
Tra arie immortali, citazioni pop e l’omaggio a Napoli: il piano solo di Rea trasforma l’emozione in un racconto senza tempo.
C’è un momento, durante i concerti di Danilo Rea, in cui il confine tra chi suona e chi ascolta svanisce. Accade quando le dita sfiorano i tasti senza uno spartito davanti, lasciando che sia l’aria della sala a decidere la direzione del viaggio.

Al Teatro Acacia di Napoli, questo miracolo si è ripetuto con Lirico – Piano Solo. Un appuntamento che non è nato per caso, ma come frutto della sapiente sinergia impressa alla stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti dal suo direttore artistico, Tommaso Rossi. È proprio attraverso questa visione curatoriale — capace di far dialogare la tradizione cameristica con l’audacia contemporanea — che il concerto di Danilo Rea si è trasformato in molto più di un’esibizione: una narrazione visionaria dove l’opera, il jazz e la canzone d’autore si fondono in un unico, magnetico respiro.

Niente scaletta, nessuna rete di sicurezza. Il progetto Lirico — nato nel 2003 e diventato negli anni il manifesto della poetica di Rea — vive dell’istante. Il pianista vicentino (ma romano d’adozione) ha “smontato” i monumenti di Puccini, Rossini, Verdi e Donizetti, non per profanarli, ma per restituirli alla loro natura più viva e pulsante.
“La melodia ritorna sempre, ciclicamente: è il mio timone”, ama ripetere l’artista.
E in effetti, tra le volate jazzistiche e le aperture armoniche più ardite, il tema celebre riaffiora sempre come un porto sicuro, rendendo il linguaggio colto del jazz accessibile e profondamente commovente anche per i non addetti ai lavori.
Il pianoforte di Danilo Rea all’Acacia si è trasformato in un’orchestra narrativa capace di saltare tra i secoli con una naturalezza disarmante. In un flusso creativo ininterrotto, le arie d’opera hanno strizzato l’occhio ai classici Disney, per poi scivolare verso il pop d’autore di Ornella Vanoni e la poesia di Fabrizio De André.
C’è stato spazio per il ritmo viscerale di Tammurriata Nera, e la cantabilità senza tempo di Era de maggio. Un gioco di specchi completato dalle suggestioni urbane di ‘West Side Story’, dove ogni nota sembrava nascere ‘parola dopo parola’, seguendo esclusivamente l’ispirazione di un momento irripetibile.
L’abbraccio di Napoli e il finale per Gino Paoli
Il legame con la città è esploso in un brivido collettivo quando Danilo Rea ha intonato Io te voglio bene assaje. La storica romanza, legata a doppio filo alla tradizione napoletana e al genio di Donizetti, è stata il ponte perfetto tra la solennità del passato e il calore della platea partenopea.
Il sipario è calato su una nota di intimità assoluta: un tributo a Gino Paoli, compagno di mille avventure artistiche. Un omaggio fatto di silenzi e gratitudine, che ha suggellato una serata in cui la musica ha abbattuto ogni steccato di genere.
Il ritratto di un artista totale
Dalle collaborazioni con giganti come Chet Baker e John Scofield ai sodalizi storici con Mina, Pino Daniele e Claudio Baglioni, la carriera di Danilo Rea è la dimostrazione che il rigore accademico (dal diploma al Santa Cecilia alla docenza) può convivere con la libertà più assoluta.
A Napoli, il pianista ha ricordato a tutti che l’Opera non appartiene solo ai musei o ai libretti impolverati: è materia viva, un’emozione che, se toccata dalle mani giuste, sa ancora parlare al presente con una forza disarmante.
Ph. a cura di Veronica Regano







