
Nel 125° anniversario della nascita, Salerno riscopra il filosofo della possibilità, della libertà responsabile e dell’impegno umano
Oggi 15 luglio 2026, ricorre il 125° anniversario della nascita di Nicola Abbagnano, venuto al mondo a Salerno nel 1901 e divenuto uno dei maggiori filosofi italiani del Novecento. Una ricorrenza che non dovrebbe limitarsi alla commemorazione di un illustre concittadino, ma rappresentare l’occasione per riscoprire un pensiero ancora capace di parlare all’uomo contemporaneo.
Salerno dovrebbe ricordare di più Abbagnano, sottraendone la figura alla sola memoria accademica e restituendola alle scuole, ai giovani e alla vita culturale della città. Non soltanto perché fu autore di opere fondamentali e di una monumentale Storia della filosofia, ma perché elaborò una visione dell’esistenza che conserva una straordinaria attualità: l’esistenzialismo positivo.
Non si tratta di un ottimismo ingenuo, né dell’illusione che ogni esperienza umana sia destinata a concludersi felicemente. Per Abbagnano la vita resta problematica, incerta e segnata dal limite. L’essere umano può fallire, soffrire e trovarsi dentro condizioni che non ha scelto. Eppure, proprio all’interno di questi confini, continua a disporre di possibilità.
La possibilità è la categoria centrale della sua filosofia. L’uomo non è onnipotente, ma non è neppure completamente prigioniero del destino. Vive in circostanze determinate dalla propria storia, dalla società, dall’ambiente e dalle condizioni materiali, ma conserva uno spazio nel quale può scegliere tra alternative reali, costruire relazioni, assumersi responsabilità e orientare almeno in parte il proprio cammino.
La possibilità, però, non costituisce una garanzia. Ogni scelta può riuscire o fallire. Per questo la libertà non coincide con il capriccio e non significa poter fare qualsiasi cosa. Essere liberi vuol dire riconoscere la realtà, valutare le conseguenze delle proprie decisioni e risponderne personalmente. L’esistenzialismo positivo diventa così anche un’etica della responsabilità, dell’impegno e della partecipazione.
È una lezione particolarmente importante nel nostro tempo. Viviamo in una società attraversata da guerre, instabilità economiche, disuguaglianze, nuove solitudini e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide. Siamo continuamente connessi, ma spesso più distanti nelle relazioni umane. Abbiamo accesso a un’enorme quantità di informazioni, senza riuscire sempre a trasformarle in conoscenza, consapevolezza e capacità di giudizio.
Torna allora centrale la domanda posta dalla filosofia dell’esistenza: che cosa significa vivere autenticamente e quale spazio rimane per la libertà, la responsabilità e la costruzione di un futuro possibile?
Il pensiero di Abbagnano nasce dal confronto con i maggiori protagonisti dell’esistenzialismo europeo. Da Søren Kierkegaard riprende l’attenzione per il singolo individuo, per la scelta e per il rischio che ogni decisione comporta. Con Martin Heidegger condivide la consapevolezza della finitezza umana, ma non accetta che il limite debba condurre inevitabilmente al nulla o alla disperazione. Proprio perché il nostro tempo è limitato, le scelte possono diventare più serie e le relazioni più preziose.
Anche il confronto con Karl Jaspers risulta significativo. La sofferenza, la colpa, la lotta e la morte sono situazioni-limite dalle quali nessuno può sottrarsi. Abbagnano non nega queste esperienze, ma insiste sulla possibilità di assumere una posizione, ricercare un significato e non interrompere il rapporto con gli altri. La filosofia non elimina il dolore, ma può evitare che esso si trasformi soltanto in annientamento e rassegnazione.
Con Jean-Paul Sartre condivide il tema della libertà e della responsabilità, ma ne offre un’interpretazione più concreta e misurata. La libertà non è assoluta, perché le possibilità umane sono sempre condizionate e non tutte le alternative risultano realmente praticabili. Tra l’idea di un uomo completamente libero e quella di un individuo totalmente determinato, Abbagnano individua lo spazio della libertà possibile: limitata e fragile, ma autentica.
La sua filosofia si distingue inoltre per l’apertura alla ragione, alla scienza e alla società. Il pensiero non può rimanere separato dalla realtà, ma deve dialogare con le conoscenze scientifiche, con la psicologia, con la sociologia e con i problemi concreti delle comunità. Da questa impostazione maturerà anche il suo neoilluminismo, fondato su una ragione critica che non pretende di possedere verità assolute, ma verifica le idee, confronta le alternative e corregge gli errori.
È un insegnamento prezioso in un’epoca segnata dalla disinformazione, dalle semplificazioni e dalle contrapposizioni radicali. Il pensiero critico non dovrebbe servire a imporre certezze, ma ad analizzare la realtà, riconoscere la complessità e distinguere ciò che è concretamente possibile da ciò che viene soltanto desiderato, promesso o propagandato.
In questa prospettiva si può individuare anche una feconda connessione con il pensiero filosofico di Giacomo Leopardi, pur rispettando le profonde differenze tra i due autori.
Leopardi analizza con straordinaria lucidità il desiderio umano, l’infelicità, le illusioni e l’indifferenza della natura. L’uomo aspira a una felicità infinita, ma vive dentro una realtà limitata, incapace di soddisfare pienamente questa aspirazione. Anche Abbagnano parte dalla finitezza e dal limite, concentrando però l’attenzione sulle possibilità concrete che continuano a rimanere aperte.
I due pensatori si incontrano nel rifiuto delle consolazioni facili e nell’esigenza di guardare con lucidità alla condizione umana. Nel Leopardi della Ginestra, tuttavia, la consapevolezza del limite diventa anche un’indicazione morale e civile. Gli uomini, riconoscendo la comune fragilità, possono stringersi in una “social catena”, superando ostilità e isolamento. La coscienza della precarietà condivisa può trasformarsi in solidarietà e responsabilità reciproca.
È proprio qui che il dialogo ideale con Abbagnano appare più fecondo. In Leopardi il limite comune richiama gli esseri umani alla fraternità; nel filosofo salernitano la possibilità apre lo spazio della scelta, dell’impegno e della cooperazione. In entrambi, la dignità dell’uomo non deriva dall’illusione di poter dominare tutto, ma dalla capacità di riconoscere la propria condizione e costruire rapporti più autentici.
Il pensiero abbagnaniano può aiutarci anche a interpretare le grandi questioni del presente. L’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali ampliano le possibilità umane, ma rischiano nello stesso tempo di condizionare le decisioni, impoverire il pensiero critico e ridurre la persona a una somma di dati, preferenze e comportamenti prevedibili.
Non basta disporre di molte opzioni per essere realmente liberi. Occorre comprendere chi le seleziona, quali interessi rappresentano e quali conseguenze producono. La tecnologia deve rimanere al servizio della persona, della conoscenza e delle relazioni, senza sostituirsi alla coscienza e alla responsabilità individuale.
Anche la solitudine, il disagio giovanile e la crisi della partecipazione mostrano che l’esistenza non è mai soltanto individuale. Le possibilità di ciascuno dipendono dall’educazione, dalle opportunità, dai legami sociali e dalla capacità della comunità di non lasciare indietro chi vive condizioni di maggiore fragilità.
L’esistenzialismo positivo non insegna che tutto sia possibile. Afferma qualcosa di più serio e realistico: esiste uno spazio, spesso limitato e incerto, nel quale possiamo scegliere come agire, quale responsabilità assumere e quale relazione costruire con gli altri.
Per questo Salerno dovrebbe valorizzare con maggiore continuità Nicola Abbagnano. Non basta conservarne il nome nella memoria cittadina. Occorrono percorsi nelle scuole, incontri pubblici, convegni, pubblicazioni, premi, collaborazioni universitarie e iniziative permanenti capaci di restituire il suo pensiero alla società.
Ricordare Abbagnano non significa celebrare nostalgicamente il passato. Significa utilizzare la sua eredità per comprendere il presente e costruire il futuro.
A centoventicinque anni dalla nascita, il filosofo salernitano continua a ricordarci che l’uomo è fragile, limitato e incerto, ma non per questo privo di libertà. Tra la necessità e l’arbitrio esiste il terreno concreto della possibilità. È lì che prendono forma le scelte, le responsabilità, le relazioni e l’impegno civile. Ed è proprio da quello spazio, mai garantito ma sempre da ricercare, che può ricominciare ogni autentico progetto umano.








