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L’altro MANN, mostra dai depositi è solo il primo passo. Un’esposizione che prelude al raddoppio della sezione pompeiana nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli che avverrà nel 2023, ma che ne lascia presagire l’importanza e la potenzialità. L’altro MANN, è quello che è stato nascosto e nello stesso tempo preservato nei depositi, chiamati  appunto Sing sing per la sua claustrofobica dimensione di chiuso… Un anticipo che prevede l’esposizione di una settantina di reperti, alcuni mai visti e altri esposti decenni fa. Un inizio mentra la seconda tappa vede il 10 giugno (stesso giorno dell’inaugurazione di una mostra sul mondo sardo nella sala della Meridiana) riutilizzare l’allestimento presente sempre nella sezione delle pitture ( dedicato a una mostra dei giochi), per esporre altre opere. Come ad esempio una ventina di reperti tessili, in filo d’oro e non. In futuro saranno previste anche visite nei despositi, Sing sing, che sono da sempre il luogo del mistero, dove poter ‘scavare’ reperti scampati alla memoria.

Un punto di partenza per un progetto che parla di disseminazione della cultura e della bellezza un po’ ovunque, persino nelle carceri. Lo racconta bene il direttore Paolo Giulierini in questa breve intervista

LE OPERE
Imperdibile per il momento l’occasione di vedere oggetti come il cratere in marmo proveniente da villa San Marco dell’antica Stabiae con il corteo dioisiaco, una cassaforte in bronzo, ferro e legno con amorini e personaggi dionisiaci di grande impatto iconografico (da Pompei, Casa di Gaio Vibio Italo, I sec. d.C.), un tavolo pieghevole con piccoli satiri (area vesuviana, I sec. d.C.), uno sgabello con maschere e motivi vegetali (da Pompei, casa di Romolo e Remo, I sec. d.C.). Tra gli oggetti più inediti sono due scaldaliquidi che fanno capire come si potesse coinugare funzionalità e design anche nel I secolo: uno ha la forma di una cinta muraria (da Pompei, I sec. d.C.) in cui il riscaldamento del liquido avviene con un bracere posto al centro delle mura. L’altro, proveniente da Stabiae, con un sistema complesso quanto affascinante in cui il liquido viene inserito in una struttura composta da una contenitore e da una sorta di recipiente, sempre in bronzo, che circonda il bracere. Insomma genilialità della creatività in bronzo.

I GLADIATORI E I GIARDINI
Ma non solo, tornano i gladiatori. Una sezione di questa mostra inizia il processo di formalizzazione dell’esposizione permanente delle armature dei gladiatori, già oggetto di una mostra molto apprezzata e seguita. Dunque restano visibili gli elmi del primo secolo trovati nella caserma dei gladiatori di Pompei, a cui si aggiungono delle impugnature di armi istoriate e di particolare effetto nella loro forma aquilina. La terza sala dell’esposizione invece ha come protagonista il mondo dei giardini, sia con tre pitture parietali provenienti da Ercolano e Pompei, sia attraverso le decorazioni di fontane con statue in bronzo tra cui non perdere le bocche di fontana con pescatore e Amorino e oca (da Pompei, casa della Fontana Piccola, I sec. d.C.), con satiro che regge un otre (da Pompei, casa del centenario, I sec. d.C.) e con Amorino e delfino (da Pompei, I sec. d.C.). Presenti anche decorazioni in marmo come una Venere che esce dalle acque, degli oscilla in marmo (rilievi in sospensione dal valore apotropaico provenienti da Pompei, I sec. d.C.) con le raffigurazioni di una Menade danzante davanti a un altare, una Vittoria alata e Ercole con la cerva cerinite.

DIONISO
Di particolare valore, per la prima volta esposto anche il Bacco, considerato erroneamente un Narciso, in bronzo proveniente da Pompei e di particolare bellezza: giovane bacco, con il suo volto che guarda verso il basso, sembra intimare alla pantera (un pezzo che manca però) di andare dove indica la sua mano. Un’immagine meno solita e più viva, attiva del Dio. Una dimensione attiva, quindi che, come ci racconta una delle curatrici Marialaura Giacco,  è tipica di tutte le statue di questi giardini:  sempre in movimento, mai statiche rendono vivo e vivace lo spazio.

L’allestimento, firmato dall’architetto Andrea Mandara con Claudia Pescatori e realizzato con la grafica di Francesca Pavese riutilizza le basi del precedente allestimento economizzando e dando valore al riutilizzo.  La mostra è curata anche dalle funzionarie archeologhe Laura Forte e Marialucia Giacco.

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