
a cura di GIOVANNI COPPOLA
C’è qualcosa che sta succedendo, e ormai negarlo sarebbe come tentare di fermare il mare con le mani. Il fenomeno Vannacci cresce, si espande, si rafforza. Ma non si tratta solo di consenso politico o di clamore mediatico: c’è un elemento più sottile, quasi magnetico, che rende la sua figura sempre più attraente. Un richiamo potente, ipnotico, simile al canto di una sirena che si insinua nelle coscienze e finisce per ammaliare persino una piazza complessa, viscerale e imprevedibile come Scafati.
Secondo l’analisi di Raffaele De Luca, osservatore attento delle dinamiche politiche territoriali, tutto questo non rappresenta affatto una sorpresa. Anzi: “Era tutto prevedibile”.
Una lettura che parte da lontano e che individua nel progressivo svuotamento del linguaggio politico tradizionale la chiave per comprendere l’ascesa di Vannacci. In un panorama sempre più appiattito su formule di circostanza, mediazioni continue e parole prive di peso specifico, l’irruzione di una figura capace di parlare con nettezza era destinata a produrre una scossa.
Non è solo una questione di immagine, né di comunicazione ben calibrata. È quella miscela rara di fermezza, provocazione e capacità di catalizzare l’attenzione che trasforma un personaggio pubblico in un simbolo. Vannacci non lascia indifferenti: divide, scuote, obbliga a prendere posizione. Ed è proprio qui che, secondo De Luca, si colloca la prevedibilità del fenomeno.
“Quando una comunità avverte il logoramento delle narrazioni dominanti – osserva – cerca inevitabilmente una voce capace di rompere lo schema. Scafati, con la sua sensibilità politica spesso anticipatrice, non poteva restare impermeabile a questa dinamica.”
Anche a Scafati, infatti, quel richiamo ha iniziato a propagarsi. Si percepisce nelle discussioni di piazza, nei commenti al bar, nei confronti accesi che attraversano quartieri e generazioni. È un’eco che si allarga, una fascinazione che cresce.
Come le sirene del mito, Vannacci non conquista con la rassicurazione ma con la forza di un’attrazione destabilizzante. Seduce perché rompe gli schemi, sfida il conformismo e si propone come elemento di discontinuità.
L’analisi di Raffaele De Luca è netta: non siamo di fronte a una fiammata passeggera, ma all’emersione di una tendenza che covava da tempo. Scafati ascolta, osserva, discute. E forse, proprio come lui aveva previsto, finisce per lasciarsi trasportare da quel canto sempre più forte.
Perché quando il consenso smette di essere episodio e diventa atmosfera, allora non si può più parlare di casualità. Era tutto prevedibile.





