
Fin dalla più tenera età ho maturato due enormi passioni che tuttora non mi abbandonano: la lettura e la scrittura.
Per quanto mi riguarda, infatti, leggere un libro è un’esperienza che appartiene solo a chi legge, del tutto personale, intima, introspettiva per certi versi. Il senso di smarrimento che mi avvolge all’ ultima pagina di un testo è emblematico: significa che il dolore del distacco da quelle pagine diventa per me viscerale. Tra me e quell’ odore di carta, quelle parole che scorrono sotto ai miei occhi, non c’è mediazione, né un regista che possa decidere cosa inquadrare. Non esiste, altresì, una colonna sonora che suggerisca come debba sentirmi: sola davanti alle frasi che leggo, riesco a costruire per me stessa qualcosa di personale, irripetibile ed inestimabile.
Papa Francesco, il pontefice che più ha incarnato i miei ideali e valori, lo dice con una chiarezza disarmante: il lettore riscrive l’opera con la propria immaginazione, la memoria e i sogni. Ogni libro che leggiamo diventa qualcosa di diverso da quello che l’autore aveva scritto, e questo non è un tradimento del testo, ma la sua forma più alta di vita.
Tuttavia, per la mia generazione, abituata a ricevere contenuti già confezionati, interpretati e commentati, quest’ idea suona quasi rivoluzionaria. Siamo cresciuti con i video, i podcast, le serie: tutti strumenti potenti, capaci di emozionare e informare, ma che lasciano poco spazio alla costruzione interiore. La lettura invece rchiede tempo, attenzione, la disponibilità a stare fermi un momento e a lasciare che le parole facciano il loro lavoro.
Ho capito ciò cosa significhi quando ho letto per la prima volta un romanzo che parlava di qualcosa che stavo vivendo, ossia “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij. Esso narra la storia del Principe Myškin, un uomo ingenuo e sinceramente buono, soprannominato “idiota”, che torna in Russia dopo cure per l’epilessia. Immerso nell’alta società pietroburghese corrotta e cinica, la sua bontà disarmante provoca conflitti, passioni violente e tragedie, inclusi i triangoli amorosi con Nastas’ja Filippovna e Aglaja Ivanovna, evidenziando l’impossibilità di far convivere purezza d’animo e realtà crudele. Spesso, a causa della mia bontà ed ingenuità, sono stata considerata sciocca, idiota come il Principe Myškin. In quel libro non ho trovavo risposte, ma riconoscimento. Quest’ ultimo ha avuto un effetto strano: mi ha fatto sentire meno sola e al tempo stesso più consapevole di ciò che provavo.
Così ho compreso che la letteratura non risolve i problemi, ma dà un linguaggio per nominarli ed è già un modo per affrontarli.
Il nocciolo della questione, quindi, è che nella quotidianità dei giovani di oggi la lettura fatica a trovare spazio, non per mancanza di interesse, ma perché tutto intorno compete per la nostra attenzione con strumenti molto più immediati e gratificanti nel breve termine. Leggere richiede uno sforzo che non porta risultati visibili subito e in un’epoca in cui tutto è misurabile e veloce, questo può sembrare uno svantaggio. In realtà è il contrario: infatti quella lentezza rende la lettura preziosa, capace di costruire dentro di noi qualcosa che resta, si sedimenta e torna utile nei momenti in cui ne abbiamo bisogno, senza sapere da dove viene.
Forse il punto non è convincere i giovani a leggere di più con argomenti razionali, ma creare le condizioni perché facciano l’esperienza di un libro che li prende davvero. Una volta che succede, difficilmente si torna indietro del tutto, almeno per me è stato così.
Concludo questo mio elaborato con una delle citazioni più intime e significative dwl mio autore preferito, Fëdor Dostoevskij, sull’importanza del leggere, tratta dal suo romanzo Memorie del sottosuolo (1864):
:“A casa, in primo luogo, più che tutto leggevo. Avevo voglia di soffocare con sensazioni esteriori tutto ciò che ribolliva incessantemente dentro di me. E fra le sensazioni esteriori rientrava nelle mie possibilità soltanto la lettura. La lettura, naturalmente, mi aiutava molto: mi agitava, mi dilettava e mi tormentava.”








