Tutti conoscono la storia di lady D, di quello che abbia rappresentato, di come abbia sfidato i canoni della nobiltà inglese e mondiale, di come abbia dato alla luce il futuro erede al trono e del mistero che circonda la tragedia della sua scomparsa.

Ma perché secondo molti spetterebbe alla principessa del Galles il titolo di regina consorte? “Lady Diana era regina di cuori, regina del popolo.” Una donna che mirava alla sostanza, piuttosto che alla forma, un pericolo per la corona e per i suoi protocolli. E una calamita per i media, che hanno contribuito alla sua proclamazione a “donna più famosa del mondo”. “Sono uno spirito libero. A qualcuno non piace, ma è quello che sono.”

Non era diversa, in questi tratti, da alcuni membri della famiglia reale, come Edoardo VIII, che rinunciò al trono abdicando a favore del fratello George VI per amore di Wallis Simpson, attrice americana divorziata (il protocollo reale vietava di sposare una donna divorziata), o – se volessimo addentrarci in sentieri ancora più remoti – Patricia di Connaught, nipote della regina Vittoria, che rinunciò ai privilegi reali, sposando il comandante della Royal Navy Alexander Ramsay. Ma come anche la stessa regina Elisabeth II, che scelse di sposare un giovane squattrinato per amore, scomparendo pochi mesi dopo il suo amato, perché forse alcune anime hanno bisogno di restare insieme (Ci stringiamo al dolore per la grave perdita della famiglia reale).Difficile è quindi ricordare di come Diana sia stata in vero mal sopportata da alcuni dei membri della famiglia reale: dalla Regina Madre, ad esempio, o dalla stessa Elisabeth. Queste ultime infatti non si erano quasi mai incontrate che in compagnia di terzi e non avevano mai avuto l’opportunità forse di capirsi davvero.

 

 

 

Del resto la comprensione e la compassione, caratteristiche per eccellenza di Diana, erano doti da cui il protocollo reale rifuggiva. Never Complain, Never Exsplain. Lo stato d’animo di una principessa deve restare celato, l’impossibilità di espressione è la prima cosa che uccide lentamente «Un essere umano straordinario» che «Nei momenti felici come in quelli di sconforto, non aveva mai perso la capacità di sorridere, o di ispirare gli altri con il suo calore e la sua bontà», queste le parole rivolte a Lady Diana da Elisabeth II, a pochi giorni dalla sua scomparsa.

Erano state proprio talune caratteristiche d’animo ad affascinare il principe Charles, quando a un incontro pubblico Diana rivolse sentitamente le sue condoglianze al principe, che aveva perduto lo zio pochi mesi prima. La principessa del Galles era infatti molto apprezzata dal popolo inglese e mondiale per la sua compassione e il suo impegno nel sociale. Non che per il suo fascino. Icona di stile degli anni 90, ricordiamo fra quelli più seducenti l’aderente abito nero che indossó al concerto alla Goldmisth’s Hall di Londra, col quale sfidò -involontariamente- i principi del galateo inglese, e l’iconico revenge dress del 1994, che sfoggiò subito dopo l’annuncio della propria separazione dal principe Charles. In tanti ad oggi preferirebbero che lei fosse la prossima regina consorte, e non la storica amante del principe, poi divenuta sua moglie, Camilla Parker Bowles. Ma Diana era una donna fragile, che desiderava solo essere amata dal proprio marito. Non avrebbe voluto divenire regina.

“Mi piacerebbe essere regina nei cuori delle persone, ma non mi vedo come regina di questa nazione.” Da come è stata accuratamente descritta negli anni da familiari, amici e innumerevoli articoli e poadcasts , era troppo umana e troppo fragile per ricoprire tale carica. Le responsabilità reali (oltre a una buona dose di difficoltà infantili e la noncuranza del principe Charles nei suoi confronti) le procurarono disturbi di vario tipo: come la depressione o la bulimia, di cui cominciò a soffrire nel 1981, a pochi mesi dal fidanzamento con Charles.
La dipendenza affettiva dovuta alle mancanze genitoriali in tenera età, divenne ancora più insopportabile quando si legò ad un uomo che non avrebbe mai potuto amarla, nè salvarla da se stessa. “Penso che la più grande malattia del mondo sia quella che provano le persone che non si sentono amate.”