Invecchiare non significa soltanto aggiungere anni alla propria vita. Significa convivere con malattie croniche, assumere più farmaci, affrontare cambiamenti fisici e cognitivi e, talvolta, perdere gradualmente autonomia. È in questo equilibrio delicato che entra in gioco il geriatra: uno specialista che non si limita a curare le patologie, ma costruisce un percorso assistenziale personalizzato, tenendo conto della salute, dell’autonomia, della rete familiare e della qualità di vita della persona. Per approfondire questi temi abbiamo intervistato il dottor Francesco Scognamiglio, 35 anni, di Pomigliano d’Arco, laureato e specializzato in Geriatria all’Università Federico II. Attualmente è dirigente medico di I livello presso l’Unità Operativa di Medicina Interna dell’ospedale “Ferdinando Veneziale” di Isernia, dove si occupa prevalentemente di pazienti provenienti dal Pronto Soccorso con patologie acute internistiche. Svolge inoltre attività libero-professionale con visite domiciliari tra Napoli, la provincia, Campagna e Isernia.
Dottor Scognamiglio, da dove nasce la scelta di specializzarsi in geriatria e cosa l’ha attratta maggiormente di questa disciplina?
Mi sono laureato e specializzato presso l’Università Federico II di Napoli. Durante i sei anni di formazione ho svolto numerosi tirocini, ma quello in geriatria è stato senza dubbio l’esperienza che mi ha colpito di più. Ho trovato questa disciplina diversa dalle altre perché non si limita alla gestione della malattia, ma entra profondamente nel vissuto della persona. Il geriatra si prende cura del paziente nella sua complessità, considerando non solo gli aspetti clinici, ma anche quelli umani, familiari e sociali. È proprio questa visione globale della persona che mi ha spinto a scegliere la geriatria e che continua ancora oggi a motivarmi. Se dovessi tornare indietro, sceglierei senza esitazione la stessa specializzazione.
Molte persone pensano che il geriatra sia semplicemente “il medico degli anziani”. Che cosa distingue realmente una valutazione geriatrica da una comune visita internistica?
La valutazione geriatrica va ben oltre una tradizionale visita internistica. Durante una visita internistica si raccolgono l’anamnesi, quindi la storia clinica e farmacologica del paziente, si esegue l’esame obiettivo e, sulla base dei riscontri clinici, si impostano eventuali approfondimenti diagnostici o una terapia. L’internista ha una visione globale delle patologie internistiche, ma l’attenzione rimane prevalentemente focalizzata sugli aspetti clinici. La valutazione geriatrica, invece, aggiunge un livello di approfondimento fondamentale. Oltre alla valutazione delle condizioni mediche, prende in considerazione la persona nel suo insieme: le capacità cognitive, la memoria, la mobilità, il grado di autonomia nelle attività della vita quotidiana, l’eventuale presenza di fragilità, il contesto familiare e sociale e tutti quei fattori che possono influenzare la qualità di vita dell’anziano. L’obiettivo non è soltanto curare una malattia, ma comprendere il funzionamento complessivo della persona e individuare gli interventi più appropriati per preservarne l’autonomia, il benessere e la migliore qualità di vita possibile. Uno strumento che valuta tutti gli aspetti (es. memoria, nutrizione, mobilità, supporto sociale) è la valutazione multidimensionale, che aiuta attraverso questi test a creare una visione di insieme sullo stato di fragilità. È proprio questo approccio multidimensionale a rappresentare il valore aggiunto della visita geriatrica rispetto a una visita internistica tradizionale.
Quali sono gli aspetti che prende in considerazione durante una prima visita geriatrica, oltre alle singole patologie del paziente?
Oltre a valutare le patologie e lo stato di salute generale, cerco di comprendere come la persona vive la propria quotidianità. Se, ad esempio, il motivo della visita riguarda problemi di memoria, è fondamentale raccogliere informazioni non solo dal paziente, ma anche dai familiari o da chi lo assiste quotidianamente, perché spesso sono loro ad accorgersi per primi dei cambiamenti. Approfondisco quindi quando sono comparsi i disturbi, se riguardano la memoria a breve o a lungo termine e se si sono verificati episodi significativi, come dimenticare una pentola sul fuoco, lasciare le finestre aperte o avere difficoltà a orientarsi in luoghi abitualmente conosciuti. Sono tutti segnali che aiutano a comprendere meglio la natura del problema. Durante la visita valuto anche l’orientamento, le capacità cognitive, il livello di autonomia e gli aspetti comportamentali ed emotivi. È importante capire, ad esempio, se sono presenti un calo del tono dell’umore, ansia, agitazione o cambiamenti della personalità, perché anche questi elementi possono influire sullo stato di salute e sulla qualità di vita della persona.
Che cosa significa dal punto di vista medico definire una persona anziana “fragile”?
La fragilità è uno dei concetti più importanti della geriatria ed è stata ampiamente studiata in letteratura. Esistono, in particolare, due principali scuole di pensiero. La prima considera la fragilità una vera e propria sindrome clinica, strettamente legata al naturale processo di invecchiamento dell’organismo. Con l’avanzare dell’età, infatti, si verificano cambiamenti fisiologici come la perdita di massa muscolare, la riduzione della forza e della densità ossea, fino a condizioni come l’osteoporosi, che rendono la persona più vulnerabile. La seconda interpreta invece la fragilità come la conseguenza dell’accumulo di patologie croniche che tendono a comparire con il passare degli anni. In questa prospettiva, è la presenza di più malattie concomitanti a determinare una riduzione delle riserve dell’organismo e della sua capacità di adattarsi agli eventi stressanti. Personalmente ritengo che la realtà stia nel mezzo. La fragilità nasce dall’interazione tra il fisiologico processo di invecchiamento e la presenza di patologie croniche o di altre condizioni cliniche che possono comparire nel tempo.
Quando un paziente presenta contemporaneamente più patologie, come si stabilisce quale problema debba avere la priorità?
Nella pratica geriatrica è molto frequente incontrare pazienti che convivono con più patologie contemporaneamente. Questa condizione, nota come multimorbilità, rappresenta uno dei principali fattori che contribuiscono allo stato di fragilità. In linea generale, non esiste una patologia che abbia sempre la priorità sulle altre. L’approccio del geriatra è quello di valutare il paziente nel suo insieme, considerando contemporaneamente gli aspetti cardiologici, metabolici, renali, neurologici, ortopedici e tutte le altre condizioni che possono influenzare il suo stato di salute. Naturalmente esistono situazioni in cui una patologia richiede un intervento immediato. Se il paziente presenta un problema acuto o potenzialmente pericoloso per la vita, quello diventa la priorità e può rendersi necessario l’invio in Pronto Soccorso per gli accertamenti e le cure urgenti.
Uno dei temi centrali della sua attività è la gestione delle terapie concomitanti. Quando l’assunzione di molti farmaci diventa un rischio?
La presenza di più terapie non rappresenta necessariamente un rischio di per sé, ma può diventare una sfida importante nella loro gestione, soprattutto nel paziente anziano. Molte persone assumono numerosi farmaci ogni giorno, spesso con orari e modalità differenti. Se il paziente vive da solo o presenta difficoltà cognitive, diventa più facile dimenticare una dose, assumere un farmaco due volte o confondere le terapie. È una situazione che riscontriamo frequentemente sia in ospedale sia durante le visite sul territorio. Un altro aspetto fondamentale riguarda le interazioni tra i farmaci. Il paziente anziano è spesso seguito da più specialisti, ciascuno dei quali prescrive terapie specifiche per la propria area di competenza. Per questo motivo è essenziale che ci sia una valutazione complessiva della terapia, per evitare interazioni indesiderate o trattamenti non più necessari. Un esempio semplice è quello di un farmaco antipertensivo che, in presenza di una ridotta funzionalità renale, potrebbe richiedere una modifica della terapia. È proprio attraverso una revisione periodica dei farmaci che possiamo individuare queste situazioni e ottimizzare il trattamento.
Quali sono i segnali che possono far sospettare che un farmaco, pur essendo stato correttamente prescritto, non sia più adatto alla condizione attuale del paziente?
Perché le condizioni cliniche del paziente anziano possono cambiare nel tempo e, di conseguenza, anche una terapia inizialmente appropriata potrebbe non esserlo più. Capita spesso di incontrare pazienti che assumono gli stessi farmaci da molti anni, ad esempio per il trattamento dell’ipertensione. Tuttavia, con l’invecchiamento possono modificarsi la funzionalità renale, lo stato di idratazione o altre condizioni cliniche, rendendo necessario rivedere la terapia. Un esempio è l’associazione tra un ACE-inibitore e un diuretico dell’ansa, come la furosemide. In un paziente anziano che beve poco o va incontro a disidratazione, questa combinazione può favorire una riduzione della perfusione renale e aumentare il rischio di un’insufficienza renale acuta. Si tratta di situazioni che richiedono una rivalutazione tempestiva del trattamento. Per questo motivo il geriatra esegue periodicamente un’attenta revisione della terapia, verificando che ogni farmaco sia ancora appropriato in base alle condizioni cliniche attuali del paziente. L’obiettivo non è soltanto ridurre il numero dei medicinali quando possibile, ma soprattutto ottimizzare la terapia, scegliendo i farmaci più adatti, alle dosi corrette e con il miglior rapporto tra benefici e rischi per quella specifica persona.
Come si comunica a una persona e alla sua famiglia una diagnosi di demenza o di malattia di Alzheimer senza alimentare paure eccessive, ma senza neppure minimizzare il problema?
È probabilmente uno degli aspetti più delicati del nostro lavoro. Comunicare una diagnosi di demenza o di malattia di Alzheimer richiede grande sensibilità, perché non riguarda solo il paziente, ma coinvolge profondamente anche la sua famiglia. Il primo obiettivo è fornire informazioni chiare e realistiche, senza creare allarmismi ma senza nemmeno minimizzare la situazione. È importante spiegare che ogni persona ha un decorso diverso e che una diagnosi non significa perdere improvvisamente la propria identità o la propria qualità di vita. Esistono percorsi di cura, strategie di supporto e interventi che possono aiutare il paziente e i suoi familiari ad affrontare la malattia nel modo migliore. Molto spesso emergono anche timori legati all’ereditarietà. I familiari chiedono se sia opportuno eseguire test genetici perché temono di poter sviluppare la stessa malattia. Nella maggior parte dei casi è importante rassicurarli, spiegando che, pur esistendo alcune forme a componente genetica, la maggior parte dei casi di malattia di Alzheimer non è direttamente ereditaria e non esiste una correlazione tale da giustificare paure eccessive. Il ruolo del geriatra, quindi, non è soltanto quello di formulare una diagnosi, ma anche di accompagnare la famiglia in questo percorso, offrendo ascolto, supporto e orientamento verso le risorse più appropriate. Quando necessario, è possibile consigliare un sostegno psicologico, percorsi di stimolazione cognitiva e terapia occupazionale, oppure l’inserimento in un centro diurno, strumenti che possono migliorare la qualità di vita del paziente e ridurre il carico assistenziale dei caregiver.
Nei pazienti con demenza possono comparire agitazione, aggressività, sospettosità o disturbi del sonno. Qual è il corretto equilibrio tra interventi farmacologici e strategie non farmacologiche?
È una domanda molto importante, perché questi disturbi rappresentano uno dei motivi più frequenti per cui i familiari si rivolgono al geriatra. Spesso si tratta di pazienti con una diagnosi di demenza, come la malattia di Alzheimer o una demenza vascolare, che manifestano agitazione, soprattutto nelle ore serali o notturne, con un impatto significativo anche sulla qualità di vita dei caregiver. L’obiettivo principale è sempre quello di garantire il benessere e la sicurezza del paziente, privilegiando, quando possibile, gli interventi non farmacologici. Strategie come la stimolazione cognitiva, il mantenimento di una routine quotidiana regolare, un ambiente familiare e ben orientato nel tempo e nello spazio, con l’ausilio di calendari, orologi ben visibili e continui richiami all’ambiente in cui il paziente si trova, possono contribuire a ridurre disorientamento e agitazione. Anche il coinvolgimento dei familiari è fondamentale: rassicurare il paziente, parlare con calma e aiutarlo a orientarsi nel tempo e nello spazio sono interventi che spesso risultano molto efficaci e dovrebbero rappresentare il primo approccio. Solo quando queste strategie non sono sufficienti e i disturbi comportamentali diventano tali da compromettere la sicurezza del paziente o di chi lo assiste si può prendere in considerazione una terapia farmacologica. In questi casi i farmaci devono essere prescritti con grande cautela, valutando attentamente il rapporto tra benefici e rischi. Ad esempio, gli antipsicotici possono essere indicati in situazioni selezionate, ma il loro impiego è associato a un aumento del rischio di effetti avversi, compresi eventi cerebrovascolari e un incremento della mortalità nei pazienti con demenza. Anche altri farmaci, come le benzodiazepine, richiedono particolare prudenza, perché possono favorire sonnolenza, cadute, confusione e un ulteriore peggioramento delle capacità cognitive.
La telemedicina viene presentata come uno strumento capace di superare le distanze e migliorare l’assistenza territoriale. In quali situazioni una consulenza online può essere realmente utile a una persona anziana e quando invece la visita in presenza resta insostituibile?
La telemedicina rappresenta sicuramente una risorsa importante, ma in geriatria va utilizzata con equilibrio. Bisogna infatti considerare che molti pazienti anziani incontrano ancora difficoltà nell’utilizzo delle tecnologie digitali. Nella maggior parte dei casi sono i familiari o i caregiver a gestire gli strumenti necessari per una consulenza online. Quando questo supporto è presente, la telemedicina può essere molto utile. Consente, ad esempio, di effettuare controlli di follow-up, chiarire dubbi sulla terapia, valutare l’andamento di un percorso clinico o fornire consulenze a pazienti che vivono lontano, riducendo gli spostamenti e superando le barriere territoriali. È uno strumento che facilita la continuità assistenziale e permette di mantenere un contatto costante tra medico, paziente e famiglia. Detto questo, ritengo che la visita in presenza rimanga, ancora oggi, insostituibile. L’esame obiettivo, l’osservazione diretta del paziente, la valutazione della mobilità, dello stato funzionale e di molti altri aspetti clinici sono elementi che non possono essere riprodotti completamente attraverso uno schermo. Alcuni segni clinici importanti rischiano di non essere colti durante una consulenza a distanza. Per questo motivo considero la telemedicina un valido complemento, ma non un’alternativa alla visita tradizionale. Può migliorare l’accessibilità alle cure e rendere più semplice il monitoraggio dei pazienti, ma quando è necessario formulare una diagnosi, rivalutare una condizione clinica complessa o effettuare una visita geriatrica completa, il contatto diretto con il paziente resta fondamentale.
Lei lavora tra territori diversi come Napoli e provincia, l’area di Pomigliano d’Arco, Campagna e il Molise. Quanto può cambiare il percorso di cura di un anziano in base al luogo in cui vive?
Il luogo in cui vive una persona anziana può influenzare significativamente il suo percorso di cura. Questo dipende non solo dalla densità abitativa del territorio, ma anche dalla presenza e dalla distribuzione dei servizi sanitari e assistenziali. In aree ad alta densità abitativa, come Napoli, la provincia o territori come quello di Pomigliano d’Arco, generalmente l’accesso alle cure può risultare più semplice. Ci sono maggiori possibilità di trovare strutture sanitarie vicine, servizi di supporto e anche una rete sociale più ampia. Inoltre, spesso il paziente anziano può contare sull’aiuto dei familiari o dei caregiver anche per gli spostamenti e per la gestione quotidiana delle necessità assistenziali. La situazione può essere più complessa nei territori meno densamente popolati, soprattutto nelle aree interne e montane, dove la distanza dai presidi sanitari può rappresentare una difficoltà concreta. In questi contesti diventa fondamentale garantire una presenza capillare dei servizi sul territorio, perché l’assenza di un punto di riferimento vicino può aumentare il rischio che il paziente non riceva un supporto adeguato in tempi appropriati. Attualmente lavoro in un ospedale del Molise che presenta importanti potenzialità, ma che risente delle difficoltà legate all’organizzazione secondo il modello hub-spoke. Alcune specialità, infatti, richiedono il trasferimento dei pazienti verso il presidio regionale di Campobasso, dove sono concentrate numerose competenze specialistiche. Per questo motivo è essenziale sviluppare reti assistenziali territoriali efficaci, capaci di raggiungere anche le aree più periferiche. La professionalità degli operatori sanitari è fondamentale, perché molti medici e professionisti si impegnano quotidianamente per garantire assistenza anche nei territori più difficili da raggiungere.
Ricoverare una persona anziana può essere necessario, ma l’ospedale può anche favorire disorientamento, delirium, immobilità e perdita di autonomia. Come si può evitare che una cura efficace per la patologia, produca un peggioramento complessivo della persona?
A mio avviso, la capacità del medico sta innanzitutto nel riuscire a prescrivere la terapia giusta al paziente giusto, nella modalità giusta. Il medico deve conoscere attentamente gli effetti collaterali dei farmaci, le possibili interazioni e le caratteristiche specifiche del paziente, perché una terapia efficace in una persona giovane può non avere lo stesso profilo di sicurezza in un anziano con più patologie o con ridotte riserve funzionali. Un altro aspetto importante riguarda la durata della degenza. Un ricovero prolungato può favorire perdita di autonomia, riduzione della mobilità e fenomeni come il delirium, soprattutto nei pazienti più fragili. Inoltre, bisogna prestare grande attenzione alla prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza, perché le infezioni nosocomiali possono rappresentare un evento molto grave, talvolta anche fatale, in persone anziane già compromesse dal punto di vista clinico. Per questo motivo è fondamentale avere un approccio che consideri l’anziano nella sua globalità, senza mai associare l’età avanzata all’idea che non ci sia più nulla da fare. Un paziente anziano, anche se fragile o affetto da numerose patologie, deve ricevere cure appropriate, personalizzate e proporzionate alle sue condizioni, con l’obiettivo non solo di trattare la malattia, ma anche di preservare quanto più possibile autonomia, dignità e qualità di vita.
Le ondate di calore rappresentano un rischio crescente per gli anziani fragili, le persone con demenza e i pazienti che assumono diuretici o farmaci cardiovascolari. La revisione delle terapie dovrebbe cambiare anche in base alla stagione e alle condizioni ambientali?
Assolutamente sì. La terapia deve essere il più possibile personalizzata e adattata alle condizioni cliniche del paziente, che possono cambiare nel tempo anche in relazione a fattori ambientali come le temperature elevate. Un esempio molto frequente riguarda i farmaci per l’ipertensione. Durante il periodo estivo, infatti, alcuni pazienti possono andare incontro più facilmente a episodi di pressione bassa, soprattutto in presenza di caldo intenso, sudorazione e ridotta idratazione. In questi casi può essere necessario rivalutare la terapia antipertensiva, eventualmente modificandola o riducendola, sempre sotto indicazione del medico. Un aspetto fondamentale, soprattutto nell’anziano fragile, è l’idratazione. Durante l’estate una scarsa assunzione di liquidi può contribuire al peggioramento delle condizioni generali, favorire episodi di disidratazione, alterazioni della pressione arteriosa e, nei casi più gravi, determinare accessi in Pronto Soccorso per colpi di calore o complicanze correlate. Per questo motivo la prevenzione è essenziale. È importante seguire alcune semplici indicazioni, come mantenere una corretta idratazione, evitare l’esposizione nelle ore più calde della giornata e prestare particolare attenzione ai pazienti più vulnerabili, come gli anziani con demenza, fragilità o molte terapie concomitanti.
Essere anziani significa ancora troppo spesso essere esclusi da decisioni, sperimentazioni cliniche e percorsi terapeutici innovativi. Quanto pesa l’ageismo anche all’interno della medicina?
Questa domanda si collega a un concetto fondamentale: una persona anziana non deve essere considerata automaticamente come una persona arrivata al termine del proprio percorso di cura o come un paziente con minori possibilità terapeutiche. Purtroppo, anche in ambito medico e nella ricerca clinica esiste ancora una forma di pregiudizio nei confronti dell’età avanzata. Molti studi clinici sui farmaci, infatti, hanno storicamente escluso o incluso in maniera limitata i pazienti anziani, nonostante siano proprio loro una delle categorie che più frequentemente utilizza quelle terapie nella pratica quotidiana. Questo rappresenta una barriera importante, perché significa avere meno dati disponibili sull’efficacia e sulla sicurezza dei trattamenti nelle persone anziane, che spesso presentano caratteristiche diverse rispetto ai pazienti più giovani: maggiore fragilità, più patologie concomitanti e una diversa risposta ai farmaci. È una battaglia che le società scientifiche, in particolare quelle geriatriche, portano avanti da tempo: superare l’idea che l’età anagrafica possa definire da sola il valore o le possibilità di cura di una persona. Un paziente anziano non deve essere considerato “fuori dai giochi”.
Qual è il luogo comune sull’invecchiamento che, sulla base della sua esperienza, vorrebbe eliminare definitivamente dalla cultura delle famiglie e della società?
Il luogo comune che vorrei eliminare definitivamente è proprio l’ageismo, cioè quella forma di pregiudizio e discriminazione legata all’età. Non è soltanto una questione clinica, ma anche e soprattutto una questione sociale e culturale. Spesso si tende a considerare l’anziano esclusivamente come una persona fragile, dipendente o con un ruolo ormai marginale. In realtà, gli anziani rappresentano una risorsa fondamentale per la società: custodiscono esperienza, memoria e conoscenze che hanno un valore enorme all’interno delle famiglie e delle comunità. Questo aspetto è particolarmente importante anche nella medicina geriatrica, perché il paziente non deve essere valutato soltanto attraverso le sue patologie, ma anche attraverso la sua storia personale, il ruolo che ha avuto nella famiglia, nella società e nel contesto in cui ha vissuto. Ogni persona porta con sé un percorso unico, fatto di relazioni, contributi e esperienze che non possono essere ignorati. Ci sono anziani che hanno contribuito a costruire pezzi importanti della storia familiare, sociale e anche pubblica delle nostre comunità. Ridurre una persona alla sola età anagrafica significa perdere una parte fondamentale della sua identità. Per questo l’ageismo è un concetto che deve essere superato: un anziano non è una persona “arrivata alla fine”, ma una persona con una storia, un valore e un ruolo che meritano sempre rispetto e attenzione.
In una società che invecchia rapidamente, la geriatria è destinata ad assumere un ruolo sempre più centrale. Valutazione multidimensionale, revisione delle terapie, prevenzione della fragilità e sostegno ai caregiver rappresentano oggi strumenti indispensabili per garantire cure realmente personalizzate. La sfida non è soltanto vivere più a lungo, ma farlo preservando autonomia, dignità e qualità di vita. Ringraziamo il dottor Francesco Scognamiglio per la disponibilità e per aver condiviso la sua esperienza professionale.
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