
Basta un odore. Non serve una fotografia sbiadita dal tempo, non serve un vecchio filmato in super8 e nemmeno una canzone che graffia la memoria; basta un odore, all’improvviso, per spalancare le porte del passato e ritrovarsi scaraventati indietro di cinquant’anni. È il profumo pungente del mallo di noci sulle dita, impresso sulla pelle che già scotta sotto il sole alle nove del mattino, o quello denso della Leocrema spalmata la sera sulle spalle arrossate, tra i lamenti d’orgoglio e i rimproveri dolci delle madri. È la fragranza oleosa delle focacce fumanti comprate fuori ai lidi di Vietri, o l’aroma trionfante della parmigiana di melanzane che si libera nell’aria non appena si schiude il cartoccio di stagnola all’ora di pranzo. E in un attimo, senza preavviso, non sei più l’adulto che porta il peso dei giorni: hai di nuovo dieci, dodici, quindici anni. Perché noi dell’Agro facevamo così.

L’estate allora aveva le sue mete del cuore, luoghi sacri della geografia dell’anima: il Lido Azzurro di Torre Annunziata, il Lido Edelvina ad Erchie, il Risorgimento a Vietri o l’ombra fresca della pineta di Paestum. Ognuno custodiva il proprio rifugio preferito, ma i rituali erano gli stessi per tutti, un filo invisibile che ci legava facendoci sentire parte di una sola, immensa famiglia. La nostra non era una semplice vacanza; era un vero e proprio trasferimento di massa, la migrazione per un’intera giornata in un microcosmo fatto di abitudini che oggi sembrano sbiadite, dimenticate, e in cui il cuore pullulava di emozioni pure.
Tutto cominciava la sera prima, in un fermento silenzioso. Si passava in rassegna ogni cosa per essere certi che nulla mancasse: le borse di tela pesanti, gli asciugamani di spugna spessa tratti dal corredo buono di casa – enormi, ingombranti, capaci di asciugare tre generazioni – e poi le carte da gioco, i giornali, l’immancabile Settimana Enigmistica. E infine comparivano loro, i veri numi tutelari della stagione: il frigorifero portatile, la valigetta da picnic, le sedioline e gli ombrelloni. Erano sempre gli stessi, anno dopo anno, perché allora non esisteva la febbre di sostituire l’anziano col nuovo; le cose si custodivano con amore, si riparavano, si tramandavano come pezzi di storia familiare. Come quei piatti di plastica dura, verdi e robusti, praticamente indistruttibili, che non conoscevano l’infamia dell’usa e getta: facevano la loro comparsa a giugno e svanivano a settembre, fedeli compagni che ritrovavamo ogni anno come vecchi amici d’infanzia. Proprio come quel ventilatore che a casa, nel pomeriggio, girava lento e pigro nelle stanze affogate dall’afa, diventando il custode indiscusso dei nostri sonnellini estivi.
La macchina partiva all’alba, stracarica fino all’inverosimile. Al suo interno custodiva il frigorifero portatile con l’acqua, le bibite, il vino del contadino che gli adulti chiamavano scherzosamente “vino cafone”, e l’anguria, protetta come un tesoro prezioso. Le pietanze importanti, invece, viaggiavano protette dalla stagnola: la pasta al forno, le polpette di melanzane, i peperoni imbottiti. A mezzogiorno il lungomare diventava un teatro. Bastava un tavolino pieghevole, qualche sedia e il blu del mare davanti agli occhi; nessuno sentiva il bisogno di un ristorante, perché eravamo sinceramente convinti di possedere il tavolo più bello del mondo. Accanto, immancabile, sorgeva il thermos con il caffè caldo per suggellare il pranzo, affiancato dalla bottiglietta del caffè freddo preparato a casa, che nell’arsura del primo pomeriggio sembrava la bevanda più deliziosa dell’universo.
Il mare era sole, un sole potente e frontale che oggi affrontiamo schermati da filtri altissimi e che allora, invece, sfidavamo quasi fosse una prova di coraggio. Ci cospargevamo di mallo di noci, convinti che la tintarella fosse una conquista eroica da esibire al ritorno. Poi, la sera, arrivava il conto: le spalle purpuree, il naso infuocato, le guance che tiravano. Era il momento in cui le madri, con gesti larghi e sapienti, spalmavano la Leocrema sulle scottature mentre noi, con la voce bassa, promettevamo che il giorno dopo saremmo stati più prudenti. Una bugia bellissima che non mantenevamo mai.
Ma il mare era soprattutto il rumore dei giochi sulla sabbia: il nastro continuo delle partite a racchette, il rotolare delle bocce, i tuffi per la pallavolo, e poi i passatempi all’ombra dell’ombrellone come la battaglia navale, nomi cose e città, lo Shanghai o la costruzione di castelli. C’era quel gioco sottile della cupoletta di sabbia con la mazzarella del ghiacciolo infilata al centro, dove perdeva chi, scavando troppo, ne provocava il crollo. E, naturalmente, il gioco della bottiglia: per molti di noi i primi, veri batticuori passarono proprio da lì, da quel vetro che girava lento sulla sabbia tra i respiri trattenuti e gli sguardi complici. Ad Erchie, poi, c’era il regno dei tuffi e delle sfide a nuoto che noi ragazzi seguivamo con la solennità delle Olimpiadi. Ricordo ancora Cosimo Ciociano e Gaetano “La Nave”, chiamato così perché tagliava la piccola baia da una scogliera all’altra con una costanza e una sicurezza impressionanti, dritto verso la meta. Li guardavamo con una venerazione pura, erano i nostri campioni, e attorno alle loro bracciate nascevano leggende che si mescolavano ai racconti dell’antica torre che dominava il paesaggio.
Sotto gli ombrelloni il tempo si dilatava fino a diventare infinito. La Settimana Enigmistica passava di mano in mano, le mamme sfogliavano le pagine patinate di Oggi e Gente, i bambini collezionavano conchiglie come tesori e i papà si addormentavano sulla sdraio, con il giornale quotidiano piegato sulla testa a fare da improbabile cappello contro la vampa del pomeriggio. Poi il richiamo del venditore annunziava il momento del ghiacciolo: al limone, alla cola, alla menta, o il mitico arcobaleno, che si scioglieva sempre troppo in fretta lasciandoci le dita colorate e appiccicose.
La sera, infine, portava con sé una magia diversa. Gli chalet si illuminavano di luci tremolanti e il jukebox cominciava la sua serenata al golfo. Le note di Passerotto non andare via, di E tu di Claudio Baglioni o il ritmo battente di Abbronzatissima si mescolavano alla risacca del mare e alle risate accalorate dei ragazzi. Talvolta il copione si tingeva di dramma, come quella volta in cui una celebre lite finì con i tavoli che volavano da una parte all’altra dello chalet; frammenti di vita che il tempo, col suo tocco clemente, ha trasformato in storie da raccontare col sorriso. E poi c’eravamo noi, o i nostri amici, che alle onde preferivano i sentieri della montagna: ci si arrampicava sul Vesuvio con quella valigetta da picnic che pareva una scatola magica, capace di rivelare al suo interno un tavolino e quattro sgabelli perfetti. Si mangiava così, al fresco degli alberi, guardando il golfo dall’alto, scoprendo che se anche cambiavano i paesaggi, l’anima dei ricordi restava identica.
Oggi frequentiamo spiagge impeccabili e super attrezzate, abbiamo telefoni impermeabili, fotografie digitali dai colori perfetti e ogni genere di comodità a portata di mano. Eppure, a volte, la sera, ci assale il sospetto sottile che ci manchi qualcosa di fondamentale. Forse perché la vera ricchezza di quelle giornate non risiedeva nei luoghi, ma nel modo unico in cui sceglievamo di viverle. Erano le attese febbrili, le amicizie nate sulla sabbia, le risate fino a perdere il fiato, la certezza del domani. Era quel cuore che, dall’alba al tramonto, pullulava semplicemente di vita. Noi dell’Agro facevamo così. E, senza nemmeno saperlo, stavamo cementando i mattoni dei ricordi più preziosi della nostra es
istenza.





