizia Monaco con la supervisione della regista Consuelo Barilari, che ha riguardato figure femminili partendo da Artemisia Gentileschi, Caterina d’Alessandria, Giovanna d’Arco, Ipazia, Lucrezia, Susanna e i Vecchioni, Giuditta.

Donne che non fanno un passo indietro

Lo spettacolo diventa espressione di una visione del Teatro come luogo di confronto, di uno sguardo che sa di reale e di intreccio. Un Teatro che racconta per lasciare consapevolezza nello spettatore, per comunicare un contenuto profondo e documentato. Un punto di vista.  Il testo nasce anche dalla riscrittura e dal riadattamento degli elaborati del laboratorio collettivo nel mondo femminile e di cui si sentono colori e sfumature in un racconto che intreccia personaggi differenti uniti dall’essere donna, dall’essere martire, dall’essere in qualche modo figura eccezionale. Si tratta di donne, che hanno un punto in comune: la capacità di “non fare un passo indietro” nel processo di un’identità che rivela la propria determinazione , il proprio valore.  Donne dell’arte, donne della cultura, donne di fede, donne che hanno lasciato il segno le cui tracce si trovano nel mondo figurativo tra cinque e seicento.

Laura Curino, come suo solito, da buona affabulatrice qual è, si muove sul palco intrecciando il suo racconto alla musica e anche a balli sfrenati se vuole, manipolando e guidando la parola che diventa corpo di personaggi diversi. Un viaggio che attraversa sfumature espressive diverse non mancando mai di passare dal tono ironico al serio, dal dato storico-scientifico al racconto commovente e umano. Ogni parola e storia hanno un impatto con il pubblico, sempre presente in questa costruzione dello spettacolo, provando a lasciare un segno in nome del racconto – memoria, della dimensione e valore. Il Teatro ha un senso di incontro anche contenutistico, basato su una chiarezza espressiva, su scene che si susseguono nel loro racconto.  Di particolare impatto ironico la descrizione de La scuola di Atene di Raffaello come una ‘sfilata di moda’ di personaggi maschili, di cui descrive nel dialogo con le immagini i dettagli proprio come se si fosse difronte alla passerella.

Teatro e pittura

L’altro punto essenziale dello spettacolo è qui. Nel racconto teatrale di immagini pittoriche e di artisti. L’ arte pittorica diventa parola per tornare immagine. Lo spettacolo non è solo costruito da parole che rimandano alla materia pittorica ma si incrocia con le immagini, quelle proiettate sui teli in scena, o dietro la passerella, unica scenografia. Il progetto infatti diventa uno spettacolo multimediale – realizzato con l’impianto scenico di Federico Valente, la videografica di Sara Monteverde, il video mapping di Gianluca De Pasquale e i costumi di Francesca Parodi, come attraversamento e uso dei nuovi segni, de nuovi sistemi comunicativi.

E sono tante le immagini pittoriche che scorrono, appaiono vibrano, si frammentano e si alternano nella narrazione come le opere di Artemisia Gentileschi da Giuditta che decapita Oloferne a Santa Caterina di Alessandria alla Danae. O come  le opere dei maestri che Artemisia evoca come Giuditta e Oloferne di Caravaggio La scuola di Atene di Raffaello, Tre arcangeli e Tobiolo di Filippo Lippi, Tre arcangeli e Tobiolo di Francesco Botticini, Stanza dell’Aurora di Agostino Tassi e il Guercino, Il concerto musicale con Apollo e le Muse Agostino Tassi e Orazio Gentileschi.

 

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