
Le inchieste di Agrotoday a cura di Agostino Ingenito . Coop rosse in Campania 1 parte.
La storia delle cooperative “rosse” in Campania incrocia politica, emergenza sociale, fondi pubblici e lavoro assistito. Il caso più emblematico è quello delle cooperative degli ex detenuti nell’area napoletana, nate all’inizio degli anni Ottanta come strumento di reinserimento sociale e lavorativo.
La prima base istituzionale è la legge regionale campana n. 26 del 30 aprile 1981, con cui la Regione stanziò 350 milioni di lire al Comune di Napoli per favorire l’assistenza post-penitenziaria attraverso la formazione e il coordinamento di cooperative tra residenti dimessi dagli istituti di reclusione.
L’idea era dare lavoro e recupero sociale in una Napoli segnata dal terremoto, dalla disoccupazione e dalla pressione dei movimenti organizzati. Ma negli anni successivi il progetto cambiò natura: da intervento di riscatto divenne una grande macchina di lavori socialmente utili, sostenuta da finanziamenti statali ricorrenti.
La normativa nazionale conferma la dimensione dell’intervento: il decreto-legge del 1984, convertito nella legge 618/1984, finanziò progetti per servizi socialmente utili nell’area napoletana; poi arrivarono ulteriori stanziamenti, tra cui 90 miliardi di lire nel 1987, 120 miliardi nel 1991, 100 miliardi nel 1993, 135 miliardi nel 1997 e, ancora nel 2013, una spesa autorizzata di 109 milioni di euro per la prosecuzione dell’intervento.
Il sistema, però, mostrò presto gravi criticità. La rivista Meridiana, già nel 1989, segnalava che ogni anno la legge finanziaria portava uno stanziamento ad hoc per le cooperative degli ex detenuti di Napoli e indicava per il 1989 una cifra di 90 miliardi di lire.
Le ombre emersero anche sul piano giudiziario. Radio Radicale conserva le registrazioni del processo “Scandalo delle cooperative — Chiarella + 50”, celebrato a Napoli nel 1988. Dalle trascrizioni emergono interrogativi sulla costituzione delle cooperative, sulla mancanza iniziale di fondi propri, sui rapporti con appalti di Comune e Provincia e sulla gestione amministrativa e contabile.
Un passaggio particolarmente significativo riguarda la necessità di far proseguire il funzionamento delle cooperative “per evitare problemi di ordine pubblico”, indicazione che sarebbe stata collegata anche a interlocuzioni con ambienti del Ministero dell’Interno.
Il nodo politico è evidente. Le cooperative nacquero nella stagione della giunta comunista di Maurizio Valenzi, dentro una Napoli governata dalla sinistra e attraversata da una forte domanda sociale. In quel contesto si mossero le centrali cooperative vicine ai partiti e alle aree politiche del tempo. La definizione di “cooperative rosse” va quindi usata con cautela: non tutte le esperienze furono riconducibili esclusivamente al PCI, ma il mondo della Lega delle Cooperative e della sinistra ebbe un ruolo importante nella gestione e nell’indirizzo di quella stagione.
Il ruolo di Antonio Bassolino va collocato soprattutto sul piano politico: negli anni Ottanta fu figura centrale del PCI campano e poi protagonista della stagione del “rinascimento napoletano”. Le fonti disponibili non consentono, allo stato, di attribuirgli responsabilità gestionali dirette nelle singole cooperative, ma il sistema delle cooperative socialmente utili appartiene al quadro politico-amministrativo in cui la sinistra campana costruì parte della propria presenza sociale.
Anche Isaia Sales rientra in questa storia come dirigente politico e studioso del Mezzogiorno, della camorra e delle politiche pubbliche. Fu consigliere regionale PCI/PDS e poi sottosegretario al Tesoro nel primo Governo Prodi; successivamente fu consigliere economico della Regione Campania durante la presidenza Bassolino, prima di rompere politicamente con quella stagione.
Il paradosso è che molte cooperative, nate per emancipare soggetti fragili, finirono per dipendere stabilmente dal finanziamento pubblico. Negli anni, diverse realtà furono accorpate: il decreto interministeriale del 23 maggio 2013 ricorda la fusione di numerose cooperative nelle due grandi strutture “La Primavera III” e “25 Giugno”, convenzionate rispettivamente con Provincia/Città Metropolitana e Comune di Napoli.
Ancora nel 2022, l’ANSA ricordava che la cooperativa “25 Giugno” operava in convenzione con il Comune di Napoli su progetti finanziati con decreto della Presidenza del Consiglio attraverso il Ministero dell’Interno; nate a metà anni Ottanta con ex detenuti, le cooperative avevano poi assorbito anche lavoratori socialmente utili, con finanziamenti garantiti fino alla loro sopravvivenza.
L’evoluzione è quindi chiara: da progetto di recupero sociale a sistema assistito, da strumento di inclusione a contenitore occupazionale, da iniziativa emergenziale a spesa pubblica strutturale. La crisi di molte cooperative, tra liquidazioni, fusioni, commissariamenti e difficoltà economiche, racconta il limite di un modello fondato più sulla protezione pubblica che sulla reale autonomia imprenditoriale.
La vicenda delle cooperative rosse campane resta una pagina ancora da ricostruire integralmente. Non può essere liquidata come sola storia di mala gestione, perché nacque da un’urgenza sociale vera. Ma non può nemmeno essere celebrata come modello riuscito: i documenti mostrano un meccanismo progressivamente appesantito da dipendenza finanziaria, controllo politico, emergenze occupazionali e fragilità gestionali.
È qui che l’inchiesta deve scavare: chi decise, chi gestì, chi controllò, chi beneficiò dei finanziamenti pubblici e perché, a distanza di decenni, una misura nata come temporanea abbia continuato a incidere sui bilanci pubblici e sulla vita amministrativa napoletana.







