Con lei Filippo sembrava rinato, Elena l’aveva ripescato dall’abisso, dopo averlo incontrato un giorno per caso alla mensa della Caritas di via Parini 13, il centro «don Lino Ramini», cibo pronto per i vagabondi come lui, senza tetto né legge, randagio e feroce. Ma questa non è una favola, questa è una tragedia e non è mai facile convivere con i propri fantasmi. E così Filippo Ferlazzo, 32 anni il prossimo dicembre, alla fine è diventato un assassino, l’assassino di Alika che a lui e a Elena venerdì scorso aveva solo chiesto di acquistare un pacco di fazzolettini o di avere una moneta.

 

Ma prima di questo, prima della fine, aveva trascorso un anno orribile di peregrinazioni, Tso, frequenti stati d’agitazione, controlli al pronto soccorso. Due volte addirittura in rapida successione ad aprile, qui a Civitanova, la prima era fuggito dall’ospedale, la seconda l’avevano accompagnato i poliziotti ed era stato visitato da uno psichiatra. Elena comunque è sempre al suo fianco. Da due giorni però la vita della donna è stata stravolta, giornalisti e telecamere hanno iniziato ad assediare la sua abitazione al pian terreno dove da qualche mese si era trasferito anche Ferlazzo. Lei ieri è rimasta sempre chiusa dentro. «Sono una donna distrutta, sono veramente vicina alla famiglia della vittima. È stato un fulmine a ciel sereno, io ero in un negozio altrimenti l’avrei fermato. Il razzismo non c’entra nulla, è stato un evento fuori controllo per la sua malattia» ha risposto e poi ha chiesto di essere lasciata tranquilla.

Ferlazzo più di un anno fa era andato via di casa da Salerno, dalla madre Ursula che era stata nominata dal tribunale del capoluogo campano sua amministratrice di sostegno, la tutor che doveva controllare i suoi eccessi.Ora lei si dispera: «Povero figlio mio.È sempre stato un ragazzo difficile, ha avuto un’adolescenza terribile e problemi uno dopo l’altro». Già, ma come faceva a controllarlo a 400 chilometri di distanza? Per ovviare all’instabilità della terapia, data la sua vita ormai inquieta, i medici gli avevano prescritto farmaci a lento rilascio, ma chissà se li prendeva con regolarità.

Il suo viaggio all’inferno era iniziato da tempo: genitori separati, da adolescente un ciclo di cure di due anni in una comunità di Lecce per liberarsi dalla tossicodipendenza, poi un Tso a Salerno per sindrome bipolare con comportamenti psicotici e disturbo borderline di personalità. La signora Ursula ha già mandato via email all’avvocata di suo figlio Roberta Bizzarri tutte le cartelle cliniche che oggi stesso saranno presentate al giudice nell’udienza di convalida dell’arresto per chiedere una perizia psichiatrica.

Il disturbo borderline ti fa passare in un attimo dall’essere tranquillo ad improvvisi impulsi di aggressività, è una sindrome che ti rende intollerante ai fattori stressanti. Una bomba a orologeria col timer innescato. Eppure negli ultimi mesi Filippo Ferlazzo sembrava un uomo nuovo, Elena l’aveva aiutato anche a trovare lavoro in un’azienda di Civitanova Alta che produce lame e stampi metallici. Il sogno di una vita finalmente normale è franato di fronte a un pretesto banale, la semplice insistenza di un venditore ambulante. L’ha seguito, colpito e finito a mani nude. Anche la madre Ursula, che pure conosceva i suoi tormenti, dice adesso: «Non avrei mai pensato che potesse arrivare a tanto. Mi dispiace per quella famiglia». Ma resta sempre la madre: «Sono molto preoccupata adesso che si trova in carcere».

L’udienza di convalida dell’arresto davanti al Gip nel carcere di Montacuto ad Ancona deve ancora iniziare – oggi alle 10 – ma è già battaglia. Il legale della famiglia di Alika Ogorchukwu, Francesco Mantella, si opporrà con forza alla richiesta della collega Roberta Bizzarri, difensore d’ufficio di Filippo Ferlazzo, di una perizia psichiatrica per il proprio assistito.

«Qualora si adombrasse l’incapacità di intendere e di volere – ragiona Mantella – allora andrebbe chiarito se è stato fatto tutto il possibile per evitare quello che è poi accaduto. Mi chiedo: se la madre che era l’amministratrice di sostengo di Ferlazzo viveva a Salerno, come poteva controllarlo quotidianamente, avendo poi il dovere di riferirne al Tribunale? Bisognerà accertare tutte le responsabilità».

L’autopsia sul corpo dell’ambulante nigeriano verrà eseguita domani all’ospedale di Civitanova e dovrà chiarire cosa ne ha causato la morte, se i colpi inferti da Ferlazzo con la stampella dopo avergliela strappata di mano, oppure le botte ricevute a mani nude. Una reazione brutale e spropositata, soltanto perché Alika aveva chiesto forse con troppa insistenza di vendergli qualcosa.