Il giorno in cui ci siamo incontrati e non ci siamo riconosciuti, uno zoom veloce sui rapporti umani

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Ilaria Varriano – Un mondo di persone che rende vivo uno spazio, una strada di una qualsiasi città. Il pezzo di strada-palco è sempre lo stesso mentre sono tante le persone, le situazioni che accadono. E’ come se ci si fosse appostati in un luogo di fronte a questa strada, sguardo fisso su cosa succede: tipi e situazioni tra le più disparate passano, ripassano, a volte si intrecciano, alludono l’un l’altro, si  raccontano intrecci e storie. Ma proprio come se si fosse davanti a una grande finestra si vede cosa succede in strada ma non si sentono le voci. La musica sì ma le voci di parole, che comunque sembrano essere emesse, non si sentono. Si tratta dello spettacolo  Il giorno in cui ci siamo incontrati e non ci siamo riconosciuti. Fantasia scenica senza parole per attori e musica, drammaturgia e regia di Giuseppe Sollazzo. In scena per due giorni al Napoli Teatro Festival, il 16 e 17 giugno, in prima mondiale, coprodotto dalla Fondazione Campania dei Festival, Napoli Teatro Festival Italia e associazione Jules Renard.  

Per questo spettacolo sono stati scelti oltre trenta attori di nazionalità diverse, quindi con diverse lingue di provenienza, che sperimentano l’universale linguaggio dell’agire “sprovvisti dello scudo a volte ipocrita delle parole- spiega il regista-  danno vita al gioco scenico dell’esistenza”. Un progetto ambizioso che vive in un continuo movimento di passaggio di tante persone- personaggi, di tante entrate e uscite, costante agire. Una star, una sposa, un vecchio che muore, un postino si dispera, barboni, imbroglioni, donne, uomini, pompieri che all’ora di pranzo non lavorano anche se l’incendio dilaga.

A volte sono veri e propri cortei. Cortei funebri, cortei di matrimoni, cortei di contrasto tra vita e morte. O cortei particolari come quello di un gruppo, vestito con abiti da manager,  tutti attorno a un capo, donne che cercano di lusingarlo, di essere ‘notate’ mentre solo l’ uomo viene ascoltato. Un gruppo che entra due volte a distanza di tempo, prima con la maschere da scheletro, poi con il volto umano.  Racconto di una dimensione di persone in qualche modo di successo, della difficoltà del femminile nel lavoro, situazioni in qualche modo stereotipate, che viene associato all’esser ‘morti’- vivi. Questo corteo poi si incontrerà-scontrerà con un corteo di pezzenti…  in un “muoversi danzando” che caratterizza tutto lo spettacolo.

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Accadono cose, tante, sequenze difficili da sintetizzare ma spesso cicliche, fatte di rimandi l’un l’altro, di un personaggio all’altro. Turisti ad esempio, distraggono chiedendo delle spiegazioni una baby sitter che perde la bambina che stava badando perché lei voleva giocare, un prete o presunto tale viene accusato dalla giovane baby sitter di averla presa e viene picchiato. La bambina poi ritorna mano nella mano con la madre. Anche gli oggetti, nel loro ritornare, ammiccare, sono protagonisti: svolgono, identici nella forma, funzioni diverse a seconda della storia. Come una giacca, un pantalone, una pistola, dei fiori. 

Incidenti, incontri casuali, voluti. Brevi scontri e dialoghi, che sintetizzano diverse condizioni dell’umano: la donna asfissiante, il rispetto del potere, la donna che spende sempre, la morte che cerca prede, il fantasma attratto dalle belle donne, l’amore cercato. Una lunga serie di situazioni, forse troppe per solo un’ora e un quarto di spettacolo. Non sempre riescono a raccontare il profondo, ma nel loro susseguirsi a una superficie di rimandi che alludono.

L’idea è interessante. Nasce da un voyerismo che vuole evidenziare il valore assoluto della pragmatica linguistica, del contesto, del valore del linguaggio non verbale in cui il linguaggio verbale si inserisce. Da cui la scelta coraggiosa di tante persone in scena e di diversa nazionalità. Come se questo garantisse il rispetto di una grande casistica di variabili. Questa operazione rischia però di diventare un infinito gioco di rimandi testuali, evocativi, mentali che fanno ben intuire che non di semplici sguardi ma di uno “sguardo come deus ex machina” che tesse tanti intrecci si tratta. Un tessere fili che porta fino alla costituzione di un tappeto che può risultare nella sua a volte frenetica velocità di rimandi, nella velocità dei passaggi, nel continuo entrare e uscire, noioso.

 

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