Il 25 gennaio , o qualche giorno dopo, lo sapremo a breve, gli studenti della Secondaria di II grado
rientreranno a Scuola.
Pensiamo a classi divise in due gruppi, il 50% in presenza , mentre il restante gruppo di studenti si
collegherà a distanza. L’obiettivo è arrivare al 75% in presenza.
Le situazioni di contesto sono diverse tra scuola e scuola, differenze che riguardano il numero di studenti, le
dimensioni degli spazi in cui si terranno le lezioni, l’utilizzo del TPL ( trasporto pubblico locale) più o meno
elevato ,a seconda del bacino di utenza della Scuola, la disponibilità di cablaggio e connessione veloce e
massiva delle singole scuole, la disponibilità di “varchi” di accesso aumentati per garantire la diluzione
massima dei flussi in ingresso e in uscita, al fine di evitare assembramenti, anche all’interno delle scuole
stesse.
Non si può ragionare che in termini contestuali : ogni Scuola è una storia a sé, ogni Scuola si è organizzata,
riorganizzata, ripetutamente ha rivisto il proprio assetto, inseguendo la mutevolezza delle indicazioni
normative, rispondendo alla domanda implicita “ Come possiamo , con quello che abbiamo, dare il meglio
ai nostri studenti?”
Questo è l’assunto di base, cui le Scuole della Repubblica, tutte ( ho le prove!) hanno provato a rispondere
fin dall’inizio della Pandemia.
Se qualcuno vuole sapere cosa le Scuole hanno fatto o stiano facendo e continueranno a fare, si deve
collocare in una prospettiva idiografica e tale sarà, a mio parere, la prospettiva di analisi interpretativa di
questo snodo “ ontologico” della Scuola in italia.
Intanto la Scuola ha continuato a funzionare, quindi a fornire risposte inedite a bisogni eccezionali e già
questo dovrebbe bastare per ricevere un riconoscimento “ sociale” per aver garantito in maniera costante
e autoincrementale un servizio pubblico.
Una professoressa , in una lettera aperta che gira sui social, ha chiesto scusa ai propri studenti. Una bella
lettera, senz’altro, ma le scuse andrebbero fatte alle Scuole, a tutti coloro che nella Scuola ci lavorano,
pronti a costruire scenari sempre mutevoli per contenere, dirigere e strutturare fenomeni assolutamente
inediti. Chiedere scusa e chiuderla lì, non basta, ma sarebbe un primo passo per riconoscere che tutti i
docenti fanno ogni giorno, con la consapevolezza che quello che stanno facendo non è mai stato fatto
prima.
Basta questo per ritenere che l’assunto “la DAD non funziona” non sia fondato su un’analisi correttamente
impostata,
Come si fa a valutare un fenomeno che non ha termini di paragone? Come si fa a paragonare le mele con
le pere? Come leggere la metamorfosi di quel grande costrutto sociale, quale è la scuola, che per, sua
natura, “rifiuta” di essere codificabile per vivere ogni volta in forma diversa ? Come si fa a dire che la DAD
non funziona, quando, in assenza di alternative, ribadiamolo , ha avuto, tra l’altro, come
imprevista ricaduta l’alfabetizzazione informatica di larghissima parte non solo degli studenti, ma anche di
genitori e nonni?

La DAD non funziona, ma prima la Scuola , quella in presenza , funzionava?
Provavo disagio nell’ascoltare la lamentatio di chi ripete, senza sapere quello che dice , che la Scuola non è
più un ascensore sociale. Il mio disagio è stato espresso in parole chiare e distinte dall’Ispettore De Anna di
cui riporto le parole “ Curiosa metafora: l’ascensore è sempre comunque un contenitore di piccole
dimensioni e inoltre è un veicolo che sale e scende… ma si usa la metafora solo per denunciare che non
sale….” *
La Scuola ha sempre funzionato o non ha mai funzionato: entrambe le tesi sono “ dimostrabili” con dovizia
di elementi, frutto di variabili contestuali e storiche.
Un dibattito interessante, senza alcun dubbio, ma destinato a rimanere, quando va bene, nell’ambito
ristretto degli addetti ai lavori, quando va male diventa terreno di scontro tra quelli che della Scuola
intendono servirsi, come strumento di terreno di scontro o per are sfogo a personali disagi.
Quello che certamente non fa bene alla Scuola è volere, come Procuste, tagliare quello che eccede o tirare
quello che esiste per ricondurlo a una misura “ idealtipica” che non esiste, se non nella mente di chi non la
conosce.
Cfr . F.De Anna “LE TRANSIZIONI E IL NOMINALISMO FELICE DELLA RICERCA SOCIOLOGICA (Che dovrebbe
descriverle…) “ 4/1/2021 https://www.aspera-adastra.com/