Angri, Don Enrico Smaldone un “pazzo di Dio, commovente e partecipata celebrazione per i 70 anni della Città dei Ragazzi

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Angri – Raccogliere documenti e prove che testimonino quelle virtù eroiche che sembrano già scritte analizzando il faticoso percorso di vita di Don Enrico Smaldone che perseguì il suo sogno di educare alla vita e all’inserimento sociale tanti fanciulli e ragazzi, figli della guerra e rassegnazione, con la realizzazione della sua opera, quella Città dei Ragazzi che tanto bene compì dalla sua fondazione nel 1949 e fino alla chiusura con la prematura dipartita del sacerdote angrese nel 1967. E poi avviare un cronoprogramma con iniziative di carità e partecipazione. Sono questi gli obiettivi esposti dal Comitato Don Enrico Smaldone in occasione del 70 anniversario della posa della prima pietra della Città dei Ragazzi, organizzato in collaborazione con la Fraternità di Emmaus. Tocccanti sono state le testimonianze di ex ragazzi che in quella Città ci abitarono e si formarono e poi il racconto di Suor Aurelia Cascone delle Battistine e dei tanti che ne hanno vissuto l’aurea e il ricordo nelle proprie famiglie, ex operai delle Mcm e delle industrie conserviere come degli emigrati all’estero. Belle le interviste video dei suoi amici più stretti come i compianti Agnese Adinolfi, Alfredo Postiglione e gli interventi di alcuni ragazzi che hanno letto alcuni testi che sono risultati vincitori del concorso indetto lo scorso maggio tra le scuole angresi. Poi quella continuità di opere di carità avviate dieci anni fa dalla Fraternità di Emmaus che ha realizzato case famiglie per accogliere donne, bambini in difficoltà. “Oggi è facile ricordare Don Enrico e la sua Città dei Ragazzi, una storia già scritta – ha dichiarato durante l’omelia Don Silvio Longobardi- custode della Fraternità di Emmaus – Dobbiamo tutti sapere però che la carità non è una bella favola ma una storia da scrivere con fatica. Molti hanno buone intenzioni che però spesso non si traducano in azioni. In tanti partono e poi si ritirano a metà strada, quando comprendono che le difficoltà sono grandi”. Il sacerdote che è anche autore di un libro su Don Enrico Smaldone ha continuato nella sua omelia: “Se Dio chiama non dobbiamo farlo attendere, una buona regola che vale per tutti i battezzati. Don Enrico vedeva il disagio sociale e decise di combattere una battaglia della carità, e quando ha capito che non era una sua idea ma una chiamata di Dio, ha fatto il prete, il buon pastore che come dice il vangelo, da la sua vita per le sue pecore smarrite. Non un mercenario che all’arrivo del lupo, si allontana, ma quel pastore che va alla ricerca della pecora, non andando lontano ma guardandosi attorno”. Un pazzo di fede e fiducia riposta nella Provvidenza – come evidenziato da Don Silvio – E’ facile parlare di carità, ma vivere la carità, gettarsi in un avventura quando sai di non avere le risorse e di non poter contare sulla buona volontà della gente perché anche se vuole, non ne ha, è o essere pazzi o essere talmente credente. Un pazzo di Dio, che si è fidato, mettendo la mano sul cuore e non in tasca, sapendo di non avere niente e facendo proprio il dettato evangelico che afferma che quello che avete da dire e da dare è molto piu grande di qualsiasi altra cosa”. Una lezione di carità e partecipazione che ha commosso e rafforzato tutti noi – commenta Agostino Ingenito – La carità si fa e non si annuncia e vanno compiute azioni educative che aiutino famiglie e giovani. E Don Enrico, educatore innovativo e coraggioso , è l’esempio a cui attingere per rispondere alle tante nuove povertà umane”.

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