Centralismo democratico è il nome dato ai principi di organizzazione interna usati dai partiti politici leninisti, e il termine è qualche volta usato come un sinonimo per qualsiasi politica leninista all’interno di un partito. L’aspetto democratico di questo metodo organizzativo consiste nella libertà dei membri del partito di discutere e dibattere su politica e direzione, ma una volta che la decisione del partito è scelta dal voto della maggioranza, tutti i membri si impegnano a sostenere quella decisione. Quest’ultimo aspetto rappresenta il centralismo. Come lo descriveva Lenin, il centralismo democratico consiste in “libertà di discussione, unità d’azione”.

Lenin ebbe modo di dire: “Nessun uomo politico ha percorso la propria carriera senza queste o quelle determinate sconfitte, e se noi parliamo seriamente di influenza sulle masse, di conquista della ‘buona volontà’ delle masse, dobbiamo fare ogni sforzo per ottenere che queste sconfitte non restino celate nel tanfo dei circoli e gruppetti, per ottenere che vengano sottoposte al giudizio di tutti. Ciò sembrerà imbarazzante a prima vista, potrà talvolta apparire ‘offensivo’ per questo o quel singolo dirigente, ma dobbiamo superare questo falso senso di imbarazzo: è un nostro dovere di fronte al partito, di fronte alla classe operaia. Con questo e soltanto con questo daremo a tutta la massa (e non alla cerchia di compagni casualmente assortita di un circolo o di un gruppetto) dei militanti influenti del partito la possibilità di conoscere i propri capi e di porre ciascuno al posto che gli compete. Soltanto la vasta pubblicità può correggere tutte le deviazioni indelicate, unilaterali e capricciose, soltanto essa può trasformare i ‘contra’ talvolta assurdi e ridicoli dei ‘gruppetti’ in utile necessario materiale di autoeducazione.” (Lettera alla Redazione dell’Iskra, Opere Complete, vol. 7, pag. 112).

Il centralismo democratico può riassumersi in una frase: Massima libertà e democrazia nel momento della discussione, massima unità nel momento della decisione e della sua applicazione. Guardiamo all’oggi. In gran parte dei partiti e movimenti politici italiani, se mai ci fosse stato bisogno della cartina di tornasole, ecco quel che è successo con le candidature: casino personale più che partitico, rinunce, uscite, cambi di casacca. Non si contano, al contrario, esempi da “non capisco ma mi adeguo”. Eppure tutti sapevano che la riduzione del numero dei parlamentari e l’allargamento dei collegi erano fattori che avrebbero portato a dolorose scelti, a tagli indispensabili. Invece no: non mi candidano, mi incazzo e magari cambio raggruppamento al volo. Altro che centralismo democratico: siamo passati al personalismo da supermercato, con carrelli pieni di rancore.