“[Quell’anno] le febbri ebbero natura epidemica, dal momento che portarono la morte in gran parte di Nola e in altre città”. Con tali parole, il medico napoletano Giovan Battista Cavallari inizia la descrizione dei sintomi di una epidemia che, nell’anno 1600, coinvolse molti centri della Campania e a cui egli dedicò un’opera, il De morbo epidemiali nolano, edito a Napoli nel 1602. I centri colpiti dal male furono, oltre Nola, «Nocera, San Severino, Cava, la zona vesuviana», centri nei quali i morti furono così numerosi che il Viceré Fernando Ruiz de Castro (1548-1601) decise di inviare nelle zone colpite uno dei più importanti esponenti dello Studio napoletano, il Cavallari appunto, onde fermare il contagio.

Poche le notizie biografiche in merito a questo personaggio, legato da vincoli di parentela con il suo omonimo che, nel 1578, fu nominato medico di corte a Ferrara ed ebbe in cura il poeta e scrittore Torquato Tasso (1544-1595). Recenti studi, che hanno portato alla prossima edizione anastatica del De morbo epidemiali con traduzione italiana a fronte, a cura di chi scrive, hanno consentito di appurare che il medico che si occupò dell’epidemia campana fu uno dei corrispondenti di Johannes Faber (1574-1629), medico anch’egli e botanico, membro dell’Accademia dei Lincei, amico di Galileo Galilei e presunto inventore del microscopio. Di sicuro la corrispondenza fra i due studiosi aiuta a ricomporre il profilo di una personalità, quella di Cavallari, animata da un amore per la scienza e un’acribia filologica davvero notevoli.

Stesse caratteristiche emergono dalla lettura del De morbo epidemiali, opera che consente di conoscere meglio l’agro nolano e quello nocerino-sarnese in una fase ancora poco nota, quella del  passaggio dal Rinascimento all’età moderna.

Il dotto medico, che cita continuamente le opere di Ippocrate e Galeno fondamentali per la scienza medica almeno fino al XVIII secolo, dopo aver descritto i sintomi dell’epidemia, che comportava febbre e problemi respiratori, ne individua la causa nell’incuria in cui a lungo era stato lasciato il territorio, al quale pertanto riserva un’attenzione eccezionale. La mortalità della popolazione era causata, a suo avviso, dal ristagnare delle acque che, scendendo dalle montagne dell’avellinese, impaludavano per vasto tratto, causando problemi di varia natura tanto nell’agro nolano quanto in quello nocerino, a risolvere i quali il dotto medico raccomanda la costruzione dei “lagni”.

In effetti, la stesura dell’opera si colloca in un momento cruciale di quel vasto riassetto territoriale, che portò alla costruzione dei “Regi lagni”, i canali rettilinei che, raccogliendo le acque piovane della pianura posta a nord di Napoli, le convogliano ancora oggi da Nola fino al mare. Essi fanno parte di un’ingente opera di risanamento ambientale, con la quale il Viceregno spagnolo cercò di risolvere il problema  legato al corso del Clanio, un’importante risorsa idrografica che attraversava la pianura campana compresa fra il basso Volturno, il Matese, i Monti Tifatini, i Picentini, i Campi Flegrei e il mare e i cui continui straripamenti avevano già sollecitato alcuni interventi in epoca angioina. Già nel 1311, infatti, Roberto d’Angiò aveva indirizzato un diploma al Giustiziere di Terra di Lavoro, in cui si legge che l’alveo del fiume era ingombro di depositi e rifiuti dovuti alla «humana malitia» contro la quale il sovrano intendeva prendere provvedimenti. Tuttavia è solo con la conquista aragonese che ci si pose il problema di bonificare l’antica Terra di Lavoro, come prova un gruppo di pergamene, fatte realizzare a tal fine poco dopo l’arrivo di Alfonso il Magnanimo a Napoli (1443) e ricopiate a Parigi, nel XVIII secolo, per volere dell’abate Galiani –attualmente divise fra l’Archivio di Stato di Napoli e la Bibliothèque national di Parigi- volte a rappresentare il vasto territorio che va da Cancello e Avella fino a Sarno e Nocera, passando per Nola, Acerra, Marigliano e Scafati.

L’impostazione di questi importanti documenti cartografici –con visione a volo d’uccello, presenza del golfo di Napoli a sud e rappresentazione attenta dei centri urbani- ritorna in due piante dell’area, una realizzata da Ambrogio Leone e allegata al De Nola (1514), l’altra inserita da Cavallari nella sua trattazione: esse restituiscono il quadro di un territorio che veniva progressivamente coinvolto in quella grandiosa opera ingegneristica che furono i “Regi lagni”, alla cui direzione si avvicendarono personaggi del calibro di Domenico Antonio Fontana (1543-1607) e Benvenuto Tortelli (1533-1594).

La gravità dell’epidemia scoppiata nel 1600 trova un riscontro immediato nei documenti d’archivio relativi agli appalti e pagamenti nei cantieri dei lagni fra il 1600 e il 1601, dai quali emergono, ad esempio, la presenza del Presidente della Camera della Sommaria, insieme a una commissione di medici e ingegneri, nel maggio 1600, per «fare l’esperienza delle acque»; l’apertura di ben venticinque nuovi cantieri per la rettifica del “lagno mastro” e la creazione di una nuova foce; gli stanziamenti straordinari per il prosieguo dei lavori ad opera del de Castro e di suo figlio Francisco Domingo (1579-1637) e soprattutto le continue defezioni, verificatesi nei mesi invernali tra i capimastri e gli operai, spiegabili con l’altissima incidenza della mortalità negli operatori, costretti a risiedere in zone tanto malsane.

La lettura del De morbo epidemiali risulta illuminante anche alla luce delle recenti crisi sanitarie e del progressivo cambiamento climatico in atto, ma costituisce soprattutto occasione di una riflessione più ampia sulla gestione del territorio: i “Regi Lagni”, che rappresentarono una soluzione strategica di estrema modernità, versano oggi in uno stato di colpevole abbandono e, in alcuni tratti, sono stati addirittura chiusi, divenendo parte di una rete viaria che mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini. L’incuria nella loro gestione ha fatto sì che quella che era un’opera idraulica di eccezionale valore e che poteva essere una risorsa turistico-ambientale unica nel suo genere sia ridotta a discarica a cielo aperto, anche a causa della mancata conoscenza del suo valore ingegneristico e storico-architettonico.

A fronte di cambiamenti climatici in atto in maniera sempre più rapida, la corretta amministrazione del territorio si rivela una necessità sempre più stringente, per la quale la conoscenza del passato si rivela fondamentale.

 

 

 

Maria Carolina Campone, Storica dell’architettura