bambina che studia in camera sua

bambina che studia annoiata in camera sua (fonte freepik italia)

Disadattati o semplicemente distaccati dalle abitudini della (vecchia) società?

Il COVID e le nuove zone colorate, hanno costretto ancora una volta alla DAD (acronimo di Didattica a Distanza) circa 6 milioni di studenti così come nella prima fase di Lockdown.

Erano 4milioni  l’ottobre scorso, il 30 novembre circa 800mila studenti (soprattutto classi seconde e terze delle scuole medie) hanno potuto riprendere le lezioni frontali in classe mentre gli altri 3milioni hanno ripreso solo a gennaio e “a spizzichi e bocconi” tra una quarantena fiduciaria e un’altra.

Ma perché la scuola fa discutere tanto anche quando non si parla di formazione? E perché la scuola, anche come luogo fisico, è così importante per la nostra società?

Se parlassimo con un sociologo, probabilmente ci direbbe che la scuola è fondamentale per la formazione dei nuovi cittadini perché rappresenta il secondo gruppo di confronto, del singolo individuo, dopo il gruppo famiglia.

Se parlassimo con un Neurologo, probabilmente ci direbbe che l’età scolare, in particolare dai 12 anni in poi, è l’età in cui il nostro cervello assume uno sviluppo cognitivo che ci darà poi l’impronta di come saremo da adulti. Ma qual è il legame tra scuola, nuove generazioni e la società del futuro?

In questi giorni è diffusa, ed è anche comprensibile, la preoccupazione per le nuove generazioni (in particolare i teenager al liceo), forzati dalla DAD a restare chiusi in casa, e soprattutto si sta diffondendo l’allarme sul rischio di creare una società di “disadattati”.

Per questo ci poniamo la domanda: “Ma è tutta colpa della DAD? E se invece vedessimo il bicchiere mezzo pieno?  Ovvero guardassimo a ciò che sta accadendo ai nostri ragazzi come opportunità di fare emergere dei problemi sociali che invece sono presenti da anni?

A me sembra che come al solito, ci sia un  modo, forse tutto italiano, di nascondere problemi più grandi dietro delle emergenze reali, facendo diventare tutto EMERGENZA, tralasciando le opportunità, che spesso solo fatti eccezionali riescono a portare alla luce e che troppe volte, per il nostro attaccamento al “conosciuto” si sono trasformate in occasioni mancate.

Finalmente il neo ministro della Pubblica Istruzione Bianchi, ha dichiarato che “l’esperienza della DAD potrebbe rimanere anche nel futuro della scuola”  lasciando immaginare che è una risorsa preziosa e come tale dovrà essere sfruttata appieno da insegnanti e alunni, insomma finiamola col demonizzare la DAD e prendiamola per quello che è, cioè uno strumento che integra l’attività dell’insegnamento ampliando le risorse a disposizione per insegnanti e dare uno stimolo agli studenti, responsabilizzandoli ad un uso corretto e programmato di uno strumento.

Leggevo l’intervista a una nota neurologa rispetto ai danni della DAD e quella che è stata definita da #nationalgeographicZoom fatigue”, ovvero l’affaticamento da piattaforme di video conferenza. L’intervento, bellissimo e argomentato, poneva il parallelo tra smart working (inevitabilmente legato alle persone adulte e pertanto appartenenti a passate generazioni) e DAD e i riflessi che una sovraesposizine può avere  sulle persone, adulte e adolescenti o addirittura bambini;  conferma che nessun danno viene creato dai queste attività o dai sistemi di comunicazione, ma che piuttosto ci sia un problema di affaticamento cognitivo e un problema di tipo sociale.

Ma questo per chi?

Ebbene a me appare evidente che le preoccupazioni degli adulti (generazioni precedenti alle X generation o ai millennials), siano dovute più ai limiti di adeguamento delle vecchie generazioni (loro/noi, si sempre più affetti da “brain fog”) che a veri e propri problemi di disadattamento; anzi, credo fortemente che il termine “Disadattato” debba essere sostituito con nuovi termini più appropriati o aggiornati, ad esempio “dislocazione sociale” ovvero spostamento della socialità o ancora di socialità mediata.

Questi fenomeni, che ormai si affermano da almeno un decennio nelle società occidentali più avanzate, con anche pericolose degenerazioni (vedi i casi di Hikikomori in Giappone già dagli anni ‘80), vedono affermarsi nuovi modi di socializzare, di rapportarsi l’un l’altro, dove le nuove generazioni vivono, creano e interrompono relazioni solo mediate da un cellulare o un tablet con un SMS o un Whatsapp; dove i ragazzi preferiscono inviare un messaggio vocale o scritto invece di confrontarsi anche solo attraverso una telefonata.

Allora, credo, il problema sia un altro, diverso.  Non è ne la DAD, ne tantomeno le piattaforme di Videoconferenza, a creare dei disadattati , bensì stiamo creando una nuova società di “Distaccati” da ciò che è fisico e reale, non disadattati. Un tipo di società che confligge con il termine stesso di socialità, che da sempre è un momento di confronto, di crescita, di conoscenza del valore della libertà e rischia di diventare una limitazione del progresso stesso (cfr Hegel); una società che tende a evitare il confronto perché una “realtà diversa” da quella percepita può far male e a volte anche ferire.

E allora propongo di vedere il bicchiere mezzo pieno, vediamo quello che ci presentano come un problema come una opportunità per crescere tutti meglio con questi strumenti. Sfruttiamo questa occasione, che ci concede tempo da passare insieme, e iniziamo a parlare di più in famiglia, ad osservare di più il comportamento dei “nuovi ragazzi” a insegnare loro l’importanza del confronto (non del giudizio) e di riportarselo a scuola con docenti e amici perché solo il confronto e le “novità” li faranno crescere; e permettiamogli al tempo stesso di insegnarci a utilizzare le nuove tecnologie e i nuovi strumenti, ricordando “Tutti” che sono strumenti Funzionali a una realtà “Migliore” e non sono e non devono essere usati per creare una realtà Virtuale o peggio una realtà alternativa a quella Vissuta.