«Partirono in due ed erano abbastanza: un pianoforte, una chitarra e molta fantasia» : eccolo, l’incipit perfetto. Partirono in due – era il 1972, il mondo era un altro, percorso da altre guerre fredde e rivoluzioni mai più tentate dopo – ed erano più che abbastanza. Antonello, classe ’49, e Francesco, classe ’51, avevano poco più di vent’anni («e vent’anni sembran pochi…», così come «18 anni sono pochi, per promettersi il futuro»), un pianoforte e una chitarra, e molta fantasia. Cinquant’anni dopo, «Bomba o non bomba», rieccoli, ancora un pianoforte e una chitarra, e in mezzo centinaia di canzoni, che hanno accompagnato pezzi di vita di noi tutti. Perché sì, Antonello Venditti e Francesco De Gregori possono dirlo, cantarlo, cantandolo sopra, o sotto, la voce delle 4500 persone che sabato e poi domenica hanno gremito il Teatro antico di Taormina e non hanno smesso di cantare, applaudire, urlare nemmeno per un minuto delle quasi tre ore di concerto: «La Storia siamo noi». Quel «noi» che ci ha presi tutti, noi di tutte le età (ma soprattutto vecchi ragazzi, leve calcistiche della classe ‘68, nati sotto il segno dei Pesci, quelli della terza E tutti belli ed eleganti tranne me, quelli che la matematica poi non è stata il nostro mestiere…).
Quel «noi» che sentivamo profondamente mentre cantavamo a squarciagola: le avete mai sentite 4500 persone che cantano «tutto quel che cerco, pensavo, è solamente amore», o «senza fame e senza sete, senza ali e senza rete voleremo via»? Beh, loro sì, Antonello Venditti e Francesco De Gregori. Che hanno un po’ giocato, sfotticchiandosi, ridendo (uno a dire all’altro: ma quanto parli? l’altro a chiamarlo in scena «il Principe»): quanti anni ci vogliono per imparare a diventare lievi, e giovani, accidenti. Ironia a partire dal trionfale ingresso in scena sulle note potenti di «Also sprach Zarathustra» di Richard Strauss. Perché, dopotutto, questo mondo di ladri è anche un mondo di eroi e di supereroi. Pure se visti al contrario, come Bufalo Bill. Pure se umili e ultimi: il collega spagnolo Pablo, il soldato semplice che dice al Generale che la guerra è finita, quelli delle cuccette di terza classe del Titanic. Ma lo sappiamo, la Storia siamo tutti noi, con loro.
Tra i supereroi non dimentichiamone uno che, assieme a Venditti e De Gregori (e con De Gregori era stato proprio su quel palco taorminese, nella riedizione, mille anni dopo, d’un mitico concerto degli anni Settanta) e pochi altri aveva rivoluzionato la musica, e la storia sentimentale e politica di tutti noi: Lucio Dalla. Ci vorrebbe un amico come lui, per tutti. L’omaggio, con la sua tenerissima «Canzone» (sì, canzone in assoluto, grado zero della musica), è stato il primo pezzo su cui ci siamo alzati tutti in piedi, protesi verso quel cielo scorbutico che poco prima del concerto s’era riempito di fulmini e di pioggia. Ma ci voleva ben altro per farci desistere, noi vecchi e nuovi ragazzi accorsi a riavvolgere il nastro (si faceva con una matita, nelle musicassette, ricordate?), a dire a noi stessi: «Ricordati di me», come se fossimo ancora, sempre, studenti del «Giulio Cesare», a mordicchiare la penna, insonni, la «Notte prima degli esami», ad avere paura di tirare un calcio di rigore, ad avere paura del buio e della fantasia (ah, «Santa Lucia», protettrice degli sguardi all’indietro nel tempo, della vista lunga che ti regala la musica…).
E così i vecchi ragazzi hanno intrecciato ancora le loro voci, tra loro e alle nostre vite: Antonello, perenni occhiali scuri, un poco al piano, Francesco, berretto in testa, un poco alla chitarra, all’armonica (oh, come piangevamo lacrime di rimmel…). Eppure una volta non eravamo dello stesso partito: c’erano degregoriani e vendittiani, e l’armistizio era possibile solo per alcune canzoni che sono di tutti da subito, per sempre. Erano tempi strani, l’amore era politica, e la politica amore: poi è arrivata l’«Alta marea», il riflusso, ci siamo ritirati nel privato, ma quel fuoco era lì, e s’è riacceso mentre seguivamo – coprivamo – le voci di Francesco e Antonello, la macchina del tempo, un cannone che spara il nostro «enorme cuore tra le stelle», attraverso i giochi di luci che trasformavano il Teatro antico in un luogo favoloso, ma nulla di più favoloso poteva esserci del nostro tempo ritrovato. Ironici, divertiti , divertenti, a due voci e poi una, scambiandosi le parole e le strofe, togliendosi la musica di bocca, facendoci pensare a che fantastica storia può essere un concerto, mille anni dopo, con la tua canzone del cuore cantata da un altro, e che – accidenti – funziona lo stesso. A quel punto pure autentici gioielli, come «Dolce signora che bruci» solo per voci e chitarra o «Generale» arrangiata asciutta asciutta e rock sono altri regali ma siamo già felici e no, non abbiamo alcuna voglia di chiudere dicendo «Buonanotte, fiorellino». Così finisce con l’altro prodigio: 4500 terroni («a noi terroni ci hanno sempre chiamati, ma qui ci trattano da signori») che cantano «Roma Capoccia» come se fossero tutti nati al Testaccio.