
Leggendo degli articoli sull’Avvenire e sulla Stampa , ho ritenuto opportuno scriverne il contenuto anche su Agrotoday, il “mio”quotidiano: l’argomento principale sono i giovani, il mio cruccio, la mia speranza.
I giovani in Italia
L’Italia ha un problema con i suoi giovani, non nel senso in cui spesso si intende, non sono “bamboccioni” né disinteressati, ma nel senso opposto e più scomodo: sono una risorsa straordinaria che il Paese continua a sprecare sistematicamente, tra università che non formano, mercato del lavoro che non accoglie e istituzioni che non ascoltano.
Da un lato, ventidue associazioni, da Acli ad ActionAid, da Arci a Caritas, si sono unite per lanciare “Ci siamo!”, una piattaforma di nove proposte concrete per dare potere decisionale ai giovani. Dall’altro, i dati del consorzio CISIA certificano un declino preoccupante nelle competenze di lettura e matematica tra le matricole universitarie. Due notizie apparentemente distinte che, lette insieme, raccontano la stessa storia.
Il paradosso di una generazione chiamata a decidere senza gli strumenti per farlo
Viviamo in un’epoca in cui si chiede ai giovani di reggere il peso di un presente complesso, cambiamento climatico, precarietà lavorativa, crisi democratica, senza però mai cedere loro davvero il timone. Vengono interpellati come testimoni, raramente come protagonisti, studiati come fenomeno sociale, quasi mai ascoltati come soggetti politici.
La piattaforma “Ci siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni” nasce esattamente da questa frattura. Nove mesi di incontri tra ragazze e ragazzi di realtà molto diverse, nove mesi di ascolto autentico, hanno prodotto proposte che non suonano come rivendicazioni astratte. Parlano di diritti di cittadinanza per chi nasce e cresce in Italia, di affitto accessibile, di salario minimo dignitoso, di spazi reali dove incontrarsi e costruire insieme, parlano, in fondo, di dignità.
Leggere un testo: la competenza che manca e che cambia tutto
Nel frattempo, il consorzio CISIA ha pubblicato i risultati delle prove TOLC 2025, e il quadro è sconfortante. Le competenze di comprensione del testo nelle matricole universitarie hanno registrato un calo del 2,2% nel triennio 2023-2025. In Economia e Statistica le abilità matematiche sono scese del 3%. Quasi tutti i test evidenziano una riduzione del punteggio medio rispetto al 2024.
Saper leggere un testo non è un requisito burocratico, bensì la condizione di possibilità di qualsiasi partecipazione consapevole. Un giovane che fatica a comprendere ciò che legge difficilmente potrà orientarsi in un mercato del lavoro sempre più complesso, valutare criticamente le informazioni che riceve, esercitare una cittadinanza attiva. Il deficit di competenze non è colpa dei ragazzi, ma il risultato di un sistema scolastico che ha perso gradualmente di vista la formazione profonda, preferendo spesso l’adempimento burocratico alla cura reale dell’apprendimento.
Chi viene dallo scientifico parte avvantaggiato (e questo non dovrebbe essere normale)
Uno degli elementi più rivelatori emersi dai dati CISIA riguarda la provenienza scolastica. I diplomati del liceo scientifico ottengono punteggi mediamente più alti in quasi tutti i test di ingresso. Gli ex-alunni del liceo classico, invece, eccellono negli studi umanistici. Gli studenti del Nord-Est e del Nord-Ovest performano meglio di quelli del resto d’Italia.
Questi dati non certificano differenze di intelligenza o di impegno, al contrario, evidenziano differenze di opportunità, raccontano un Paese in cui il codice postale e il tipo di scuola frequentata determinano in modo significativo le chances di successo universitario e, di conseguenza, lavorativo. L’ascensore sociale non si è fermato: in molti casi si è invertito.
Nove proposte che guardano al futuro con i piedi per terra
“Ci siamo!” non è un manifesto di protesta, esso rappresenta un documento di proposta politica concreta, elaborato da giovani che hanno scelto la strada della costruzione piuttosto che quella della lamentela, scelta tanto più significativa perché maturata in un contesto che offre poche ragioni per essere ottimisti.
Le proposte si muovono lungo tre assi: diritti, risorse e spazi. Sul fronte dei diritti, emerge con forza la questione della cittadinanza per chi nasce o cresce in Italia e raggiunge la maggiore età, una “eredità universale” di 15.000 euro come strumento di emancipazione concreta. Sul versante delle risorse, si chiede un’università accessibile attraverso l’abolizione delle tasse per i redditi bassi, un affitto calmierato, un salario minimo che non renda il lavoro una trappola. Sul piano degli spazi, si rivendica il diritto a luoghi fisici e politici dove costruire confronto, progettare, incidere.
Marco Trulli, responsabile Cultura e Giovani di Arci Aps, sintetizza con precisione la sfida: le 22 associazioni coinvolte toccano territori diversissimi, ognuno con le proprie specificità, ma tutte convergono sulla stessa diagnosi, i giovani faticano ad accedere realmente ai servizi, al lavoro, alla rappresentanza.
L’università che seleziona senza orientare
Uno degli snodi critici emersi tanto dai dati CISIA quanto dalla riflessione della piattaforma “Ci siamo!” riguarda il momento di passaggio dalla scuola superiore all’università. Secondo i sondaggi CISIA, il 71% degli studenti decide a quale corso di laurea iscriversi solo nell’ultimo anno di scuola. Quasi la metà prende la decisione dopo la Maturità.
Questo significa che una scelta che orienterà anni di studio e l’intera traiettoria professionale viene spesso compiuta in fretta, senza gli strumenti adeguati. Il professore Giovanni Betta, presidente del consorzio CISIA, indica come priorità lo sviluppo di studi più organici che colleghino esito dei test di ingresso e carriera universitaria. L’orientamento, considerato sempre più strategico, deve smettere di essere un adempimento formale e diventare un percorso autentico di accompagnamento.
Il protagonismo giovanile non è un lusso: è una necessità democratica
Giulia Giannini di YO-Ung Caritas coglie un punto che vale la pena sottolineare: non si può prescindere da un’analisi delle ingiustizie strutturali quando si parla di giovani. I ragazzi con background migratorio che costruiscono appartenenza senza vedersi riconoscere i diritti lavorativi, i giovani delle aree interne che non trovano spazi di partecipazione, le ragazze che accedono meno dei loro coetanei maschi a posizioni di responsabilità, queste non sono eccezioni, ma il cuore del problema.
Luisa Bencivenga e Ismahan Hassen, della cooperativa napoletana Dedalus, descrivono cosa significa concretamente aderire a questa piattaforma: dare voce a ciò che si vive ogni giorno nei propri territori: on rappresentanza astratta, ma presenza reale, non delega, ma partecipazione diretta.
Trasformare il pessimismo dell’intelligenza in energia progettuale
Guardare i dati con onestà intellettuale impone una certa sobrietà. Le competenze calano, la precarietà avanza, le disuguaglianze territoriali si allargano, e il sistema politico fatica a intercettare davvero i bisogni delle nuove generazioni. Ignorare tutto questo sarebbe ingenuo.
Ma il pessimismo dell’intelligenza non deve mai diventare una scusa per l’immobilismo. Le stesse 22 associazioni che hanno lavorato nove mesi per costruire “Ci siamo!” dimostrano che un’altra modalità è possibile: quella della coalizione larga, del lavoro paziente, della proposta concreta. Non chiedono di essere salvati, ma esigono strumenti idonei e si mettono a costruire già adesso, senza aspettare il permesso.
L’Italia ha bisogno di quest’ energia più di quanto molti sembrino disposti ad ammettere. Una democrazia che non riesce a coinvolgere i suoi giovani come soggetti attivi, non come destinatari di politiche, ma come co-autori del futuro, è una democrazia che si sta lentamente svuotando dall’interno.
Sperare con metodo: l’unica risposta sensata
Ritengo ci sia qualcosa di profondamente commovente nell’ostinazione di questi ragazzi e ragazze che scelgono la proposta politica nonostante tutto, che studiano, si confrontano, costruiscono alleanze, portano dati e visioni nei tavoli istituzionali, anche quando questi tavoli sembrano non volerli davvero ascoltare.
La speranza, in questo contesto, non è un sentimento vago, bensì una pratica che si esercita ogni giorno, nella fatica dell’incontro tra realtà diverse, nella precisione di una proposta ben formulata, nella determinazione di chi non accetta che le cose restino come stanno solo perché sono sempre state così.
Il titolo della piattaforma, “Ci siamo!”, suona come una dichiarazione semplice e rivoluzionaria insieme, giammai una supplica o una richiesta di attenzione. Rappresenta un’affermazione di presenza e si sa, le presenze, quando sono determinate e organizzate, cambiano le cose.
Quando il silenzio non è apatia: capire davvero cosa vogliono i giovani
Un’indagine pilota del Forum Diseguaglianze e Diversità su tremila studenti di 17-19 anni, delle ultime due classi di una ventina di istituti superiori di ogni indirizzo e collocazione geografica, aggiunge un tasso di complessità che sarebbe sbagliato ignorare. Quello che troppo spesso viene letto come indifferenza o insensibilità delle giovani generazioni verso la politica è, nei dati, qualcosa di molto più articolato e, per certi versi, più inquietante.
I ragazzi e le ragazze interpellati hanno paura del futuro. Sono consapevoli del peso delle disuguaglianze, specialmente quelle legate al colore della pelle, all’appartenenza di classe, al genere. Condividono con i genitori la preoccupazione per le guerre, ma pensano che gli adulti siano molto meno attenti di loro su questioni che considerano cruciali: la difficoltà a trovare lavoro, il cambiamento climatico, la distruzione della biodiversità, le disuguaglianze sociali. Non è tanto distanza dal mondo, quanto dalle istituzioni che quel mondo dovrebbero governare.
La sociologa Chiara Saraceno, che firma l’analisi su La Stampa del 15 maggio 2026, individua con precisione il nodo: questi giovani si sentono profondamente estranei a qualsiasi tipo di organizzazione, politica, ma anche associativa, perché percepiscono di essere trattati non come interlocutori e co-decisori, ma come semplici esecutori. Una percezione non infondata, e proprio per questo più difficile da smontare con argomenti retorici.
L’azione individuale come rifugio (e come trappola)
Per contrastare le ingiustizie sociali e ambientali che denunciano, questi giovanissimi dichiarano di essere disposti ad agire, ma preferiscono farlo attraverso comportamenti individuali: un uso corretto delle risorse, consumi consapevoli, denuncia di atti ingiusti, voto consapevole. Molto meno attraverso azioni collettive organizzate, partiti, associazioni, movimenti, manifestazioni.
La diffidenza verso le organizzazioni nasce da una doppia percezione: che abbiano “un’agenda propria”, che “non ascoltino davvero chi entra”, ma anche, e questa è la parte più amara, che “siano inefficaci”. Una valutazione che probabilmente affonda le radici nelle delusioni seguite alle grandi mobilitazioni giovanili degli ultimi anni: prima sul clima, poi sulla tragedia palestinese. Energie enormi, impegno autentico, risultati percepiti come insufficienti.
Saraceno coglie qui un meccanismo perverso: la sfiducia nell’azione collettiva non alimenta un individualismo semplicemente egoista, ma una “attivazione individuale” che non riesce a trasformarsi in forza politica reale. Anzi, la partecipazione collettiva rischia di apparire inutile, e, tra i pari, persino una possibile fonte di emarginazione sociale, perché espone al giudizio di chi la considera ingenuità.
Creare spazi reali, non solo leggi: la sfida politica più urgente
La lettura complessiva di Saraceno è, al tempo stesso, sobria e costruttiva. Più che preoccuparsi di chi scende in piazza con maggiore o minore rumore, suggerisce di concentrare le energie sulla creazione di spazi e occasioni capaci di valorizzare la capacità critica dei giovani e la loro disponibilità ad assumere responsabilità concrete. Spazi in cui non si sentano silenziati e svalutati, perché è esattamente questa la sensazione dominante tra chi si affaccia all’età adulta oggi in Italia.
Il Parlamento dei Giovani lanciato in questi mesi va nella direzione giusta. Rischia però di diventare l’ennesimo organismo percepito come distante, se non viene accompagnato da opportunità reali di parola e partecipazione a scala micro: il comune, il quartiere, le associazioni, le biblioteche, i campi gioco, gli spazi scolastici aperti fuori dall’orario di lezione, i trasporti pubblici. Non solo per proporre leggi, ma per decidere insieme l’organizzazione concreta della vita condivisa.
Questa è forse la lezione più importante che emerge dall’insieme di queste analisi: la fiducia politica non si ricostruisce con grandi gesti simbolici, ma nei dettagli quotidiani, nei luoghi fisici dove qualcuno ha davvero ascoltato, nelle decisioni in cui un ragazzo o una ragazza ha visto la propria voce fare la differenza. Da lì, e solo da lì, può nascere qualcosa che assomigli a speranza organizzata.







