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Mancavo da un anno nella mia amata e odiata Campania e in molti mi hanno chiesto cosa provassi a distanza di tutto questo tempo, dopo un’altra ondata di pandemia, dopo tutto ciò che abbiamo vissuto sia al Nord che al Sud.

La prima sensazione che ho provato è stata un miscuglio di spaesamento ed incredulità. Poi andando in giro, parlando con la mia gente è subentrata la solita rabbia per lo status quo in cui c’è sempre chi si abbuffa e chi non ne prova. Chi aveva un lavoro assicurato ce l’ha ancora, chi era in bilico è caduto, a qualcuno il Covid ha addirittura giovato, al resto della popolazione il nulla a cui era già abituata. Insomma la solita storia. Chi non conosce al Sud non lavora. I soliti politici, esponenti del clero, dottori, imprenditori, amici vari, genitori questuanti sono il viatico per l’accaparramento di un posto di lavoro in fabbrica, al Comune, nelle forze dell’ordine, al supermercato. Non è cambiato nulla, insomma, salti chi può.

Il reddito di cittadinanza non è la strada da perseguire, come non e possibile dover ascoltare i lamentosi e falsi piagnistei di chi ha ottenuto un lavoro ingiustamente e che ha la sfacciataggine di affermare il contrario. Tante persone diplomate, laureate, con esperienza, in gamba, non lavorano perché non hanno santi in Paradiso e questo non riuscirò mai ad accettarlo .Je accuse. Quindi si dovrebbe almeno avere l’onestà intellettuale di affermare che al Sud non basta contare sulle proprie forze, sulle capacità personali.

Tacete,dunque, se non riuscite neppure a provare vergogna.

Se a questo aggiungiamo la disparità nella ripartizione delle risorse e dei fondi statali tra Nord e Sud il quadro è completo.

La diseguaglianza tra Nord e Sud emerge anche nella spartizione delle risorse stanziate per la pandemia. Tant’è che il Settentrione d’Italia fa la parte del leone, aggiudicandosi la metà dei fondi messi a disposizione dal governo: 2.546 milioni di euro. Può sembrare un controsenso, invece è la cruda realtà de numeri. Ma sono ormai 160 anni che assistiamo a questo scempio.

L’Unitá d’Italia ha giovato solo al Nord, il Sud resta una colonia sfruttata in cui proliferano ingiustizie e modalità errate di acquisizione del lavoro e delle risorse e lo Stato resta a guardare.

L’ anno scorso sono stati erogati 5.020 milioni di euro suddivisi tra il Fondo per l’esercizio delle funzioni fondamentali e la cosiddetta solidarietà alimentare, al netto delle compensazioni specifiche per il mancato gettito determinato da esenzioni tributarie decise a livello nazionale. Il primo intervento, (4.220 milioni di euro) che copre l’85% delle erogazioni, si concentra nelle regioni del Nord Italia e nel Lazio per effetto dei parametri ancorati alla capacità fiscale registrata nei singoli comuni, fornendo di fatto un aiuto maggiore nei territori in cui il reddito medio pro capite è più alto. Così, in base a questi parametri, sono stati distribuiti 2.239 milioni di euro al Nord, 896 milioni al Centro e 1085 al Sud. Il secondo intervento (800 milioni) invece ha erogato risorse maggiori ai Comuni del Mezzogiorno per effetto di un parametro legato al reddito pro capite utilizzato per intensificare l’intervento in quei comuni dove era inferiore alla media nazionale. Nello specifico: 307 milioni al Nord, 146 milioni al Centro e i rimanenti 346 al Sud. Pertanto dal complesso dei due interventi è risultato un aiuto da 2.546 milioni al Nord, 1.042 milioni al Centro e 1.431 milioni al Sud.

Una disparità nella suddivisione del Fondo per l’esercizio delle funzioni fondamentali che è evidente e che balza immediatamente all’occhio facendo due conti, confrontando il dato aggregato. Perché è sufficiente evidenziare come alla Campania, sia toccato il 7,51% del totale delle risorse. Decisamente poco, se si tiene conto che la Lombardia, per esempio, ha preso il 20,85%. Per comprendere meglio la diversità di trattamento e misurare il peso effettivo degli aiuti statali in rapporto alla popolazione, il gap risulta ancora più evidente se si analizzano gli importi pro capite a livello regionale. Ebbene, in questo caso ogni cittadino campano ha avuto 55,48 euro, contro gli 87,73 euro della Lombardia, i 90,17 della Liguria, gli 88,51 euro della Toscana, i 125 euro del Trentino Alto Adige, i 113,51 euro della Valle d’Aosta, i 75,05 dell’Emilia Romagna, i 77,26 euro del Veneto.  Questa disparità è presente anche nella distribuzione delle risorse del Fondo per il 2021. Ció che determina la ripartizione regionale è l’incidenza dei criteri legati al gettito e, quindi, alla capacità fiscale. In base a questi parametri, pertanto, viene attribuita una quota maggiore di risorse ai territori caratterizzati da capacità fiscale maggiore. In pratica una regione più è ricca e più ha diritto al sostegno. A spiegare l’ulteriore ampliamento della forbice che separa il Nord dal resto del Paese è l’introduzione del criterio di ripartizione correlato alla perdita di gettito dell’addizionale Irpef che, inevitabilmente, accentua la correlazione stretta fra la capacità fiscale (e quindi il reddito medio) dei territori e l’intensità dell’aiuto statale. Una vera contradictio in terminis, in quanto non viene considerato il  noto principio marxista: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!

In definitiva vengo assalita dai dubbi sul futuro: se tornassi in Campania, a tentare ancora di combattere le ingiustizie, a lottare per un mondo migliore o solo dare un contributo alla mia terra, me lo permetterebbero? I miei figli si scontrerebbero con la triste realtà che ho ben capito e da cui sono scappata? Cambierà mai qualcosa nella Campania poco felix che ho ritrovato o conviene, come dice qualcuno che ha la pancia piena, restare in Lombardia, la regione più ricca d’Italia? Ma soprattutto, a chi bisogna porla questa domanda?

Annalisa Capaldo

 

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