Confesso subito che di seguito utilizzerò riferimenti e citazioni tutt’altro che originali. (Ma troverete, se avete pazienza, le citazioni (auto) precise dettagliate).
Come mi succede di recente, sono indotto a contravvenire alla scelta del silenzio cui mi ero impegnato, da commenti e ripetuti richiami a questioni del nostro sistema scolastico che sono presenti ed operanti (negativamente) da gran parte della sua vita (almeno da quaranta anni), ma che vengono riscoperti ritualmente ad ogni chiusura di anno scolastico. In questi giorni son di moda i dati degli esiti degli esami di (cosiddetta) maturità e la loro distribuzione geografica.
Si va dall’entusiasmo per le eccellenze del Sud rispetto alla mediocrità del nord. “In fondo” si dice “i migliori del Meridione sono migliori come i migliori degli altri” (affermazioni rivelatrici di una sostanziale (consapevole?) concezione “democratica” ??!! della scuola: ciò che conta sono i migliori. E li scegliamo noi). Alla “rivendicazione” della loro marcata contraddizione con le rilevazioni INVALSI: si fa giustizia della colpevolizzazione antimeridionale dell’INVALSI che così dimostra la sua inutilità.
Come se fossero dati confrontabili: in realtà si occupano di cose sostanzialmente diverse. Non valutano gli studenti ma forniscono “sintomi” che possono essere utili per chi valuta e soprattutto per chi decide in merito alle politiche scolastiche sia a livello micro (la singola scuola, i docenti) sia a livello macro: i decisori politici e amministrativi del sistema scolastico. Fermarsi al commento di tabelle e dati e quadri e opinioni segna un limite grave rispetto ad ogni possibile intervento sulla realtà: per esempio sul decidere la obsolescenza effettiva degli esami di Maturità (si fa per dire) fatti in quel modo che riproducono quel valore sociale e culturale, e ripensare al modo di riorganizzare esami e prove di “fine ciclo” capaci di declinare significati reali e simbolici diversi e più appropriati ad una scolarizzazione che tendenzialmente copra l’universo delle generazioni.
Lo ripeto allo sfinimento (di chi mi ascolta. Io sono aiutato dall’Alzheimer…): si analizzano i dati, i sintomi, si valuta, “per assumere decisioni” il più possibile fondate e motivate. Ma non c’è “automatismo” tra i “dati” e la “decisione”. Il passaggio della analisi e delle ipotesi è fondamentale e ineliminabile. Certo è il più impegnativo ed faticoso, anche per guardarsi dalle derive “opportunistiche, oppositive, pigmalioniche…” che accompagnano l’osservazione. Ma questo è argomento di grande spessore e impegno che sono impossibili con questo strumento.
Mi limito a proporre una illustre lettura qui di seguito e poi le (auto)citazioni.
“Evidentemente entrambi avevamo una fame terribile. Il guscio dell’aragosta era già vuoto e il cameriere venne sollecito. Ordinammo altre cose, a sua scelta. Cose leggere, specificammo, e lui annuì con competenza. “Qualche anno fa ho pubblicato un libro di fotografie”, disse Christine.” Era la sequenza di una pellicola, fu stampato molto bene, come piaceva a me, riproduceva anche i denti della pellicola, non aveva didascalie, solo foto. Cominciava con una fotografia che considero la cosa più riuscita della mia carriera, poi gliela manderò se mi lascia il suo indirizzo, era un ingrandimento, la foto riproduceva un giovane negro, solo il busto; una canottiera con una scritta pubblicitaria, un corpo atletico, sul viso l’espressione di un grande sforzo, le mani alzate come in segno di vittoria: sta evidentemente tagliando il traguardo, per esempio i cento metri”. Mi guardò con aria un po’ misteriosa, aspettando una mia interlocuzione.“Ebbene?”, chiesi io,” dov’è il mistero?”. “La seconda fotografia”, disse lei. “Era la fotografia per intero. Sulla sinistra c’è un poliziotto vestito da marziano, ha un casco di plexiglas sul viso. Gli stivaletti alti, un moschetto imbracciato, gli occhi feroci sotto la visiera feroce. Sta sparando al negro. E il negro sta scappando a braccia alzate, ma è già morto: un secondo dopo che io facessi clic era già morto”. Non disse altro e continuò a mangiare.” (Da “NOTTURNO INDIANO” di ANTONIO TABUCCHI) A mio parere non servirebbe una parola in più.