
Necrologio personale ad Antonio Giaccoli
Antonio, fratello.
Così ti chiamavo. Tu, con quel solito sorriso un po’ scherzoso, mi rispondevi sorella, anche se la vera sorella di sangue, Mena, era di casa da me, abitavamo a 50 metri di distanza.
Mena, cara, ti stringo fortissimo.
Non è facile per me scrivere qualcosa, oggi, proprio a me che le parole non mancano quasi mai, soprattutto sulla carta. Quando ho saputo della tua morte, avvenuta questa mattina, mi si è gelato il sangue nelle vene.
Ti ho sempre voluto un bene particolare.

Naturalmente anche a Mena, al tuo gemello Vincenzo. Siamo cresciuti insieme sulla piazzetta, abbiamo condiviso negli anni la tua passione per l’imprenditoria, le tue avventure nelle amministrative, le conversazioni di politica. Ho ammirato la straordinaria organizzazione di quella che ti ho sempre detto essere l’evento più bello, più significativo, di autentico spessore che avevi portato a Nocera Superiore: la Festa della Pizza, a cui i miei figli hanno partecipato sin da piccoli. Quella era la quintessenza del tuo operato e del tuo essere, perché quando ci mettevi le mani tu, qualunque cosa diventava un capolavoro, un successo.

Non starò qui a tessere le tue lodi, gli elogi te li faranno tutti.
Io sono qui a piangere, a dirti che te ne sei andato davvero troppo presto. Ti dicevo sempre che io, quarantasette anni, ero più vecchia di te, che invece ne avevi 46. Una vita ancora intera davanti, almeno così doveva essere, invece il destino, che pure si ostina a sorridere a chi poco lo merita, a chi attraversa il mondo senza lasciare nulla di buono, stavolta si è portata via te.
Quanta ingiustizia c’è in questo, quanta rabbia sorda che non trova sfogo, nel vedere certe esistenze meschine scorrere lunghe e indisturbate, mentre chi ha costruito, amato, dato, se ne va così, troppo presto, lasciando un vuoto che non si colma.
Ho vissuto con te anche attraverso tua sorella Mena, tua madre, che mi ha sempre chiamato la mia pazzagliona con un sorriso che oggi si è spento, con tuo padre, la tua spalla, il tuo braccio destro, lo definivi. Mi stringo a loro, che in questo momento sono distrutti dal dolore, con il cuore andato in frantumi.
Non ho una grande fede, tu eri molto credente invece. L’unica cosa che posso sperare è di rivederti un giorno, così come spero di rivedere mio padre, i miei nonni paterni, le persone che mi hanno preceduto.
Mi auguro di poterti dare ancora una pacca sulla spalla, chiamarti fratello, dirti, come negli ultimi messaggi che ci siamo scambiati su Messenger, (anche vocali, che ora serbo con cura e gelosia), che tu rappresentavi per me la quintessenza della bontà, non solo della nostra pizza e della sua affermazione nel mondo, ma quella bontà d’animo, gentile e sincera che ti contraddistingueva.
Ora non ti vedrò più.e perdonami se mi fermo qui, le lacrime scendono da sole sul mio volto e le parole, stavolta, si rifiutano davvero di venire.
Mi mancherai tanto, fratello.
Annalisa
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