
La recensione di Agostino Ingenito.Ogni epoca riscrive i propri miti. Non perché voglia tradirli, ma perché non riesce più a comprenderli con gli occhi del passato. È questa la sensazione che accompagna la visione dell’Odissea di Christopher Nolan: un film che non pretende di raccontare fedelmente il poema di Omero, ma che utilizza il suo impianto narrativo per interrogare il nostro tempo.
Chi cerca la trasposizione del testo classico rimarrà probabilmente disorientato. Nolan non insegue la filologia. Fa ciò che ogni grande autore prova a fare: prende un mito universale e lo piega alle inquietudini della contemporaneità.
L’Odisseo interpretato da Matt Damon non è soltanto il re di Itaca. È l’uomo del XXI secolo, convinto di poter dominare il destino attraverso l’intelligenza, la tecnica e il controllo. Attorno a lui si muove un cast prestigioso – Anne Hathaway, Tom Holland e gli altri interpreti – capace di dare profondità a personaggi che appartengono al patrimonio culturale dell’umanità. La fotografia, le scenografie e l’impianto sonoro costruiscono un Mediterraneo arcaico sospeso tra storia e leggenda.

Ma proprio sul piano della rappresentazione emergono anche alcune contraddizioni. Nolan, pur cercando di sottrarre il mito alla semplice spettacolarizzazione, finisce talvolta per ricadere in codici estetici tipicamente hollywoodiani.
L’armatura di Agamennone, con le sue linee scure e il design fortemente stilizzato, richiama inevitabilmente la tuta di Batman. È quasi un’eco del Nolan che ha reinventato il Cavaliere Oscuro, più che del narratore dell’età del bronzo. Una soluzione scenografica di forte impatto, ma che allontana il personaggio dalla sobria imponenza del mondo miceneo.
Anche Polifemo perde parte della sua monumentalità primordiale. Più che il terrificante Ciclope descritto da Omero, sembra richiamare, per tratti e movenze, Gollum della saga de Il Signore degli Anelli. Più creatura fantasy che gigante ancestrale, più digitale che mitologica.

Persino i Feaci vengono reinterpretati. Da popolo di navigatori e custodi dell’ospitalità assumono quasi l’aspetto di un ordine di grandi cavalieri, appartenenti più all’immaginario medievale che alla civiltà mediterranea raccontata da Omero.
La stessa Circe viene privilegiata nella spettacolarità della trasformazione degli uomini in maiali, mentre passa in secondo piano il significato allegorico di quell’episodio: la perdita dell’umanità quando l’uomo rinuncia alla ragione e si lascia dominare dagli istinti.
Anche il passaggio nella terra dei Lotofagi avrebbe meritato maggiore profondità. Il loto non è soltanto il frutto dell’oblio: è la rinuncia alla memoria, il rifiuto del ritorno, la perdita della propria identità. Una metafora straordinariamente attuale in una società che accumula informazioni ma dimentica rapidamente la propria storia.
Persino Penelope, interpretata con misura da Anne Hathaway, appare meno centrale rispetto alla straordinaria forza simbolica del personaggio omerico. La sua attesa, il suo silenzio, la sua intelligenza e la sua resilienza vengono quasi assorbiti dalla centralità del viaggio di Odisseo, così come il rapporto con Telemaco perde parte di quella tensione che nel poema rappresenta il difficile passaggio tra due generazioni.
Eppure è soprattutto il sottotesto filosofico a colpire.

Il film sembra ripetere allo spettatore una frase tanto semplice quanto rivoluzionaria: rinuncia al controllo e vivi.
Viviamo nell’epoca degli algoritmi, della pianificazione assoluta e dell’intelligenza artificiale capace di anticipare comportamenti e desideri. Eppure Nolan ci ricorda che esiste una parte dell’esperienza umana che non può essere programmata.
Bisogna abbandonarsi per ritrovarsi.
Il vero viaggio non è verso Itaca.
È dentro sé stessi.
La domanda fondamentale non è più: “Dove devo arrivare?”, ma “Chi sono diventato durante il viaggio?”
Perché oggi sappiamo orientarci con un satellite, ma spesso non sappiamo più orientarci nella nostra coscienza.
La guerra di Troia diventa così la metafora di ogni civiltà che crede di essere eterna. Le città bruciano, gli imperi crollano, gli uomini continuano a combattersi credendo ogni volta di inaugurare una nuova storia.
Ma la storia continua a ripetersi.
“Le storie di Troia saranno solo cantate.”
È forse questa la frase che racchiude l’intero senso del film.
Quando il tempo avrà cancellato le mura, i palazzi, gli eserciti e perfino i vincitori, resteranno soltanto i racconti.
La memoria è l’unica forma possibile di immortalità.
Noi siamo una civiltà che produce dati più velocemente di quanto produca memoria. Affidiamo tutto agli archivi digitali e alle reti neurali, convinti che conservare informazioni significhi custodire la conoscenza. Ma la memoria non coincide con l’accumulo dei dati. È interpretazione, coscienza, esperienza.

L’intelligenza artificiale potrà forse raccontare infinite versioni dell’Odissea. Potrà imitare Omero, ricostruire Troia, generare immagini perfette e dialoghi impeccabili. Ma difficilmente proverà quella nostalgia che i Greci chiamavano nóstos: il desiderio struggente di ritornare a casa, che è prima di tutto un ritorno a sé stessi.
La macchina ricorda.
L’uomo attribuisce significato ai ricordi.
Ed è qui che il film assume una dimensione universale. Non cercate gli dèi negli uomini. Ogni volta che una civiltà si convince di essere onnipotente, costruisce inconsapevolmente la propria Troia.
Poi arrivano i secoli di oscurità.
Gli errori vengono dimenticati.
Le civiltà rinascono.
E ricominciano a commettere gli stessi sbagli.
Forse è proprio questa la grande lezione che Christopher Nolan affida al mito. Il progresso tecnologico non coincide con l’evoluzione morale. Cambiano gli strumenti, cambiano le armi, cambiano perfino le intelligenze che ci accompagnano. Ma restano immutate l’ambizione, la paura, la sete di potere, il desiderio di vendetta e l’illusione di poter dominare il destino.
Alla fine, L’Odissea non racconta semplicemente il ritorno di un eroe.
Racconta il viaggio dell’umanità attraverso i propri errori.
Ed è per questo che Omero continua a parlarci dopo quasi tremila anni.
Forse è proprio questo il merito più grande del film di Nolan: ricordarci che i miti non sopravvivono perché raccontano il passato, ma perché continuano a interrogare il futuro.
Ogni epoca ha la sua Troia.
Ogni generazione ha il proprio Odisseo.
Ogni civiltà crede di essere eterna.
Poi arrivano il tempo, l’oblio e nuovi secoli di oscurità.
Di noi non resteranno i grattacieli, gli algoritmi, le piattaforme digitali o le intelligenze artificiali che oggi immaginiamo immortali.
Resteranno le storie.
E, se avremo saputo raccontarle con verità, resteranno soprattutto i canti.







