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Ho dovuto somatizzare il colpo come donna, prima ancora che come articolista, perché ad ogni femminicidio mi si dileguano le parole e mi resta una rabbia interiore inenarrabile.

Il 1° marzo appena trascorso è stata brutalmente assassinata sul luogo di lavoro una giovane donna di 30 anni e a spararle in testa è stato il suo ex fidanzato.

Infatti, come accade nella grande maggioranza dei casi, l’assassino è il proprio coniuge o ex compagno, fidanzato che non riesce ad accettare un rifiuto, la parola basta ad una storia d’amore che non avrebbe mai funzionato. Una persona capace di uccidere non è giustificabile con la solita attenuante della pazzia, dell’ atroce dolore per l’amore perduto o altre simili fanfaluche.

Una donna ancora una volta è stata brutalmente assassinata da un uomo che tutti conoscevano e che lei stessa temeva per le insistenti e pubbliche scenate.

Ebbene l’altro ieri mattina, lucidamente, l’assassino aveva una pistola carica con cui era intenzionato ad uccidere la sua ex fidanzata nel salone di bellezza ove quest’ultima lavorava. Tutti l’hanno vista morire, tutti hanno capito cosa fosse successo. Dopo poche ore l’omicida, a cui appositamente evito persino di dare un nome, è stato catturato a pochi chilometri dal luogo del delitto ed ora non oso immaginare cosa possa mai raccontare alle forze dell’ordine, ai genitori della vittima, distrutti dalla rabbia e dal dolore.

Tutti come al solito si indignano a tragedia avvenuta ma a me resta la rabbia per non aver potuto evitare che accadesse: insomma Anna era spaventata dal comportamento ossessivo del suo ex, in tanti lo sapevano; allora perché non lo si è fermato quando è entrato in quel salone? Certo col senno di poi può sembrare semplice affermare ciò, ma trovo assurdo quest’ennesimo femminicidio annunciato.

Ricordo il muro pieno di nomi alla Casa Internazionale delle donne a Roma, nomi di donne uccise dai mariti, dai fidanzati, dagli ex: una scarpa rossa per ognuna di loro ne ricordava la morte ingiusta, spesso annunciata, evitabile.

Ora ci sarà anche il nome di Anna su quel muro, una scarpa rossa anche per lei, come il sangue ingiustamente versato: la sua unica colpa è stata di aver incontrato un assassino sulla propria strada, un criminale efferato, un brutale omicida.

Anna non meritava di morire, così come nessun’altra donna: i suoi occhi azzurri li avrebbe potuti tramandare ai figli, ai nipoti che non avrà mai a causa dell’uomo che diceva di amarla e che le ha sparato, ammazzandola.

Cosa fare, dunque, specie a livello legislativo? Molto, in realtà, in questi anni, è stato fatto. Esistono ben due buone leggi, infatti, pienamente operanti da anni, quella sullo stalking e quella sul ‘codice rosso’.

La prima, la n. 38 del 2009, ha introdotto per la prima volta questa fattispecie di reato e, nonostante sia relativamente recente, la sua applicazione risulta già, allo stato, enorme.

La seconda è contro le violenze domestiche ed è meglio nota come legge sul ‘codice rosso’ (Legge n. 69/2019): innova e modifica la disciplina penale e processuale della violenza domestica e di genere, corredandola di inasprimenti di sanzioni penale, con incisive disposizioni di diritto penale sostanziale e di ulteriori di indole processuale. Evidentemente, però, entrambe ancora non bastano.

Vanno aumentati i fondi per i centri antiviolenza e serve garantirne la capillarità su tutto il territorio nazionale. Serve agire sulle procure e le realtà giudiziarie perché, come spiega la relazione della Commissione d’inchiesta sul femminicidio del Senato, tra le varie criticità c’è anche quella della scarsissima comunicazione tra civile e penale. In troppi pochi casi di separazioni, per esempio, il pm viene informato dal giudice civile nei casi di violenza e troppo raramente il pm si attiva, anche se viene informato, per intervenire nella causa civile. Serve formazione e preparazione specifica di tutti gli operatori, avvocati, forze di polizia, personale sanitario, ecc…

C’è poi l’aspetto mediatico del tipo di immagine che il sistema dei media, la rete, i social network trasmettono della donna spesso rappresentata in atteggiamenti e ruoli stereotipati.

Infine, ma è il tema che io ritengo primario e fondamentale, c’è il discorso educativo. Stiamo investendo ancora troppo poco nei percorsi educativi a partire dai primi anni di scuola per educare bambini e ragazzi al rispetto e all’affettività. Ma se non si parte da qui non si può cambiare il modello culturale che “giustifica” la violenza, questo è l’investimento decisivo.

Basta femminicidi in Italia e nel mondo!

Annalisa Capaldo

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