Hercules alla guerra: al MANN la mostra che ricorda la (dis)umanità testimoniata dalle storiche Quattro Giornate di Napoli

0
395

Hercules alla guerra” è la nuova mostra inaugurata al Museo Archeologico di Napoli, proprio nel settantacinquesimo anniversario delle Quattro Giornate di Napoli, inserita tra le iniziative dedicate alla memoria di questo momento storico unico che ha visto la città protagonista di ‘eroiche imprese’ per cacciare i Tedeschi. A tagliare il nastro il Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico, insieme al sindaco di Napoli Luigi De Magistris e a Paolo Giulierini, direttore del museo napoletano.
Nelle sale del ‘Cielo Stellato’, e in quelle della Collezione Farnese, una serie di pannelli, opere del museo e giocattoli antichi narrano la storia di una tragedia ancora viva nel racconto dei nostri padri. Ma la mostra è soprattutto omaggio alla città, come ha tenuto a sottolineare Giulierini, al suo coraggio, alla sua umanità.

Entriamo poco per volta nelle ‘stanze della memoria’ scoprendo i momenti di grande ansia vissuti da chi, ad esempio, dovette governare situazioni delicatissime. Amedeo Maiuri fu l’instancabile custode di capolavori minacciati non solo dalla distruzione ma anche dalla razzia. Come nel caso di opere confinate nell’Abbazia di Montecassino e sfuggite, solo per miracolo, alla dissoluzione che poi rientrarono dopo complesse vicende al Museo, o della “Casa” di Pompei ed Ercolano come teatro di guerra, protetta, ma non sicura. E nelle foto in mostra dell’Archivio Mann c’è tutta la cura, l’amore di un’azione di difesa che avrebbe meritato ben altri riconoscimenti. Ma se le tante opere custodite al museo scamparono alla rovina, lo stesso non potette dirsi per Pompei, annientata da un gesto barbaro di cui ancora non sono chiare fino in fondo le motivazioni. Una teca raccoglie una serie di frammenti di bronzo di suppellettili che erano esposte nell’Antiquario Pompeiano, distrutto dai bombardamenti alleati nelle prime incursioni aeree dell’Agosto del 1943.

La storia del museo in guerra è corredata dall’esposizione di alcuni pezzi straordinari, quasi un’esemplificazione della ricchezza di tesori posseduti e minacciati dalla furia bellica: sono statuette in bronzo eccezionali, mai viste, delle autentiche “chicche” che valgono da sole l’intera mostra per chi è appassionato della storia artistica delle città sepolte dal Vesuvio. Si può ammirare la meravigliosa coppia, proveniente dalla Casa di Pansa, di “Dioniso e Fauno” con quelle ageminature degli occhi dall’espressività disarmante; la statuina del Pescatore proveniente dalla Casa della Fontana Piccola; la statuetta raffigurante una “Vittoria Alata su globo”; un cervo galoppante ed una serpe che costituiva un elemento di fontana. Ma la bellezza emersa dalle ceneri del vulcano, subito cede il passo alla crudezza della guerra in cimeli che trasmettono ancora oggi un’immagine di morte: sono bombe a mano, granate, elmetti, pugnali a ricordarci come l’uomo possa essere per sé il suo maggior nemico.
Scorrono davanti agli occhi le foto della tragica vicenda della Caterina Costa, la nave esplosa nel marzo del 1943 seminando morte e distruzione in larga parte della zona portuale di Napoli con scene degne di una vera apocalisse. Al centro della prima sala campeggiano due totem con foto di distruzioni, come quelle della zona di Piazza Mercato. Ancora una sezione è stata dedicata alle Leggi Razziali, ai Fotografi Napoletani di Guerra ed un’altra, interessantissima, riservata ai “Giochi di guerra per bambini da guerra”. E’ nella serie di pezzi, scelti dalla Collezione del professor Enzo Capuano, che possiamo avere la percezione di quanto innocui giocattoli siano stati espressione di propaganda politica, destinata ai futuri fascisti fin dalla tenera età.

In altre sale, quelle del Toro Farnese, alcuni pannelli raccontano storie di napoletani che presero le armi per cacciare il ‘tedesco’, in quell’atto di rivolta collettiva che riportava alla memoria la storia di Napoli nei suoi momenti di alta e civile insurrezionalità. Napoli dimostrò, allora, di poter esser ancora un “popolo”, purtroppo per un’ultima volta. Una lezione probabilmente dimenticata negli anni successivi, fino all’amorfo presente fatto di una sfibrante sopravvivenza urbana che sembra aver perso lo slancio degli antichi grandi impeti di civile e orgogliosa ribellione ad un destino che pare segnato.

La mostra si può visitare fino al 31 gennaio 2018

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here