
La recensione di Agostino Ingenito . Ci sono sequel che proseguono una storia e altri che, quasi inconsapevolmente, ne celebrano il funerale. Il diavolo veste Prada 2 appartiene alla seconda categoria. Non perché sia un brutto film sotto il profilo tecnico – il cast resta di altissimo livello, con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, affiancati da Kenneth Branagh, Lucy Liu e Simone Ashley – ma perché racconta un mondo che ha ormai perso la propria centralità storica.
Il primo film era il manifesto di una generazione che identificava il successo con il potere dell’immagine, il lusso con l’affermazione personale, la moda con una forma di cultura capace di influenzare economia, costume e linguaggio. Oggi quel mondo non è più il motore della società: è un elegante reperto archeologico.
Il vero protagonista del film non è Miranda Priestly. È il tempo.
Quel tempo che consuma ogni élite, che smonta i miti senza bisogno di rivoluzioni e che sostituisce lentamente un sistema di potere con un altro. L’intelligenza artificiale, la finanza globale, gli algoritmi, le piattaforme digitali non rappresentano semplicemente nuove tecnologie: sono il segno di una nuova antropologia. Cambiano gli strumenti, ma non cambia l’uomo. Cambia il vestito del potere, non il suo desiderio di dominio.
È qui che il film diventa, forse involontariamente, interessante. Perché mostra il disperato tentativo di una classe dirigente dell’effimero di restare a galla. Ma ogni strategia appare già superata. La moda continua a raccontarsi come linguaggio universale mentre il mondo sembra aver voltato pagina.
L’effimero, che per decenni è stato il fondamento narrativo di intere generazioni, oggi mostra tutte le proprie crepe. Non basta più cambiare collezione, reinventare una copertina o anticipare una tendenza. Il cambiamento è molto più radicale. È il paradigma stesso della “bellezza” a entrare in crisi.
Quella bellezza costruita attraverso stereotipi, status symbol, marchi e rituali dell’esclusività sembra perdere progressivamente significato davanti a una società che, pur con tutte le sue contraddizioni, non riconosce più nel lusso il principale elemento di aspirazione. È una destrutturazione silenziosa ma inesorabile.
New York e Milano, che nel primo film rappresentavano le due capitali di un capitalismo estetico apparentemente invincibile, qui finiscono quasi per assomigliarsi. Entrambe appaiono città splendide ma incapaci di produrre nuove narrazioni. Conservano il fascino delle grandi capitali della moda, ma sembrano vivere della rendita di un immaginario che appartiene più al Novecento che al XXI secolo.
Meryl Streep rimane immensa. Basta uno sguardo per ricordare perché Miranda Priestly sia entrata nella storia del cinema. Ma anche il suo personaggio sembra prigioniero di una macchina narrativa che non riesce più a sorprenderci. Anne Hathaway interpreta una Andy più consapevole, ma meno incisiva. Emily Blunt è forse quella che evolve meglio, mentre Stanley Tucci conferisce ancora una volta al suo Nigel quell’eleganza morale che costituisce il vero antidoto al cinismo del sistema.
Il doppiaggio italiano è corretto, ma meno raffinato rispetto alla forza dell’originale. Alcuni dialoghi perdono quella sottile ironia tagliente che nel primo film costituiva una parte essenziale del fascino dei personaggi.
Il limite maggiore dell’opera resta però la sua incapacità di andare fino in fondo. Sfiora il tema dell’intelligenza artificiale, accenna alla crisi dell’editoria, osserva il cambiamento del mercato globale, ma preferisce rifugiarsi nella nostalgia. Come se avesse paura di ammettere che non stiamo assistendo semplicemente alla crisi della moda, ma alla fine di un’intera concezione dell’uomo occidentale fondata sul consumo dell’apparenza.
Ed è forse questa la vera chiave di lettura del film. L’epoca dell’apparire non viene sostituita da un’epoca dell’essere. Viene semplicemente rimpiazzata da un’altra forma di controllo, più invisibile e più potente. Se ieri erano le grandi direttrici delle riviste a decidere cosa dovessimo desiderare, oggi lo fanno algoritmi, piattaforme e intelligenze artificiali. Cambiano gli interpreti, ma il copione resta sorprendentemente lo stesso.
Il risultato è un film elegante, ben recitato, visivamente impeccabile, ma emotivamente meno necessario del suo predecessore. Una sorta di fotografia malinconica di un’élite che cerca ancora di convincersi di essere indispensabile mentre la storia, silenziosamente, ha già scelto altri protagonisti.

Alla fine resta una domanda che va oltre il cinema: se anche il lusso, l’apparenza e il mito dell’esclusività stanno perdendo la loro forza simbolica, quali nuove narrazioni sapranno riempire il vuoto? È un interrogativo che il film lascia aperto. Ed è probabilmente la sua intuizione più autentica, perché ci ricorda che ogni civiltà, quando smette di interrogarsi sul senso delle cose, finisce inevitabilmente per limitarsi a cambiarne la confezione.








