Oggi i bambini crescono tra stimoli continui, informazioni contrastanti e ritmi sempre più serrati: comprendere davvero il loro sviluppo è diventato, per molti genitori, una sfida complessa. Dietro comportamenti, fatiche o semplici dubbi quotidiani si nasconde spesso una domanda più profonda: “Sto facendo abbastanza? È solo una fase o è il caso di approfondire?”. Per rispondere a queste domande serve uno sguardo competente e capace di ascolto. È in questo contesto che si inserisce la dottoressa Arianna Gallo, neuropsicomotricista ed educatrice Montessori, con un master di primo livello nei disturbi dello spettro autistico, che si occupa di riabilitazione neuropsicomotoria, riabilitazione del gesto grafico e Parent Training. In questa intervista, la Dott.ssa Gallo, che ha uno studio sito a Nocera Inferiore (SA), ci accompagna dentro il suo lavoro quotidiano per esplorare cosa significa occuparsi dello sviluppo neuropsicomotorio oggi: tra gioco, relazione e valutazione, sfatando falsi miti e offrendo strumenti utili per leggere con maggiore consapevolezza il mondo dell’infanzia.
Dottoressa Gallo, partiamo dal suo percorso. Quando ha capito che il lavoro con i bambini e lo sviluppo neuropsicomotorio sarebbero diventati la sua strada professionale?
Se dovessi individuare un momento preciso, direi durante il tirocinio. Fino a quel momento conoscevo la professione dal punto di vista teorico, ma è stato entrando nei contesti clinici, osservando il lavoro sul campo e confrontandomi con le famiglie, che ne ho compreso davvero il significato e il valore. L’aspetto che mi ha colpito maggiormente è stato proprio il lavoro con i genitori. Mi sono resa conto di quanto uno spazio di ascolto, accoglienza e confronto possa incidere positivamente sul percorso evolutivo e riabilitativo di un bambino. È stato in quel periodo che ho capito che questa sarebbe stata la mia strada professionale.
La sua figura unisce competenze sanitarie, educative e relazionali. Come spiegherebbe in modo semplice di cosa si occupa un/a terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva?
Il/la terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva è il/la professionista che si occupa dello sviluppo globale del bambino, dalla nascita fino all’adolescenza. Osserva, valuta e sostiene gli aspetti motori, cognitivi, relazionali ed emotivi, accompagnando il bambino nel suo percorso di crescita. Attraverso il gioco e attività specifiche e mirate, aiuta a potenziare quelle competenze che, per diversi motivi, possono risultare più difficili da acquisire spontaneamente. Il suo intervento non si concentra soltanto sul sintomo o sulla difficoltà specifica, ma considera sempre il bambino nella sua globalità, valorizzandone risorse, bisogni e potenzialità. Un altro aspetto fondamentale del lavoro è la collaborazione con la famiglia e con gli altri professionisti coinvolti nel percorso del bambino, perché lo sviluppo e il benessere si costruiscono attraverso una rete di interventi e relazioni che lavorano in sinergia.
Qual è l’idea più sbagliata che molti genitori hanno ancora oggi sulla neuropsicomotricità?
Una delle convinzioni più diffuse è che la neuropsicomotricità sia rivolta esclusivamente ai bambini con gravi difficoltà motorie. Probabilmente è proprio il nome della professione a generare questo equivoco. In realtà, il suo ambito d’intervento è molto più ampio e riguarda diverse aree dello sviluppo, come la coordinazione, l’attenzione, la regolazione emotiva, la comunicazione, l’autonomia, le abilità grafiche e le competenze relazionali. Un altro malinteso frequente è pensare che in terapia il bambino debba semplicemente imparare una serie di esercizi. In realtà, il lavoro si svolge principalmente attraverso il gioco, che rappresenta il linguaggio naturale e privilegiato dell’infanzia. È proprio attraverso il gioco che il bambino sperimenta, apprende nuove competenze ed esprime sé stesso. È importante ricordare, inoltre, che ogni bambino ha tempi e modalità di sviluppo diversi: il percorso neuropsicomotorio non punta a standardizzare le tappe della crescita, ma a sostenere ciascun bambino nel raggiungimento del proprio potenziale.
Come si distingue una fisiologica variabilità dello sviluppo da una difficoltà che richiede attenzione?
È vero che ogni bambino ha i propri tempi di crescita e che il confronto continuo con i coetanei può essere fuorviante. Esistono però delle tappe evolutive che rappresentano dei punti di riferimento utili per orientare l’osservazione dei professionisti. Ciò che valutiamo non è la presenza di un singolo comportamento o di una difficoltà isolata, ma l’andamento complessivo dello sviluppo e la sua evoluzione nel tempo. È l’insieme delle competenze motorie, cognitive, relazionali ed emotive a fornirci le informazioni più significative. Quando una difficoltà tende a persistere, non mostra un’evoluzione attesa o inizia a limitare la partecipazione del bambino alle attività quotidiane, al gioco, alle relazioni o alle esperienze tipiche della sua età, allora può essere utile richiedere una valutazione specialistica. Un approfondimento precoce permette infatti di comprendere meglio i bisogni del bambino e, se necessario, di attivare un supporto adeguato nei tempi più opportuni.
Spesso dall’esterno il gioco viene percepito come qualcosa di leggero. Quanto invece può essere uno strumento clinico ed educativo potente?
Per il bambino il gioco è molto più di un semplice passatempo: è il principale strumento attraverso cui apprende, conosce sé stesso e il mondo che lo circonda. Attraverso il gioco esplora il proprio corpo, sperimenta le relazioni con gli altri, sviluppa il linguaggio, impara a gestire le emozioni e costruisce importanti capacità di problem solving che saranno fondamentali per tutti gli apprendimenti futuri. Anche in ambito terapeutico il gioco riveste un ruolo centrale. Permette infatti di lavorare su obiettivi specifici all’interno di un contesto altamente motivante e coinvolgente per il bambino. Il terapista utilizza il gioco in modo intenzionale e mirato, trasformandolo in uno strumento clinico capace di favorire lo sviluppo di competenze motorie, cognitive, relazionali ed emotive. È proprio attraverso il piacere di giocare, e quindi attraverso un’esperienza significativa e gratificante, che spesso avvengono gli apprendimenti più importanti e duraturi.
Come cambia il suo lavoro in base all’età del bambino?
Il lavoro del terapista della neuropsicomotricità si adatta costantemente alle diverse fasi dello sviluppo, perché ogni età presenta bisogni, caratteristiche e obiettivi specifici. Nei primi anni di vita l’intervento è principalmente orientato alle competenze sensoriali, motorie e relazionali. In questa fase il coinvolgimento della famiglia è fondamentale e una parte importante del lavoro consiste proprio nel sostenere e accompagnare i genitori nella comprensione dei bisogni evolutivi del bambino. In età prescolare l’attenzione si sposta maggiormente sul gioco simbolico, sull’autonomia, sulle abilità motorie, sulla capacità di attenzione e sui prerequisiti necessari per i futuri apprendimenti scolastici. Con i bambini più grandi, invece, il lavoro può concentrarsi su aspetti come la motricità fine, la grafomotricità, la pianificazione motoria, l’organizzazione delle attività, la gestione delle emozioni e lo sviluppo delle funzioni esecutive, competenze fondamentali per affrontare con maggiore efficacia le richieste scolastiche e della vita quotidiana.
Quali sono le difficoltà più frequenti che incontra oggi nei bambini in età prescolare?
Tra le difficoltà che osservo più frequentemente nei bambini in età prescolare ci sono quelle legate alla regolazione emotiva, alla capacità di mantenere l’attenzione e alla tolleranza alla frustrazione. Sempre più spesso emergono bambini che faticano a gestire le proprie emozioni, ad attendere, a confrontarsi con piccoli insuccessi o con situazioni che richiedono autocontrollo e flessibilità. Osservo inoltre alcune fragilità nelle competenze motorie di base, che possono influire sul gioco, sull’autonomia e sulla partecipazione alle attività quotidiane. In alcuni casi emergono anche difficoltà nelle abilità linguistiche e nelle autonomie personali, ma le aree che oggi risultano maggiormente rappresentate sono proprio quelle legate alla sfera emotiva, attentiva e comportamentale.
Negli ultimi anni ha notato un cambiamento nei bisogni dei bambini e delle famiglie?
Sì, negli ultimi anni ho osservato alcuni cambiamenti significativi. I ritmi di vita sono diventati sempre più intensi e le famiglie si trovano spesso a gestire numerose richieste e stimoli, sia sul piano pratico che educativo. I genitori, rispetto al passato, sono generalmente molto più informati e attenti ai temi dello sviluppo infantile. Questo rappresenta certamente una risorsa importante. Tuttavia, l’enorme quantità di informazioni disponibili oggi, spesso provenienti da fonti diverse e talvolta contraddittorie, può generare dubbi, incertezze e confusione. Proprio per questo cresce sempre più il bisogno di trovare spazi di confronto qualificati, in cui potersi fermare, fare domande e riflettere insieme a un professionista. Spesso le famiglie non cercano soltanto risposte tecniche, ma anche ascolto, orientamento e accompagnamento nel comprendere i bisogni del proprio bambino e nel valorizzarne il percorso di crescita. In questo senso, il supporto alla famiglia è diventato una parte sempre più importante del lavoro terapeutico.
Nel metodo Montessori si parla spesso di autonomia. Come si costruisce davvero l’autonomia in un bambino senza forzarlo?
L’autonomia non si costruisce imponendo l’indipendenza, ma creando le condizioni affinché il bambino possa sperimentarsi e acquisire fiducia nelle proprie capacità. Significa offrire opportunità adeguate alla sua età e al suo livello di sviluppo, coinvolgendolo nelle attività quotidiane fin da piccolo e permettendogli di mettersi alla prova. Costruire autonomia vuol dire lasciare che il bambino provi, commetta errori, trovi soluzioni e riprovi ancora. Sono proprio queste esperienze che gli consentono di sviluppare competenze, senso di efficacia e sicurezza in sé stesso. In questo processo il ruolo dell’adulto è fondamentale: non quello di sostituirsi al bambino o anticiparne continuamente i bisogni, ma di accompagnarlo, sostenerlo e offrirgli il tempo necessario per fare esperienza.
Cosa si intende per grafomotricità?
La grafomotricità comprende l’insieme delle competenze che preparano e sostengono il gesto grafico e, di conseguenza, l’apprendimento della scrittura. Non riguarda soltanto il modo in cui il bambino impugna una matita o una penna, ma coinvolge numerose abilità che lavorano in sinergia. Parliamo, ad esempio, della postura, della coordinazione occhio-mano, della motricità fine, dell’organizzazione dello spazio sul foglio, della pianificazione motoria e del controllo del movimento. La scrittura è infatti il risultato di un processo complesso, che richiede l’integrazione di molte competenze sviluppate progressivamente nel corso della crescita. Nella maggior parte dei casi questo percorso avviene in modo fisiologico e graduale, attraverso le esperienze quotidiane, il gioco e le attività che il bambino sperimenta nel tempo. Quando però emergono difficoltà in alcune di queste abilità, possono comparire fatiche anche nell’esecuzione del gesto grafico, rendendo utile un’osservazione più approfondita e, se necessario, un supporto specifico.
Molti genitori si preoccupano quando un bambino scrive male. Quali aspetti bisognerebbe osservare prima di arrivare alla scrittura vera e propria?
Prima ancora della scrittura vera e propria, è importante osservare una serie di prerequisiti che sostengono il gesto grafico. Tra questi ci sono la qualità del movimento, la stabilità posturale e la coordinazione tra occhio e mano, che permette al bambino di guidare con precisione il gesto sul foglio. Altri aspetti fondamentali riguardano l’orientamento nello spazio, la capacità di mantenere l’attenzione e di organizzare in modo sequenziale il movimento. Tutte queste competenze lavorano insieme e rendono possibile un gesto grafico fluido ed efficace. Quando la scrittura appare poco leggibile o faticosa, infatti, non è detto che la difficoltà riguardi esclusivamente la mano o l’impugnatura. Spesso entrano in gioco più fattori, legati all’organizzazione motoria e cognitiva del bambino nel suo complesso. Per questo, in caso di sospetto di difficoltà grafiche, il terapista valuta l’insieme di questi prerequisiti prima ancora dell’atto della scrittura in sé.
La psicomotricità in acqua è uno degli ambiti di cui si occupa. Che cosa rende l’acqua un contesto così interessante dal punto di vista neuropsicomotorio?
L’acqua rappresenta un ambiente particolarmente ricco di stimoli, che permette al bambino di sperimentarsi in modo diverso rispetto alla terraferma. La ridotta gravità e la resistenza dell’acqua modificano infatti la percezione del movimento e del corpo, offrendo nuove possibilità di esplorazione. In questo contesto il bambino può lavorare in modo naturale su aspetti fondamentali come la percezione corporea, la coordinazione, l’equilibrio e la consapevolezza di sé nello spazio. Il corpo viene “sentito” in maniera più globale e integrata, favorendo esperienze motorie significative. Inoltre, l’acqua ha un forte valore motivazionale: il piacere del gioco e della scoperta rende il bambino più disponibile a mettersi in gioco, facilitando l’apprendimento e la sperimentazione di nuove competenze in un clima spesso percepito come più libero e coinvolgente.
Che differenza c’è tra un corso di acquaticità tradizionale e un percorso di psicomotricità in acqua?
Nel caso di un corso di acquaticità tradizionale, l’obiettivo principale è favorire la familiarizzazione con l’acqua e l’acquisizione di competenze acquatiche di base, come il galleggiamento, la sicurezza in acqua e i primi movimenti. Nel percorso di psicomotricità in acqua, invece, l’acqua non è solo un contesto educativo, ma uno strumento terapeutico utilizzato all’interno di un progetto riabilitativo più ampio. L’obiettivo non è l’apprendimento di abilità acquatiche in sé, ma il sostegno di specifici aspetti dello sviluppo del bambino. Le attività vengono infatti progettate in modo individualizzato, sulla base dei bisogni del singolo bambino e degli obiettivi terapeutici definiti.
Cosa si fa in un percorso di Parent Training? Come si svolge, come si struttura una seduta e a chi è rivolto?
Il Parent Training è un percorso rivolto ai genitori che desiderano comprendere meglio i bisogni del proprio figlio e acquisire strumenti pratici per affrontare eventuali difficoltà educative o comportamentali. Durante gli incontri si analizzano situazioni concrete portate dalla quotidianità, cercando di leggere insieme ciò che accade e di individuare strategie educative efficaci e sostenibili. Il lavoro è molto pratico e si basa sulla collaborazione attiva con i genitori. Si definiscono obiettivi realistici e, quando necessario, vengono costruiti strumenti personalizzati da utilizzare a casa, come agende visive, calendari o supporti organizzativi che aiutino il bambino nella gestione delle routine e delle richieste quotidiane.
Quale messaggio vorrebbe lasciare a chi ha paura di chiedere aiuto e di iniziare un percorso di valutazione?
Chiedere aiuto è un gesto di consapevolezza e di cura verso il proprio bambino. Una valutazione non ha l’obiettivo di “etichettare”, ma di comprendere meglio il suo funzionamento e individuare eventuali strumenti utili per sostenerlo nel suo percorso di crescita. Intervenire precocemente, quando necessario, consente spesso di valorizzare al meglio le risorse già presenti in quella fase dello sviluppo e di affrontare eventuali difficoltà con maggiore serenità ed efficacia. Nessun genitore dovrebbe sentirsi solo di fronte ai dubbi o alle preoccupazioni che possono emergere lungo il percorso evolutivo del proprio figlio: confrontarsi con un professionista può rappresentare un primo passo importante per fare chiarezza e orientarsi con più sicurezza.
Ogni bambino cresce seguendo una propria traiettoria, fatta di scoperte, fatiche e conquiste. Il ruolo di chi lo accompagna non è tracciare una strada uguale per tutti, ma restare accanto mentre quella strada prende forma, passo dopo passo. Ringraziamo la dottoressa Gallo per aver risposto alle nostre domande.
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