
Torre Annunziata e Castellammare di Stabia: quale speranza resta alle persone oneste?
Editoriale di Agostino Ingenito
Prima Torre Annunziata, ora Castellammare di Stabia. Due città importanti dell’area vesuviana e stabiese tornano a fare i conti con la decisione più grave che lo Stato possa assumere nei confronti di un ente locale: lo
scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni o condizionamenti della criminalità organizzata.
Il Consiglio dei ministri ha deliberato il 4 giugno 2026 lo scioglimento di Torre Annunziata. Il 14 luglio è arrivata la medesima decisione per Castellammare di Stabia, con un commissariamento previsto per diciotto mesi. Per entrambe le comunità non si tratta della prima esperienza: Castellammare era già stata sciolta nel febbraio 2022, mentre Torre Annunziata aveva subito un precedente scioglimento nel maggio dello stesso anno. �
La domanda, allora, non può limitarsi alla responsabilità di un sindaco, di una maggioranza o di alcuni amministratori. È più profonda e dolorosa: che cosa resta alle persone oneste quando, dopo il commissariamento, le elezioni e il ritorno degli organi democratici, il Comune viene nuovamente considerato permeabile alle pressioni criminali?
Occorre partire da una verità che nessun decreto dovrebbe oscurare: non sono le città a essere colpevoli.
Non lo sono i cittadini che rispettano le regole, i dipendenti pubblici che svolgono correttamente il proprio lavoro, gli imprenditori che rifiutano compromessi, gli insegnanti che educano alla responsabilità, i commercianti che non cercano protezioni, i professionisti che non piegano le proprie competenze agli interessi dei potenti. Non lo sono i giovani costretti troppo spesso ad andare via e neppure quelli che, con ostinazione, scelgono di restare.
Uno scioglimento non rappresenta una condanna penale collettiva. L’articolo 143 del Testo unico degli enti locali prevede questa misura quando emergono elementi “concreti, univoci e rilevanti” riguardanti collegamenti o condizionamenti capaci di alterare la formazione della volontà degli organi amministrativi, compromettere l’imparzialità dell’ente, il buon andamento dei servizi o la sicurezza pubblica. La commissione d’indagine può verificare anche le condotte del segretario comunale, dei dirigenti e dei dipendenti, non soltanto quelle degli amministratori eletti. �
È una misura preventiva ed eccezionale. Proprio perché sospende la rappresentanza democratica espressa dagli elettori, deve poggiare su fatti solidi e su una ricostruzione rigorosa. Non richiede necessariamente una preventiva condanna penale, ma non può neppure essere fondata su semplici suggestioni, sulla cattiva reputazione di un territorio o sulla sola presenza storica della criminalità organizzata.
La camorra può condizionare un Comune attraverso accordi elettorali, clientele, affidamenti, concessioni, assunzioni, urbanistica, gestione del patrimonio, servizi pubblici e rapporti economici. Può però agire anche attraverso la paura, la soggezione e l’isolamento di chi prova a opporsi. Non sempre il condizionamento nasce da una complicità dichiarata: talvolta prospera nell’inerzia, nell’omessa vigilanza, nella debolezza degli uffici e nella rinuncia a esercitare fino in fondo le proprie responsabilità.
Qui emerge un altro tema spesso semplificato nel dibattito pubblico: la distinzione fra politica e amministrazione.
La legge assegna agli organi politici il potere di indirizzo e di controllo politico-amministrativo. Ai dirigenti spettano invece la gestione amministrativa, tecnica e finanziaria, gli atti che impegnano l’ente verso l’esterno, gli appalti, i contratti, le autorizzazioni, le spese e l’organizzazione delle risorse. I dirigenti rispondono direttamente della correttezza e dell’efficienza della gestione. �
Questa separazione serve a proteggere l’amministrazione dalle interferenze politiche. Non può, però, diventare una terra di nessuno nella quale ciascuno scarica le proprie responsabilità sull’altro.
La politica non può difendersi sostenendo semplicemente che «gli atti li firmano i dirigenti». Gli amministratori scelgono gli indirizzi, fissano le priorità, distribuiscono le deleghe, approvano la programmazione e hanno il dovere di controllare i risultati. Devono interrogarsi sulle anomalie, sulle ripetute emergenze, sui ritardi, sugli affidamenti ricorrenti, sui conflitti di interesse e sulle eventuali segnalazioni rimaste senza risposta.
Allo stesso modo, un dirigente non può giustificare un provvedimento illegittimo richiamando una pressione o una volontà politica. L’indirizzo degli organi elettivi non autorizza mai la violazione della legge. Chi firma un atto esercita un potere proprio, possiede competenze professionali specifiche e assume una responsabilità personale.
Per comprendere realmente che cosa sia accaduto occorre dunque ricostruire la catena delle decisioni: chi ha formulato l’indirizzo, chi ha istruito il procedimento, chi ha firmato, chi avrebbe dovuto controllare, chi ha segnalato le irregolarità, chi le ha ignorate e chi ha tratto concretamente vantaggio dalle scelte compiute.
Senza questa distinzione, il rischio è duplice. Da un lato si può trasformare il decreto di scioglimento in una condanna indistinta di amministratori, dirigenti, dipendenti e cittadini. Dall’altro si può consentire ai diversi livelli di responsabilità di nascondersi reciprocamente, lasciando immutati i meccanismi che hanno reso vulnerabile l’ente.
Anche la giustizia amministrativa ha ricordato che inefficienza, disordine e cattiva amministrazione non coincidono automaticamente con l’infiltrazione mafiosa. Nel caso di Guardavalle, il Consiglio di Stato annullò nel 2022 il decreto di scioglimento perché gli elementi raccolti non restituivano un quadro sufficientemente probante del condizionamento criminale: emergeva una gestione non particolarmente efficiente, ma ciò non bastava a giustificare una misura tanto invasiva della volontà popolare. �
Anche nei casi di Ventimiglia e Bordighera i giudici ritennero non adeguatamente dimostrato il collegamento tra gli episodi contestati e un’effettiva alterazione della vita amministrativa. Non significa che quei territori fossero immuni dalla presenza criminale. Significa che, per sciogliere un Consiglio democraticamente eletto, la presenza della criminalità nel territorio deve essere collegata con fatti concreti al funzionamento dell’ente. �
Questi precedenti non indeboliscono la lotta alle mafie. Al contrario, la rendono più credibile. Un decreto capace di superare il controllo dei giudici è più forte di un provvedimento basato su elementi generici. Lo Stato deve essere inflessibile contro la criminalità, ma altrettanto rigoroso nella tutela delle garanzie democratiche e della reputazione delle persone estranee ai fatti.
Nel precedente contenzioso relativo a Castellammare di Stabia, il Consiglio di Stato intervenne anche sul diritto di accesso alla documentazione posta alla base dello scioglimento. Il controllo giurisdizionale richiede infatti che chi contesta il provvedimento possa conoscere, nei limiti delle esigenze investigative e della tutela delle fonti, gli elementi necessari per esercitare il proprio diritto di difesa. �
Ma oggi la questione più urgente non è stabilire sui social chi sia colpevole e chi sia innocente. Saranno gli atti ufficiali, le eventuali indagini e i giudizi competenti a chiarire responsabilità individuali e amministrative. La questione è capire come impedire che, trascorsi diciotto o ventiquattro mesi, tutto ricominci come prima.
Un commissariamento non può ridursi alla gestione ordinaria e alla sostituzione temporanea degli eletti. Deve diventare un tempo di ricostruzione istituzionale. Occorre rafforzare gli uffici tecnici, digitalizzare i procedimenti, rendere tracciabili le decisioni, verificare gli affidamenti, controllare l’esecuzione dei contratti, ruotare il personale nei settori maggiormente esposti e proteggere chi ha denunciato irregolarità.
Bisogna verificare soprattutto che cosa sia accaduto dopo i precedenti commissariamenti. Quali riforme sono state realmente consolidate? Quali vulnerabilità sono rimaste? Quali prescrizioni sono state applicate soltanto formalmente? Perché il ritorno alle urne non ha prodotto un’amministrazione definitivamente impermeabile alle pressioni?
Se un Comune viene sciolto una seconda volta nel giro di pochi anni, non basta parlare del fallimento di una maggioranza. Bisogna interrogarsi sull’efficacia dello stesso modello di commissariamento. Lo Stato non può arrivare, sciogliere, amministrare per un periodo limitato e poi ritirarsi senza avere costruito condizioni strutturali di resistenza.
La legalità non si ristabilisce soltanto con nuovi regolamenti. Ha bisogno di personale competente, uffici adeguatamente organizzati, sistemi informatici efficienti, controlli preventivi, sostegno agli imprenditori che denunciano e protezione per i dipendenti pubblici che resistono alle pressioni.
Ha bisogno anche di buona politica.
I partiti devono smettere di considerare le candidature come il risultato di accordi fra gruppi, famiglie elettorali e portatori di pacchetti di voti. Devono selezionare persone competenti e libere, verificare preventivamente incompatibilità, relazioni economiche e potenziali conflitti di interesse. Non basta che un candidato non abbia condanne: occorre valutarne l’autonomia, la credibilità e la capacità di resistere alle pressioni.
La società civile, a sua volta, non può limitarsi all’indignazione dei giorni successivi allo scioglimento. Associazioni, scuole, parrocchie, imprese, sindacati e ordini professionali possono promuovere osservatori civici sugli appalti, sul patrimonio, sull’urbanistica, sui beni confiscati e sulla qualità dei servizi. Il controllo democratico deve vivere anche quando non vi sono campagne elettorali.
Alle persone oneste di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia va espressa una solidarietà autentica, non rituale. Sono loro a subire più duramente il danno reputazionale, la sospensione della rappresentanza democratica e il rischio che investimenti e opportunità si allontanino.
Non devono essere lasciate sole e non devono sentirsi costrette a chiedere scusa per la città in cui vivono.
La criminalità organizzata vince due volte quando riesce prima a condizionare le istituzioni e poi a convincere i cittadini che nulla possa cambiare. La rassegnazione è il suo risultato più pericoloso. Ma altrettanto pericolosa è la generalizzazione che trasforma un’intera comunità in una comunità sospetta.
Torre Annunziata e Castellammare di Stabia non sono soltanto i decreti che ne interrompono la vita amministrativa. Sono storia, lavoro, cultura, porto, turismo, famiglie, associazioni e migliaia di esistenze dignitose. Sono soprattutto le persone che ogni giorno scelgono la legalità senza ricevere titoli sui giornali.
La speranza delle persone oneste non può essere affidata soltanto ai commissari. Deve trovare forza in uno Stato presente, in un’amministrazione trasparente, in una politica capace di selezionare la propria classe dirigente e in una comunità che non rinunci a controllare, partecipare e denunciare.
Si possono sciogliere i Consigli comunali. Non si devono sciogliere le coscienze. La rinascita di queste città comincia dal riconoscimento e dal sostegno della loro parte migliore.







