
Il sarto, il cuoco e l’intellettuale
Dalla questione meridionale all’autonomia differenziata. Nei Quaderni Gramsci usa un’immagine semplice: chi ogni tanto rammenda uno strappo non è per questo un sarto, e chi si frigge un uovo non è un cuoco. Il discorso riguarda gli intellettuali: tutti gli uomini pensano, perché nessun lavoro esclude del tutto l’intelligenza, ma non tutti hanno nella società la funzione di intellettuali. Per Gramsci l’homo faber e l’homo sapiens non si separano mai del tutto, perché chi lavora con le mani ragiona. Cambia il ruolo sociale che la società gli riconosce.
Cos’è la questione meridionale
Dopo l’Unità d’Italia il Nord diventa industriale, mentre il Sud resta agricolo e dominato dai grandi proprietari terrieri. Per Gramsci il Nord tratta il Mezzogiorno come una colonia, con un mercato da sfruttare e braccia da impiegare. A giustificare tutto c’era la propaganda che dipingeva i meridionali come pigri e inferiori per natura, tesi che Gramsci respinge con forza.
Qui torna l’immagine del sarto e del cuoco. Il Sud era tenuto fermo da un “blocco agrario” in cui i piccoli intellettuali (funzionari, avvocati, preti) facevano da cerniera tra i contadini e i latifondisti. In cima stavano i grandi intellettuali, come Croce e Fortunato, che davano al sistema una copertura culturale. I contadini avevano il pensiero, non la funzione.
Come combatterla secondo Gramsci
Nel saggio del 1926 sulla questione meridionale la risposta è l’alleanza tra gli operai del Nord e i contadini del Sud. Servono anche intellettuali nati dal popolo meridionale, capaci di guidarlo senza tradirlo. Il Sud non va “aiutato” dall’alto, deve diventare protagonista.

L’autonomia differenziata
L’articolo 116, terzo comma, della Costituzione nasce con la riforma del Titolo V del 2001, voluta dal centro-sinistra. Permette alle Regioni ordinarie di chiedere più competenze allo Stato. Nel 2017 Lombardia e Veneto fanno referendum consultivi, nel 2018 tre Regioni (Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna) firmano pre-intese con il governo. Il progetto più deciso è della Lega, con il ministro Roberto Calderoli.
Come nasce l’autonomia differenziata
Con il governo Meloni la riforma diventa una delle priorità della maggioranza, insieme al premierato e alla riforma della giustizia. La legge porta il numero 86 ed è del giugno 2024. A fine 2024 la Corte costituzionale ne ha dichiarato incostituzionali alcune parti e ha respinto il referendum abrogativo chiesto dalle opposizioni.
Le materie richieste sono fino a 23, tra cui scuola, sanità, ambiente e trasporti. La legge Calderoli è stata approvata nell’estate 2024, ma a fine anno la Corte costituzionale ne ha dichiarato incostituzionali alcune parti e ha respinto la richiesta di referendum abrogativo delle opposizioni, nonostante le molte firme raccolte. Il tema è ancora aperto: in una mozione dell’Umbria dell’aprile 2026 si parla di negoziati in corso su istruzione, ambiente, trasporti e sanità. (units)
Chi è Roberto Calderoli
Calderoli, bergamasco, classe 1956, è un dentista diventato politico, uno dei volti storici della Lega, il partito nato dal federalismo nordista di Umberto Bossi. È di centro-destra e oggi è ministro per gli Affari regionali e le Autonomie. Già ministro delle Riforme e della Semplificazione normativa, è anche l’autore della legge elettorale del 2005 che lui stesso definì “una porcata”. L’autonomia è la bandiera storica della sua forza politica.
Le 23 materie
Sono 20 materie di competenza concorrente (art. 117, terzo comma), più tre di competenza statale:
Rapporti internazionali e con l’UE delle Regioni
Commercio con l’estero
Tutela e sicurezza del lavoro
Istruzione
Professioni
Ricerca scientifica e innovazione
Tutela della salute
Alimentazione
Ordinamento sportivo
Protezione civile
Governo del territorio
Porti e aeroporti civili
Grandi reti di trasporto e navigazione
Ordinamento della comunicazione
Energia (produzione, trasporto, distribuzione)
Previdenza complementare e integrativa
Coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario
Valorizzazione dei beni culturali e ambientali
Casse di risparmio e casse rurali
Enti di credito fondiario e agrario
Organizzazione della giustizia di pace
Norme generali sull’istruzione
Tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali
Chi ne gioverebbe?
I sostenitori dicono che avvicina le decisioni ai territori e premia chi amministra bene. Il presidente del Friuli Venezia Giulia, Fedriga, la definisce una priorità e un’opportunità da Nord a Sud, e giudica umiliante l’idea che il Mezzogiorno non ne sia all’altezza.
I critici temono che leI critici temono che le Regioni più ricche trattengano più risorse, allargando i divari e creando cittadini di serie A e di serie B. Vincenzo De Luca ha chiesto il ritiro del progetto Calderoli per un chiarimento politico di fondo. In chiave gramsciana, il rischio è che il Nord torni a trattare il Sud da colonia, stavolta con strumenti legali. (italpress)
Il nodo decisivo sono i LEP, i livelli essenziali delle prestazioni, cioè gli standard minimi di servizi che devono valere ovunque. Senza fondi che li garantiscano, l’autonomia rischia di premiare chi parte avvantaggiato.
I LEP, spiegati con un esempio
I livelli essenziali delle prestazioni sono lo standard minimo di un servizio che deve valere in tutta Italia. Per esempio, quanti posti negli asili nido, quali esami garantiti dalla sanità, quale trasporto per gli studenti disabili. La legge prevede che prima di trasferire competenze su diritti fondamentali vadano fissati i LEP e finanziati. Senza soldi che li garantiscano, un livello “essenziale” resta solo un’etichetta, e il rischio è un Paese dove cambiano i diritti da una Regione all’altra.
Cosa cambierebbe nella pratica
La Regione otterrebbe le competenze per funzioni specifiche, concordate con lo Stato in un’intesa. Potrebbe quindi, per esempio, gestire in modo diverso personale e organizzazione della sanità o della scuola, decidere su porti e aeroporti, o regolare l’energia sul proprio territorio. Per finanziare queste funzioni riceverebbe una quota del gettito delle tasse statali raccolte sul suo territorio. Qui nasce il nodo politico: in Veneto si è parlato a lungo di trattenere gran parte delle imposte pagate dai cittadini, e i critici temono che le Regioni ricche finiscano per avere più risorse di quelle povere.
Un punto spesso dimenticato: l’autonomia differenziata riguarda solo le 15 Regioni a statuto ordinario. Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia hanno già un’autonomia speciale.
Le Regioni dalla più ricca alla più povera
Il parametro è il PIL pro capite (dati Istat 2024). Il Nord-Ovest è l’area più ricca con 46,1 mila euro, il Mezzogiorno è ultimo con 24,8 mila, e il Centro-Nord produce 1,75 volte più ricchezza per abitante del Sud. L’ordine nella fascia alta cambia di anno in anno, quindi la parte superiore è indicativa.
Fascia alta: Provincia di Bolzano, Lombardia, Valle d’Aosta (47,7 mila euro, terza in Italia), Provincia di Trento, Emilia-Romagna, Veneto.
Fascia medio-alta: Lazio (43,2 mila euro), poi Toscana (39,3 mila), con Friuli Venezia Giulia, Liguria e Piemonte in questa zona.
Fascia intermedia: Marche (34,1 mila), Umbria (32,5 mila), Abruzzo (32,1 mila).
Fascia bassa: Basilicata (28,4 mila), Molise e Sardegna (27,7 mila), seguite da Puglia e Campania.
Ultime: Sicilia (23,3 mila) e Calabria (21,7 mila), ultima in Italia.
Il divario si vede anche nei consumi: le famiglie di Campania, Puglia e Sicilia sono quelle che spendono di meno.





