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‘Dare moneta, vedere cammello’ funzionavano così alcune procedure fallimentari. La ‘moneta’ solitamente era di oltre 100mila euro e serviva ad oleare il meccanismo della procedura e l’assegnazione delle aziende fallite. A chiederle curatori fallimentari e avvocati. Il ‘cammello’ erano le aziende fallite o i loro beni, oppure procedure ammorbidite per evitare guai penali. Un meccanismo collaudato – questo sostiene l’accusa – un piccolo centro di potere e soprusi concentrato nelle mani – in particolare – di due commercialisti nocerini tra l’altro cognati, Giovanni D’Antonio e Giovanni Faggiano, nella veste di curatori fallimentari.

Entrambi destinatari, insieme all’avvocato civilista e mediatore Fabio Sorrento, di un’ordinanza di custodia cautelare agli  domiciliari, emessa dal Gip Simone De Martino, su richiesta del pm Anna Chiara Fasano della Procura di Nocera Inferiore.Ieri, i finanzieri del comando provinciale di Salerno hanno eseguito due delle tre ordinanze: D’Antonio è riuscito a sfuggire alla cattura ed è irreperibile. Volatizzato prima che i finanzieri arrivassero a casa sua per la notifica dell’ordinanza e la perquisizione disposta dal Gip per l’acquisizione di nuovi documenti.

Nel fascicolo d’inchiesta della Procura nocerina, figurano al momento nove indagati: per due di loro, entrambi commercialisti, Vincenzo Bennet – presidente di Salerno Pulita, società in house del comune di Salerno – e Angelo Scala il pm Fasano aveva chiesto gli  domiciliari e carcere. Richiesta non accolta dal Gip De Martino che ha emesso l’ordinanza e i due risultano  ma liberi.

Nell’inchiesta sono finiti anche Francesco Pecoraro, Agostino Bruno e Annalista Senesi, i primi due custodi dei beni di una società fallita e la terza legale rappresentante della stessa impresa.

Due le procedure fallimentari oggetto di un’indagine che è durata circa 4 anni e nella quale si ipotizzano i reati di concussione e tentata concussione oltre a reati ‘satellite’. Il primo episodio riguarda la Lodato Gennaro & C. una notissima azienda conserviera dell’agro nocerino, dichiarata fallita nel 2018 e per la quale furono nominati quali curatori fallimentari Giovanni D’Antonio e Angelo Scala.

Secondo l’accusa, i due avrebbero in più occasioni rallentato o ostacolato l’aggiudicazione della società e dei suoi beni alla De Clemente conserve spa, la società di Scafati che nell’ambito di una procedura parallela si era aggiudicata l’acquisto dell’impresa insolvente.

Ricorsi pretestuosi, ritardi pilotati e anche una maggiorazione del valore dei beni del fallimento per oltre 5milioni di lire sarebbero state le azioni orchestrate dai curatori per spingere i De Clemente a pagare una tangente pattuita inizialmente in 50mila euro e successivamente lievitata a 100/130mila euro. Tutto questo, secondo quello che è emerso nelle indagini, anche con l’intermediazione di Bennet che, in quel momento figurava come commercialista e consulente dei De Clemente, cioè le parti offese.

Il danaro, secondo quanto hanno potuto accertare gli inquirenti, non fu mai consegnato perchè gli imprenditori scafatesi si rifiutarono di sottostare al ricatto e denunciarono le anomale procedure sia dei curatori fallimentari che del loro consulente. Una vicenda che si è protratta per oltre due anni nei quali si sarebbero verificate numerose pressioni ed episodi quantomeno singolari e incontri. Le richieste dei curatori erano talmente pressanti che, in un’occasione, per ostacolare l’assegnataria, avrebbero costretto i dipendenti di un noto istituto bancario a consegnare loro i dati di alcuni assegni emessi dalle parti offese per mettere a segno il ricatto.

Mesima metodologia anche per un altro fallimento, quello della Geicon (Gestioni immobiliari costruzioni navali srl) del 2018. In quell’occasione fu nominato curatore fallimentare Giovanni Faggiano, cognato di D’Antonio. Secondo l’accusa, il presidente dell’ordine dei commercialisti di Nocera Inferiore e l’avvocato nocerino Fabio Sorrento si sarebbero fatti consegnare centomila euro, da spartire con Faggiano per evitare all’imprenditore fallito ‘ulteriori’ guai giudiziari e l’apertura di un procedimento penale per bancarotta.

Nel corso delle indagini è emerso che D’Antonio e Sorrento avrebbero sottratto la documentazione contabile della società fallita e depositato una relazione negativa contro gli responsabili legali dell’azienda insolvente. L’iniziale richiesta di danaro era stata di 25mila euro, poi – a mano a mano che la situazione si complicava – l’importo della ‘mazzetta’ era lievitata, prima a 30 e poi a 100mila euro. Alla fine i due imprenditori falliti si sono ritrovati con una doppia beffa, non solo hanno pagato, ma hanno dovuto anche affrontare le conseguenze negative della relazione orchestrata ai loro danni.

Nell’ambito del ‘fallimento’ Lodato, inoltre, gli inquirenti hanno registrato la sparizione di un costosissimo macchinario ‘grazie’ all’omesso controllo di Pecoraro e Bruno sui beni inclusi nella lista del fallimento. Una sparizione non segnalata al tribunale dai curatori fallimentari D’Antonio e Scala e da Faggiano, secondo quanto sostiene l’accusa.

Nell’inchiesta figura tra gli  anche un noto avvocato civilista nocerino che nel corso delle indagini è deceduto. Avrebbe – secondo gli inquirenti – svelato atti segreti relativi alla procedura fallimentare Lodato per favorire un altro imprenditore conserviero concorrente dei De Clemente nell’acquisto della società fallita. Insomma un vero intrigo e un vorticoso giro di danaro intorno alle procedure fallimentari assegnate alla sezione del Tribunale nocerino, che aveva come protagonisti sempre gli stessi professionisti.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore della Repubblica Antonio Centore,  trae origine da una denuncia sporta, nel 2018, dall’imprenditore conserviero scafatese che si era visto inoltrare la richiesta di danaro da parte dei curatori fallimentari, attraverso il proprio consulente, per l’acquisto della fabbrica fallita. Nel 2020 si aggiunse un’altra denuncia quella che riguarda la società di costruzioni navali. I protagonisti di fatto coincidevano.

Gli indagati avrebbero costruito, secondo l’ipotesi dell’accusa, un vero e proprio ‘sistema’ che partiva dall’assegnazione degli incarichi nelle procedure fallimentari e si concretizzava che le richieste di danaro per ammorbidire o accelerare le procedure. Intorno un giro di consulenze, perizie e manomissioni degli atti per pilotare o ostacolare vendite e assegnazioni dei beni delle società fallite.

Il factotum del sistema, secondo la procura, sarebbe proprio Giovanni D’Antonio, noto per la sua carica di presidente dell’ordine dei commercialisti di Nocera Inferiore e con velleità politiche. Il suo nome è spuntato, recentemente, anche nell’ambito delle consultazioni per la ricerca del candidato sindaco alle prossime elezioni amministrative di Nocera Inferiore. Ipotesi poi tramontata. Per D’Antonio, al momento irreperibile, il pm Fasano aveva chiesto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, misura accolta in parte dal Gip che ha disposto per lui gli  domiciliari.

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