Chiamatelo Saleem, come un figlio della mezzanotte, oppure chiamatelo Michele, come un ragazzo giunto da lontano per essere italiano, per diventare italiano. A buon diritto. Chiamatelo come volete, ma durante lo scorso anno scolastico, all’istituto tecnico statale a ordinamento speciale (Itsos) della città di B. nel governatorato di L., popolosa landa nel Paese delle Anime Morte Scolastiche (o se preferite, l’acronimo da usare è: Italia) è arrivato un ragazzo dallo Sri Lanka, di anni 16. Con la burocrazia dell’ottimismo – o il cinismo della didattica, che sono la stessa cosa – è stato inserito, si era già ad aprile, in una seconda classe della sezione a indirizzo tecnico.

Niente italiano, pochissima conoscenza dell’inglese. Singalese e tamil non sono idiomi diffusissimi nelle
scuole del governatorato di L., né tra gli insegnanti e nemmeno tra i tanti studenti d’origine straniera. Non fa nulla: il piano dell’ottimismo burocratico prevede che due ore di potenziamento per la lingua italiana alla settimana possano bastare. Una giovane insegnante capace e volenterosa (infatti la vorrebbero assumere in tutte le scuole in cui è stata supplente, ma non si può: la burocrazia ministeriale non fa sconti a nessuno, e lei è arrivata da poco nel girone dantesco dei precari) racconta: se ne stava lì, tutta la mattina, 25 ore alla settimana
al banco, incapace di capire e farsi capire. Abbandonato a sé stesso da un’istituzione non in grado di prenderlo in carico, nonostante le affermazioni di principio. A giugno è stato bocciato. Con la brillante idea di reinserirlo l’anno
no dopo in una nuova seconda. Come se il problema fosse la seconda. Quest’estate si è iscritto a un corso per imparare l’italiano, spese a carico della famiglia.

La scorsa legislatura si è chiusa in modo rocambolesco incespicando tra le varie cose anche sulla richiesta – più retorica che altro, per come è stata portata avanti – di introdurre lo ius scholae, il principio per cui i giovani immigrati e i figli di immigrati nati in Italia possono ottenere la cittadinanza dopo aver frequentato il ciclo dell’obbligo o un intero ciclo scolastico. Ottima idea. Lo scorso lunedì le scuole sono ricominciate in presenza e senza
mascherine, e questa è una buona notizia. Main questa ripartenza di settembre 2022, a una settimana dalle elezioni politiche, per le scuole c’è un’altra inusuale novità, o forse si tratta di un fastidio in più: insegnanti, studenti e famiglie quest’anno sono entrati nella sfera d’interesse dalla politica, di solito distratta circa quel che avviene tra i banchi. Inseguiti dai partiti che forse per la prima volta, in una campagna elettorale, hanno deciso di mettere il sistema nazionale dell’istruzione al centro dei loro programmi. O quantomeno delle loro
promesse. Tra i tanti proclami, a proposito dell’importante ruolo della scuola per edificare la società del futuro, spicca la parola magica inclusione, o integrazione. Insomma l’insieme di princìpi e buone pratiche didattico-socio-pedagogiche tese a conseguire un inserimento e apprendimento ottimale anche per i molti studenti e studentesse di origini straniere, che spesso hanno difficoltà non soltanto culturali ed economiche (fattori non di rado causa di
abbandono) ma anche linguistiche. La storia di Saleem, o Michele che lo si voglia chiamare, non è infrequente nella Scuola delle Anime Morte ma fortunatamente non è nemmeno l’unico esito possibile (l’istituto Curie di Grugliasco è un ottimo esempio). Però è paradigmatica: lo ius scholae e l’inclusione non sono automatismi, vanno costruiti nel tempo, con impegno, metodo, risorse e anche dedizione – il lavoro degli insegnanti richiede
una dose supplementare di dedizione, che supera persino i parametri economici – e di sano realismo. Il passaggio, per i nuovi arrivati con difficoltà linguistiche, attraverso classi e/o percorsi speciali per favorire l’apprendimen –
to della lingua, può in certi casi funzionare meglio che non il retorico e burocratico egualitarismo che si riduce a mettere un sedicenne a un banco, e a lasciarlo lì. Abbandonato al suo diritto (ius) di essere italiano. Il paradigma di Saleem, o Michele, non riguarda solo l’inclusione e la lingua: indica tutte le rigidità di sistema, gli intoccabili totem della scuola “uguale per tutti”, e cioè spesso “disuguale per ciascuno”, che rendono quasi irriformabile il nostro sistema di istruzione.