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L’ambizione, la volontà, il progetto è quello di dare una nuova lettura dell’arte del ‘600 napoletano le cui opere sono densamente  nel Museo e Real Bosco di Capodimonte. Rivalorizzando e rileggendo proprio quelle.  Con questo obiettivo la grinta del direttore Sylvain Bellenger, che propone sempre nuovi approcci e rapporti con le opere del museo si è unita all’azione di due curatori di spessore come Stefano Causa ( docente di storia dell’arte moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Napoli ” Suor Orsola Benincasa”), e come la dottoressa Patrizia Piscitiello (responsabile dell’Uffico Mostre e prestiti del Museo e Real Bosco di Capodimonte).

Una nuova piccola rivoluzione del Museo è partita. Il secondo piano viene riallestito in una mostra che vuole portare il pubblico di visitatori con decisione Oltre Caravaggio, oltre dunque una visione influenzata da Roberto Longhi con la sua convinzione che la pittura napoletana ruoterebbe attorno al naturalismo di Caravaggio. Con l’intento di spostare dichiaratamente l’ago della bilancia verso un altro cuore pulsante della cultura napoletana: Jusepe de Ribera. Spagnolo di nascita ma napoletano di adozione domina con le sue proposte significative il panorama partenopeo dal suo arrivo nel 1616.

Nuovi punti di vista, la ricerca di nuove letture diventano ritmo nelle sale del secondo piano occupate, fino al 7 gennaio 2023 (se non oltre), dalla mostra-allestimento Oltre Caravaggio. Un nuovo racconto della pittura a Napoli. Diventano la chiave di interpretazione, colori, cifre di una nuova pagina del Museo di Capodimonte che si ripropone come ‘laboratorio’, come spazio per ipotesi e rivisitazioni intimamente connesse con il mondo della critica d’arte. O ancor meglio con il mondo di chi si prende la responsabilità di comporre in tasselli la sua esposizione. Il direttore Bellenger più volte sottolinea quanto ci abbiano ‘messo la faccia’, quanto allestendo in maniera diversa si siano esposti proponendo visioni non per forza gradite a un pubblico abituato a un museo-confort con le sue certezze. Ma, come sottolinea il direttore Sylvain Bellenger “Ogni direttore ha avuto la possibilità di esprimere la sua visione: Spinoza ha cambiato l’allestimento di Causa che ha cambiato Ferrajoli“.

Non a caso risuona tra le pareti e tra le altre scritte la citazione di Lugli “Per un’organismo [il museo] che contiene il passato ma si confronta continuamente col presente, credo che veramente la più grossa contraddizione sia la pretesa di restare immobile” (da L’educazione estetica 1978)

Intrecciare segni. A partire dai nomi dati ai temi trattati dalle sale indicati da titoli che scandiscono la mostra. Segnali da intrecciare con il contenuto delle opere, con gli accostamenti di opere, con il colore delle pareti che non sono solo scenario ma parte integrante del percorso.

Le 200 opere in mostra non sono prestiti.  Erano già nel museo,  magari collocate in altri piani, ma, come spiega il curatore Stefano Causa, vengono ridistribuite per creare un flusso continuo in tutto il museo, prima troppo separato nei due livelli. Impossibile elencarle tutte ma di sala in sala ci sono elementi che saltano all’occhio. Per esempio l’inserimento delle nature morte in piena dignità tra le altre opere, non come dimensione autonoma ma inserita nel contesto del tempo e delle altre tipologie iconografiche.

Oppure, nella sezione “Napoli crocevia di culture” si comprende già dal titolo  la volontà di raccontare la Città e le sue espressioni in una dimensione di dialogico confronto. E’ qui, ad esempio che, tra le sale dalle pareti gialle e in particolare nella sala 89, una statua di Angelo custode sembra essere la materializzazione tridimensionale di quello stesso angelo dipinto nel quadro esposto dietro. In realtà è un perfetto dialogo tra l’Angelo custode realizzato dal bolognese Domenichino ( Domenico Zampieri), che è stato a Napoli fino al 1631, per un’opera realizzata nel 1615 a Palermo per la chiesa di S. Francesco  e una scultura attribuita con probabilità all’intagliatore napoletano Aniello Stellato. La postura identica (peccato per la mano mancante della scultura) dell’angelo, addirittura il buco che lascia immaginare la statua mancante di un bambino, trova un perfetto contrappunto e completamento nel quadro e non può che stupire divertendo.

Oppure  intrecci iconografici di particolare sensibilità contemporanea dei curatori, hanno portato al confronto tra il San Gerolamo realizzato da de Ribera nell’opera appunto San Girolamo di Trinità delle Monache, l’identico soggetto del San Gerolamo di  Agostino Carracci  e quello inserito nella Disputa sull’Immacolata Concezione della chiesa dell’Annunciata di Cortemaggiore in provincia di Piacenza di Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone.  Il confronto iconografico permette di evidenziare come de Ribera, che era stato tra Parma e Piacenza,  aveva dialogato con i corpi muscolosi e plasmati alla maniera di Michelangelo proposti dal Carracci, mentre nel Pordenone si è voluto vedere una “premessa alla fisicità antieroica dell’anziano San Gerolamo relizzato dal pittore spagnolo”.

Cuore della mostra non può che essere il quadro del Sileno ebbro di de Ribera che è stato scelto anche come immagine  per la mostra e catalogo. Una immagine complessa, ironica, già vista nella forma ma che sembra proporre un’ “estetica del brutto” con dettagli minuziosi come il foglio con la firma strappata da un serpente. Nello stesso tempo un quadro che allude e rimanda in cui de Ribera rilegge un altro artista importante, come racconta Stefano Causo, in una sorta di “lezione universitaria su un capolavoro di Tiziano. Però un Tiziano ripensato così, con un asino che al posto di ragliare sembra che stia ruttando. Un Tiziano dissacrato, fatto a pezzi. Proprio questo è il senso del nostro discorso di avere uno sguardo per ripensare alle cose“.

Il viaggio continua nelle altre sale. Impossibile proporre un viaggio completo, ma già l’elenco dei nomi delle sezioni del percorso rivela intenti. Il percorso continua nelle sale dei trionfi di Bacco, il Barocco da boudoir, Purismi nostri, Ribereschi a passo ridotto, Passetto barocco, Fiori sull’acqua: Ipomee e boule de neige, il Trionfo della vita, Staffetto meridionale: Battistello, Preti e il secondo ‘600, Gli scali del Barocco. Preti tra Roma e Napoli, Il trionfo della morte, Festa del Rosario, Solimena e il ‘700, chi guarda e chi è guardato, Il paesaggio napoletano nella pittura degli stranieri, Ottocento caravaggesco. Un viaggio che vuole stimolare nuovi sguardi e nuovi visitatori.

Molte anche le opere restaurate dal Dipartimento di Restauro del Museo e Real Bosco di Capodimonte ed esposte in questa mostra. Alcune opere sono state restaurate grazie al sostegno dell’associazione Amici di Capodimonte Ets o di singoli mecenati (Gianfranco D’Amato, Roberto Nicolucci) o di aziende campane (D&D, Cartesar) nell’ambito di un progetto più ampio come “Rivelazioni. Finance for Fine Arts” di Borsa Italiana.

Alla presentazione, tanti gli intervenuti, c’era anche il direttore Generale dei Musei Massimo Osanna che ha raccontato con orgoglio l’evoluzione di questo museo.

 

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