
Sei troppo intelligente per fare politica.
Questa frase l’ho sentita dire spesso ed un’ amica me l’ha persino scritta stamattina in un messaggio, magari con una punta di ironia velata da un complimento.
Io le rispondo con quella che potrei chiamare la magra consolazione: almeno so di non potermi “immischiare” in meccanismi vergognosi.
Tuttavia mi chiedo da sempre, ossia da quando ho iniziato a studiare e a fare politica, senza peraltro ricoprire cariche istituzionali: è davvero una consolazione? O è qualcosa di più profondo?
Politica e intelligenza rappresentano un matrimonio impossibile?
Ritengo esista un luogo comune duro a morire, e cioè che la politica sia roba da furbi, non da intelligenti, da chi sa navigare, da chi sa pensare, da chi stringe mani e fa promesse, non da chi analizza conseguenze e cerca coerenza.
In fondo, guardando certi meccanismi, viene difficile asserire il contrario.
Chi ragiona troppo si blocca davanti alle compromissioni, ha principi solidi che fatica a piegare quando serve, così come chi vede le sfumature non riesce ad urlare slogan semplici con la faccia convinta.
La politica, spesso, premia la disinvoltura e l’intelligenza, quella vera, di disinvoltura ne ha poca quando si tratta di fingere.
La consapevolezza come forma di rispetto verso se stessi
Rendersi conto di non volersi immischiare in certi meccanismi non è una resa, bensì una scelta di integrità.
Infatti occorre la lucidità per dire: questo sistema funziona in un modo che non riesco ad accettare. Ci vuole onestà per ammettere che preferirei cambiare le cose da fuori, o non cambiarle affatto, piuttosto che entrarci dentro e diventare parte del problema.
Non è cinismo, ma mera consapevolezza.
Ma allora l’intelligenza è condannata a stare fuori dalla Politica?
Non necessariamente.
La storia ci ha regalato figure che hanno saputo portare pensiero critico dentro le istituzioni senza perdersi, anche se sono eccezioni, e quasi tutte hanno pagato un prezzo.
Il punto non è che gli intelligenti non debbano fare politica, quanto piuttosto che certi ambienti rendono quasi impossibile mantenersi integri; riconoscerlo, invece di buttarsi dentro sperando di essere l’eccezione, è già un atto di maturità raro.
La magra consolazione diventa qualcos’altro
Quando capisci perché non puoi stare dentro certi meccanismi, quella che sembrava una consolazione di ripiego diventa qualcosa di diverso: una forma di rispetto verso la tua stessa mente.
Non tutti devono essere nella stanza dei bottoni: per fortuna alcune persone cambiano le cose scrivendo, insegnando, costruendo, parlando, anche senza microfoni istituzionali, senza poltrone, senza dover sorridere a chi non lo merita.
Forse, in fondo, è lì che l’intelligenza trova il suo posto migliore, anziché nei palazzi, nelle idee che resistono anche quando i palazzi crollano.








