La differenza di base tra peccato e reato è che il primo è un concetto morale-religioso, l’altro politico-giuridico. Il peccatore deve rendere conto al suo Dio. Il reo, invece, deve rendere conto alla legge e al giudice e, in senso più ampio, alla comunità danneggiata dal suo reato. Il reato è un comportamento umano volontario che si concretizza in un’azione vietata dall’ordinamento giuridico di uno Stato, a cui è collegata una pena. Affinché un comportamento possa essere considerato un reato, non occorre solo che sia contrario alla legge. Devono infatti verificarsi diverse circostanze: la volontarietà del comportamento dell’autore del reato; la sussistenza dell’elemento psicologico, il dolo o la colpa; il nesso di causalità tra il comportamento attivo e il verificarsi dell’evento lesivo; l’insussistenza di determinate situazioni il cui verificarsi renderebbe lecito un comportamento in apparenza illecito (ad esempio la legittima difesa).

Il peccato è una violazione dei precetti religiosi. Questa la definizione che ne dà il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È un’offesa a Dio”. Perché ci sia un peccato mortale sono richieste tutte e tre queste condizioni: la materia grave, la piena avvertenza dell’intelligenza, il deliberato consenso della volontà libera da condizionamenti. La moralità è desiderio e tensione continua verso il bene che non si scandalizza della propria e altrui fragilità perché scaturisce dalla riconoscenza per l’esperienza di un amore gratuito. La missione della Chiesa non è quella di una agenzia umanitaria che distribuisce patenti di moralità, ma quella di denunciare profeticamente il male ma anche di essere evangelicamente misericordiosa con i peccatori ai quali chiedere continuamente la conversione del cuore e dei comportamenti. A questo proposito mi sembra emblematico l’atteggiamento di Gesù che ai farisei che gli avevano condotto una donna adultera dice “chi è senza peccato scagli la prima pietra” e alla donna dice “va e d’ora in poi non peccare più”.

 

Il moralismo può degenerare nel fariseismo nella misura in cui è la persona a stabilire il criterio del bene e del male con il quale generalmente assolve sé stessa e condanna gli altri,dimenticando il monito evangelico di togliere prima la trave dei propri occhi prima di pretendere di togliere la pagliuzza da quelli altrui. E’ l’atteggiamento di chi pensa di avere le mani pulite, ma non si accorge di avere il cuore sporco. Don Luigi Sturzo, che fu impegnato in prima persona in campo politico come consigliere comunale e provinciale, prosindaco per 15 anni e segretario del PPI, afferma che la politica è un’arte che riescono ad esercitare solo pochi artisti, mentre altri si accontentano di esserne artigiani e molti si riducono ad essere mestieranti della politica. Egli non mancò di dare anche dei suggerimenti di natura pratica a chi vuole apprenderne l’arte ed evitarne il mestiere.

Tra le virtù dei politici egli cita la franchezza, la sincerità, la fermezza nel sapere dire anche i no, l’umiltà da cui scaturisce il senso del limite, il non attaccamento al denaro e alla fama, la competenza, la progettualità politica. Sturzo afferma l’assolutezza dei valori morali ma insiste anche sulla impoliticità della immoralità politica. Per lui l’economia e la politica, senza morale, sono sempre antieconomiche ed impolitiche.

Don Luigi Sturzo non si fermò a denunce generiche e astratte, ma intervenne spesso e puntualmente in alcuni nodi cruciali della storia del nostro paese con analisi spietate, che non mancano di attualità. Ecco cosa scrisse nel 1958 quel vecchio ottantasettenne a proposito della moralizzazione della vita pubblica: “Una parola ‘moralizzare la vita pubblica’! Dove e quando essa è stata mantenuta sulla linea della moralità? Non ieri, non oggi, non da noi, non dai nostri vicini, non dai paesi lontani. Eppure è questa l’aspirazione popolare: giustizia, onestà, mani pulite, equità. Che cosa è mai la concezione dello Stato di diritto se non quella di uno Stato nella quale la legge prende il posto dell’arbitrio; l’osservanza della legge sopprime l’abuso, la malversazione e la sopraffazione non restano impunite?…… Lo Stato non immunizza il male né lo tramuta in bene; fa subire ai cittadini gli effetti cattivi delle azioni disoneste dei propri amministratori, governanti e funzionari, mentre produce benefici effetti con la saggia politica e la onesta amministrazione…Se nella mente dei cittadini è penetrata l’idea che per avere disbrigato un affare occorre la bustarella, o la percentuale per il premuroso intermediario, si deve concludere che le storielle circolanti di bocca in bocca non siano tutte inventate. E concludeva: “Pulizia! Pulizia morale, politica e amministrativa, – solo così potranno i partiti presentarsi agli elettori in modo degno per ottenere i voti; non mai facendo valere i favori fatti a categorie e a gruppi; non mai con promesse personali di posti e promozioni; ma solo in nome degli interessi della comunità nazionale, del popolo italiano, della Patria infine, – perché la moralizzazione della vita pubblica è il miglior servizio che si possa fare alla Patria nostra” (gennaio 1958).  .