
Si è chiusa con una lunga e sentita standing ovation la quarta edizione del Premio Salerno Jazz, consacrando definitivamente la manifestazione come uno degli appuntamenti più autorevoli e identitari del panorama jazzistico nazionale. Nella cornice del Teatro Municipale Giuseppe Verdi, la città ha vissuto una serata di straordinaria intensità artistica, capace di coniugare memoria, identità e visione contemporanea in un racconto musicale potente e coinvolgente.

Un evento che affonda le proprie radici nella storia stessa di Salerno, legata al jazz sin dai giorni della Operazione Avalanche, quando insieme alla liberazione approdarono anche i suoni della musica afroamericana. Da quel filo invisibile prende forma un percorso che trova continuità nella Salerno Jazz Orchestra, fondata nel 2007, e oggi pienamente maturato in un progetto culturale solido e riconosciuto.


È proprio la contaminazione – intesa come identità e non come semplice incontro di generi – il cuore del Premio. Una cifra che ha attraversato l’intero gala del 29 aprile 2026, riunendo sul palco otto artisti diversi per provenienza, linguaggio e sensibilità: Joe Barbieri, Raphael Gualazzi, Francesca Tandoi, Giovanni Falzone, Daniele Scannapieco, Leila Duclos, Giuseppe Milici e Sulene Fleming.

A guidarli, il gesto sicuro e la visione del Maestro Stefano Giuliano, direttore artistico oltre che anima musicale dell’orchestra. Ne è scaturito un racconto sonoro compatto e dinamico, in cui ogni brano – appositamente riarrangiato per big band – ha trovato nuova vita, esaltando il dialogo tra individualità e collettivo.

Il concerto si è sviluppato come un viaggio senza cesure, attraversando epoche e suggestioni. Dall’eleganza di Blusette di Toots Thielemans, restituita con sensibilità dall’armonicista palermitano Giuseppe Milici, alla profondità lirica di Leaving di Richie Beirach, nelle mani di Daniele Scannapieco, orgoglio della scena jazzistica salernitana.


Di grande impatto la cifra narrativa di Joe Barbieri, che con Con una rosa di Vinicio Capossela ha regalato uno dei momenti più personali della serata, dedicandolo all’amico Stefano Giuliano. Intensa e raffinata la performance di Leila Duclos, 1940 di Clay Boland, artista libera, istintiva e appassionata, in forte ascesa nel jazz contemporaneo, valorizzata da una voce unica e di un temperamento plasmato dallo swing e dalla passione.


Giovanni Falzone, musicista innovativo, ha portato sul palco una visione energica e sperimentale, conducendo l’orchestra con una gestualità quasi fisica in una potente rilettura di Sepia Blues di Duke Ellington. Premiato dal segretario artistico del Teatro Verdi, il Maestro Antonio Marzullo.



Sul fronte delle contaminazioni, Raphael Gualazzi ha incarnato pienamente lo spirito del Premio, fondendo jazz, soul e suggestioni cinematografiche nell’interpretazione di More, celebre tema della colonna sonora del film Mondo Cane, firmato da Riz Ortolani.


A suggellare il percorso artistico solistico, Francesca Tandoi, pianista jazz, cantante e compositrice, ha coniugato virtuosismo, sensibilità e originalità in una performance di grande impatto, presentando Lethargy, brano da lei scritto durante il periodo del lockdown, quasi come un gesto apotropaico e liberatorio.
Ha poi sorpreso il pubblico con un omaggio inatteso a Ornella Vanoni: “Io so che t’amerò” di Vinicius de Moraes, interpretato voce e pianoforte, con rara eleganza in un momento di intensa intimità e raffinata espressività.


A chiudere il percorso musicale, l’energia e il groove di Sulene Fleming, capace di trascinare il pubblico con una voce e una presenza scenica potente e coinvolgente. L’artista, tra le vocalist più ricercate della scena soul, funk e dance inglese, è stata premiata dal pianista e compositore Matteo Saggese e ha interpretato Somebody Else’s Guy di Jocelyn Brown, accompagnata dal bassista Marcello Sutera.


A guidare la serata, con misura ed eleganza, la giornalista Concita De Luca, presenza storica del Premio, affiancata da Simona Bencini, voce iconica dei Dirotta su Cuba, che ha impreziosito l’apertura con una intensa interpretazione di Gelosia, proposta in un inedito arrangiamento della Salerno Jazz Orchestra. Più che una conduzione, la loro è stata una vera narrazione musicale, capace di accompagnare il pubblico dentro ogni esibizione.

Il vertice emotivo della serata è arrivato con l’omaggio a Gino Paoli e Ornella Vanoni. Senza fine ha sospeso il tempo in una doppia veste: da un lato la voce nuda di Concita De Luca, capace di trasformare il testo in racconto poetico; dall’altro l’interpretazione unplugged di Simona Bencini, sostenuta dalla chitarra di Carlo Fimiani. Un momento di rara intensità, in cui la parola è tornata al centro, essenziale e vibrante.

Dietro la riuscita della manifestazione, una struttura solida: il Premio è promosso dall’Associazione DeArt presieduta da Annamaria Fortuna, con il sostegno della Regione Campania, del Comune di Salerno – rappresentato dal commissario Vincenzo Panico e dalla dirigente Annamaria Quagliata – e della Confcommercio Salerno guidata da Nino Marone.
A completare l’identità del Premio, il dialogo con le arti visive: il manifesto 2026, firmato da Lorenzo Giuliano, raffigura un contrabbasso da cui sgorga acqua, metafora potente della musica come forza generativa e inarrestabile; mentre il riconoscimento assegnato ai vincitori è un’opera del Maestro ceramista Antonio D’Acunto, caratterizzata da un rosso intenso e distintivo, pensato per rendere il Premio immediatamente riconoscibile.
A concludere la serata, un finale corale travolgente sulle note di I Feel Good, che ha visto tutti gli artisti riuniti sul palco in un’esplosione di energia condivisa.

In un’epoca in cui le identità culturali tendono a frammentarsi, il Premio Salerno Jazz dimostra come la musica possa ancora essere luogo di incontro, spazio di memoria e laboratorio di future sperimentazioni creative. Salerno si conferma così crocevia di suoni e visioni. E il jazz continua a raccontarlo, con la sua lingua universale.
Appuntamento al prossimo anno.






