Le mani veloci raccolgono i capelli biondi legandoli in una crocchia come quella che ogni donna si fa quando c’è un lavoro da fare. Dieci secondi di un video che ha un sapore di normalità, se non fosse per il vociare della folla lì vicino, braccia alzate per protesta e movimenti nervosi di protesta e di lotta. La ragazza è scesa in piazza come migliaia di coetanee in Iran dopo la morte della 22enne curda Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale del Paese per aver indossato impropriamente il velo.

Poco importa che la giovane bionda della coda di cavallo non sia Hadith Najafi, 23enne uccisa con sei colpi al viso e al collo durante le proteste, come riporta la Bbc nella sua versione in farsi. Nel mondo delle immagini in cui siamo immersi abbiamo bisogno di simboli che ci traducano la realtà in qualcosa di immediatamente riconoscibile. Quella coda fatta di corsa e con destrezza ci rende immediatamente partecipi di quanto sta avvenendo in un Paese che sentiamo culturalmente ed emotivamente lontano. Ci fa sentire nostra quella arrabbiata e disperata richiesta di diritti che per noi sono acquisiti: scegliere come vestirsi, cosa dire, con chi e quando riunirsi, come manifestare. Il Paese è al 154esimo posto al mondo per il Democracy Index e la situazione è ancora peggiore rispetto al periodo pre primavera araba del 2010.

Le notizie dall’Iran arrivano frammentate, attraverso canali di fortuna, vista la censura del regime che sta bloccando tutti gli accessi a internet, e restituiscono immagini di proteste nelle quali in prima fila a bruciare i veli ci sono donne di ogni età ma anche molti uomini che le aiutano a scappare e le proteggono quando la polizia arriva per arrestarle: così la dedica del primo tg nazionale crea emozione perché di rado quella che è definita l’ammiraglia dell’informazione italiana si sbilancia.

Noi, nell’attonimento e nella preoccupazione post elettorale, non dobbiamo però distrarci rispetto all’enormità di ciò che sta accadendo nel paese che dal 1979 fino a oggi ha trainato la scellerata e pericolosa rimonta dell’islamismo politico, soffocando nel sangue ogni tentativo di cambiamento e di secolarizzazione del paese e dell’area geopolitica.

Difendere la laicità e tenere a mente, come ci ricordano le iraniane con lo slogan Donna, vita, libertà che “l’unico #hijab buono è quello che è stato dato a fuoco da una donna libera” è un dovere per noi, che da questa parte del pianeta abbiamo, con fatica e non per sempre, costruito diritti da condividere con chi fugge dalle dittature.