0 Condivisioni

giovanni falcone

Qualcuno dice che Giovanni Falcone cominciò a morire il giorno stesso in cui la Corte di Cassazione confermava la pesantissima sentenza contro i vertici di Cosa nostra. E fu lui stesso, il giudice, ad accreditare questa deduzione quando, insieme con la gioia per il successo del suo lavoro (e di tutto il pool antimafia), esternò anche il timore per le conseguenze di quel successo. Liliana Ferraro, sua fedele amica e collaboratrice, aveva organizzato un brindisi al ministero della Giustizia e Falcone brindò, ma, lasciandosi andare a un sorriso amaro, aggiunse: «Adesso viene il bello», anticipando – con questo – la certezza che c’era da aspettarsi da Cosa nostra una reazione violenta.

STRAGE DI CAPACISTRAGE DI CAPACI

Era il 30 gennaio del 1992 e l’intera direzione strategica della mafia veniva annullata dai 19 ergastoli inflitti dalla Suprema Corte. Ciò potrebbe esser considerato un ottimo movente per una strage come quella di Capaci, ma solo se si pensa che quel tritolo sia stato fatto esplodere per esigenze di vendetta. Noi, però, sappiamo che non è così e lo sanno anche gli investigatori che in questi ultimi anni hanno scandagliato la storia di Giovanni Falcone, fino alla sua clamorosa eliminazione.

La vendetta, nelle grandi storie di mafia, è solo una parte del movente. Una parte minoritaria: il grosso delle motivazioni vanno sempre cercate nella necessità di Cosa nostra di prevenire il peggio, di proteggere interessi innominabili, alleanze insane e tutelare le identità di grossi nomi del potere coinvolti nelle trame oscure.

La strage di Capaci non fa eccezione e non può essere analizzata fuori contesto rispetto a quanto era avvenuto prima di quel 23 maggio 1992 e quanto avverrà dopo con il replay di via D’Amelio e successivamente ancora con gli attentati di Roma, Firenze e Milano.

Già, perché dopo trent’ anni si può pacificamente affermare che lo stragismo mafioso è un unicum, un pozzo nero che decine di processi hanno appena sfiorato consegnando alla giustizia la manodopera, ma non le menti pensanti, i burattinai che dirigevano la compagnia al completo. Le «menti raffinatissime» evocate dallo stesso Falcone all’indomani dell’attentato (fallito) organizzato, il 21 giugno 1989, per uccidere lui e i colleghi svizzeri (Carla del Ponte e Claudio Lehmann) ospiti nella sua villa all’Addaura.

giovanni falcone

L’attentato fallito Ecco, quell’attentato – fallito per una serie di imprevisti e forse per l’intervento di “spie buone” che neutralizzarono “spie cattive” – può esser considerato una tappa di avvicinamento all’annientamento di un giudice sempre mal sopportato dai padroni del vapore che lo sentivano come una minaccia alla strategia del quieto vivere che governava la brutta politica, la cattiva economia e i soldi facili del narcotraffico di Cosa nostra.

giovanni falcone paolo borsellino

I 58 candelotti di dinamite collocati sulla scogliera davanti al patio della villa avrebbero dovuto funzionare come una conferma al fango e ai veleni anticipati in alcune lettere anonime (le lettere del Corvo). L’amanuense (o gli amanuensi) accusava Falcone e il poliziotto Gianni De Gennaro di aver utilizzato il collaboratore Totuccio Contorno come killer di Stato, nel tentativo di far uscire allo scoperto l’allora superlatitante Totò Riina. La bomba, dunque, altro non sarebbe stata che la chiusura del cerchio: Falcone scorretto assassinato a causa delle proprie scelte illegittime.

Il risultato sarebbe stato, dunque, di offrire all’opinione pubblica un giudice morto ma non da eroe. Un doppio omicidio: annientamento fisico e delegittimazione morale.

Ovviamente non si poteva avallare la tesi di un errore di Cosa nostra e allora la disinformazione delle «menti raffinatissime» mise in rete la falsa notizia che l’attentato non era fallito, ma era stato pensato (dallo stesso Falcone) per non fare vittime. Insomma l’attentato se l’era fatto Falcone per fare carriera.

Le indagini dicono altro: per esempio che Alberto Di Pisa, il collega di Falcone individuato come autore dell’anonimo, non aveva scritto quelle lettere, anche se sulla busta era stata trovata una porzione di impronta sua recuperata, però, dal bicchiere dell’aperitivo offertogli “amichevolmente” dall’Alto commissario per la lotta alla mafia.

ATTENTATO ADDAURA

Le indagini dicono ancora che sulla scena dell’attentato all’Addaura potrebbe essere stato presente l’agente Nino Agostino (successivamente ucciso insieme con la moglie incinta), agente a mezzo servizio con il Sisde, che potrebbe essere il poliziotto buono che Falcone indicherà come «quello che mi ha salvato la vita». E a mare, vicino agli scogli, c’era anche un mafioso che pare non sia riuscito ad azionare il telecomando perché sbalzato goffamente fuori dal canotto nel momento culminante. Di lui si sono trovate tracce del Dna recuperato su un asciugamano abbandonato. E tanti approfondimenti andrebbero fatti ancora per meglio chiarire il ruolo svolto in quel periodo dal commissariato di San Lorenzo dove prestava servizio l’agente Agostino e un altro giovane collaboratore del Sisde, Emanuele Piazza, impiegato nella caccia ai latitanti. Anche lui sarà ucciso.

 

Un bell’intreccio dentro quel commissariato, frequentato pure da simpatizzanti del terrorismo neofascista del calibro di Alberto Volo, il preside che racconterà a Falcone l’esistenza di una Universal Legion, un’organizzazione paramilitare vicina alla Nato, molto simile a quella Gladio, rivelata da Giulio Andreotti, che molto aveva incuriosito il giudice istruttore palermitano mentre indagava sull’assassinio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Falcone aveva dato molto credito alla pista nera per l’omicidio Mattarella. Fino a convincerlo, come ha recentemente rivelato Pino Arlacchi nel suo libro dedicato a Falcone, Giovanni e io (Chiarelettere), che la morte del «democristiano perbene» fosse addirittura «un caso Moro bis».

Il filo nero La convinzione che guidava le ricerche del giudice era che ci fosse sempre stato un filo che legava Cosa nostra, i servizi segreti e le organizzazioni terroristiche di estrema destra. Con una mente politica in grado di indirizzare l’attività dei servizi in chiave ovviamente filoatlantica e di argine al pericolo comunista. Il ruolo che in Europa aveva ricoperto Gladio. Mafia e neri, dunque, avrebbero avuto negli anni il ruolo di “service” a disposizione degli agenti segreti per le operazioni non propriamente legali.

strage di capaci 1

In qualche occasione Falcone aveva ricordato come esistessero precedenti in quel senso: gli attentati della notte di Capodanno 1971 (cinque bombe al comune e in alcuni assessorati) con esplosivo compatibile con quello a disposizione della famiglia Madonia di san Lorenzo; il coinvolgimento della mafia nel tentativo del golpe Borghese (1980), gli attentati ai tralicci dell’Enel compiuti dai neofascisti in modo che fossero attribuiti alla sinistra. Per non parlare del coinvolgimento della mafia (la condanna a Pippo Calò, il cassiere di Cosa nostra) negli attentati ai treni e persino nella strage di Bologna.

giovanni falcone

Non è esagerato dire che questo filone, insieme con l’attività storica di Giovanni Falcone sul terreno della lotta al narcotraffico, al riciclaggio e agli scandali degli appalti che coinvolgevano anche grandi imprese del Nord (il giudice disse durante un convegno: la mafia è entrata in Borsa, alludendo alla Calcestruzzi di Gardini che aveva nel proprio gruppo dirigente siciliano un emissario di Totò Riina), rappresenti il cuore dei tanti motivi che il potere aveva di liberarsi di Giovanni Falcone.

Per anni politica e grande finanza hanno monitorato l’attività del giudice, sin da quando aveva rotto la consuetudine di star lontano dalle banche ed aveva preso a cercare lì i soldi che provenivano dal narcotraffico. Era l’inizio degli anni Ottanta e Falcone dava molto fastidio. Diede fastidio a Vito Ciancimino (Arlacchi ci conferma che il giudice sapesse dell’appartenenza a Gladio dell’ex sindaco democristiano), fece irritare parecchio i potenti esattori Nino e Ignazio Salvo che si adoperarono, senza riuscirci, per farlo trasferire. Le lettere del Corvo certamente furono parte di questo progetto abortito. E quando Falcone vince e si appresta a prendere il posto di capo della Procura nazionale antimafia non esitano ad eliminarlo fisicamente: la soluzione finale.

Ecco il movente preventivo, sempre presente nelle grandi storie di mafia. E poi bisognava interrompere il filo che aveva portato il giudice a incuriosirsi per la Gladio. Aveva provato ad entrare negli archivi ma glielo impedì il suo capo di allora, il procuratore Pietro Giammanco. La curiosità tuttavia era rimasta, come dimostra una sua audizione in Commissione antimafia di recente desecretata. Era il 22 giugno 1990 e Falcone dice in Parlamento che per l’omicidio di Piersanti Mattarella è accertata la presenza di mandanti esterni alla mafia. Tutto quello che accadrà dopo in Italia, dalle stragi alla trattativa, non può trovare spiegazione senza il presente prologo.

 

0 Condivisioni