
Dal vassoio degli dei romani ai social network: perché la satira è il più antico e necessario strumento di critica del potere
Pochi giorni fa un parente strettissimo del sindaco del mio paese, davanti alla chiesa di San Francesco, in occasione di un funerale di una persona a me cara, (di quelle umili, lontane dal potere e vicine davvero alla gente, non per secondi fini politici, economici e commerciali,) mi ha chiesto di avvicinarmi a lui, con un gesto poco elegante.
Non era certo il momento giusto per parlare di satira politica, tuttavia, da persona educata quale mi ritengo, ho risposto alle sue domande: la prima, rivoltami con sguardo truce, indagatore e risentito, riguardava una rubrica di satira, a mio parere divertente e a tratti geniale, in onda su questa testata giornalistica.
La persona in oggetto voleva le spiegassi cosa significasse il filmato di un miniblob che lo vedeva tra le scene. Gli ho risposto che la satira, come le barzellette, non si spiega,.ma con acume ed intelligenza, nonché un pizzico d’ ironia, si può arrivare a riderne riflettendo.
Altra domanda era relativa alla paternità del programma, a chi se ne occupasse, senza problemi gli ho risposto e.senza cattiveria gli ho stretto la mano, augurando a lui e a chi detiene il potere di divertirsi senza arrabbiarsi, perché si sa che chi assume una forma di egemonia diventa anche protagonista della satira.
In breve spiegherò cosa sia quest’ ultima.
Cos’è la satira? Una definizione che va oltre la battuta
La parola satira affonda le radici nel latino satura lanx: il vassoio colmo di primizie offerto agli dei, mescolanza di cose diverse. Un’immagine perfetta per descrivere un genere che mescola comicità, critica, morale e politica in un unico piatto scomodo da digerire, soprattutto per chi è nel mirino.
Ma attenzione: la satira non è una battuta, non è uno sfottò, non è intrattenimento leggero. È qualcosa di più preciso e più antico. La Corte di Cassazione italiana, nella sentenza n. 9246/2006, l’ha definita con parole che difficilmente si migliorano:
“È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene.”
Castigare ridendo. Correggere attraverso il riso. Non per divertire soltanto, ma per cambiare qualcosa.
La differenza tra satira, comicità e sfottò
Uno degli errori più comuni è confondere la satira con la semplice presa in giro. La distinzione è fondamentale, anche sul piano giuridico.
La comicità e lo sfottò fanno colore: fanno ridere, fanno passare il tempo, ma non ricordano fatti rilevanti e non propongono un punto di vista critico. La satira, invece, si muove in una zona comunicativa di confine: ha un contenuto etico riconoscibile, appartiene all’autore, ma parla a tutti e per questo funziona.
Non è un caso che i suoi bersagli privilegiati siano sempre stati i personaggi pubblici che esercitano potere: politici, istituzioni, figure religiose. Chi sta in alto è più visibile, e la satira ha bisogno di visibilità per fare leva sull’opinione pubblica.
Le origini antiche: da Aristofane a Giovenale
La satira è vecchia quanto la civiltà occidentale. Le sue radici affondano nell’Antica Grecia, dove aveva già una fortissima impronta politica. La commedia di Aristofane, Le Nuvole, Le Vespe, Gli Uccelli , è satira politica pura: critica il potere, deride i demagoghi, influenza l’opinione pubblica ateniese proprio nei momenti elettorali.
Tanto da suscitare reazioni violente. Il demagogo Cleone attaccò Aristofane personalmente, dimostrando, involontariamente, quanto la satira fosse temuta da chi governava. Una conferma, secoli prima della Cassazione, che colpire nel segno funziona.
Ma è nella letteratura latina che la satira trova la sua vera codificazione come genere autonomo. Nasce tra il III e il II secolo a.C. con Ennio, e Quintiliano la rivendicò con orgoglio nazionale: “Satura quidem tota nostra est”, la satira è tutta nostra. Un genere originalmente romano, a differenza di quasi tutto il resto della letteratura latina, di matrice greca.
Dopo Ennio vengono Lucilio, poi Orazio con i suoi Sermones, poi Persio, Giovenale, Marziale. Petronio con il Satyricon, Seneca con l’Apokolokynthosis, la “zuccificazione” dell’imperatore Claudio, feroce satira del potere imperiale. Luciano di Samosata, in greco, porta il genere in tutto il mondo ellenistico.
La satira come giornalismo ante litteram
C’è un parallelismo che vale la pena sottolineare: la satira latina antica possedeva già tutte le caratteristiche di quello che oggi chiameremmo giornalismo critico intelligente.
Denunciava i vizi e gli abusi di potere. Proponeva un ritorno a valori più sani il celebre mos maiorum, il modo degli antenati. Trattava argomenti diversissimi, dalla politica al costume, senza schemi fissi, affidandosi interamente alla libertà e allo stile dell’autore.
In questo senso la satira è stata, per secoli, l’unico spazio in cui si poteva dire la verità ai potenti. Con il paradosso protettivo del riso: chi ride non può essere facilmente messo a tacere, perché zittire una risata è sempre sembrato, anche ai tiranni, un gesto ridicolo.
Satira e libertà: un diritto costituzionale
In Italia la satira non è solo un genere letterario. È un diritto costituzionale, garantito dagli articoli 21 e 33 della Carta: libertà di espressione e libertà dell’arte e della scienza.
Questo significa che satireggiare un personaggio pubblico, nei limiti della continenza e della verità dei fatti di riferimento, è legittimo anche quando fa male. Anche quando il bersaglio protesta. Anche quando fa arrabbiare.
La satira, scriveva la Cassazione, mira a un “esito finale di carattere etico”. Non all’insulto gratuito, non alla diffamazione, ma alla correzione, ottenuta attraverso il riso. È una forma di pressione morale travestita da intrattenimento.
Perché la satira è ancora necessaria oggi
Viviamo in un’epoca di post-verità, di bolle informative, di algoritmi che amplificano l’indignazione selettiva. In questo contesto, la satira, quella vera, non il meme veloce sui social, è più necessaria che mai.
La satira, non va spiegata, perché costringe a pensare, semina dubbi là dove la propaganda semina certezze, smonta le ipocrisie con il bisturi dell’ironia, perché, come dicevano i latini, ridendo castigat mores: attraverso il riso, corregge i costumi.
Inoltre lo fa senza schemi fissi, senza una forma obbligata, affidandosi interamente alla lucidità, al coraggio e allo stile di chi scrive o crea filmati. È forse l’unico genere che non si può imitare davvero senza avere qualcosa da dire.








