
Il lavoro non si eredita e non si ottiene da un favore.
La vita a me ha insegnato che il lavoro si conquista, giorno dopo giorno, anche dopo che ti viene tolto senza aver commesso reati, ma solo perché la società è marcia e profondamente ingiusta.
Tuttavia, dopo aver scelto la cura dei figli, dei genitori, degli altri, una donna come me, sebbene non più giovanissima, non si arrende perché ha imparato sulla propria pelle che il lavoro si conquista e si riconquista con fatica, con sacrificio, spesso senza una rete di protezione alle spalle, senza appoggi, senza il famoso cocco già sbucciato.
È una conquista personale che può sgretolarsi da un momento all’altro, perché la precarietà non è un’eccezione nel mercato del lavoro italiano, bensì rappresenta la regola per milioni di persone.
Oggi, primo maggio, scelgo di non augurare buona festa a tutti, ma buon lavoro, quello vero, denso di difficoltà e di dignità, a chi ogni giorno rischia la vita sui cantieri, nelle fabbriche, nei campi, a chi svolge il proprio lavoro e spesso anche quello degli altri negli uffici pubblici, pur di offrire un servizio dignitoso al cittadino, a chi ha perso il lavoro ed ha avuto la forza di rialzarsi, scacciando depressione e i pensieri suicidi, di reinventarsi anche in età adulta e senza raccomandazione.
Insomma Buon Lavoro a chi non si arrende!
Quello che il greco e il latino ci insegnano sul lavoro
La vita mi ha insegnato anche un’ altra cosa, ossia che le lingue classiche non mentono mai.
In greco antico, il lavoro si dice pónos (πόνος), una parola che contiene in sé il sacrificio, il peso, il dolore, la fatica, lo sforzo fisico. Ma anche érgon (ἔργον), che significa opera, azione compiuta, qualcosa che lascia un segno nel mondo.
Esiodo, ne Le opere e giorni, scrisse che gli dèi hanno nascosto ai mortali il sostentamento e che solo attraverso il lavoro e il sudore si può ottenere ciò che serve per vivere: può sembrare una visione dura, maé profondamente onesta.
In latino, labor porta nel suo significato originario lo stesso peso: fatica, sforzo, sofferenza. Virgilio, nelle Georgiche, celebrò il lavoro della terra con una frase rimasta nella memoria collettiva: labor omnia vincit, cioè la fatica vince tutto, non come slogan pubblicitario, ma alla stregua di una constatazione amaramente realistica della condizione umana.
Seneca, dal canto suo, ricordava che per aspera ad astra (attraverso le difficoltà si arriva alle stelle ).
Parole scritte duemila anni fa, ancora attualissime per chi deve costruirsi tutto da solo.
L’articolo 1 della Costituzione: una promessa ancora incompiuta
La Costituzione italiana apre con una dichiarazione solenne: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Una promessa bellissima, eppure i numeri raccontano un’altra storia.
I dati che la politica preferisce non vedere
Nel 2024, il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno ha raggiunto l’11,9%, superando di oltre tre volte quello del Nord-est. La Campania registra il valore più alto in assoluto: 15,6%. (Istat)
Con il 58% di donne occupate tra i 20 e i 64 anni, l’Italia resta ultima nell’Unione Europea per occupazione femminile, con un divario rispetto agli uomini di 19,1 punti percentuali, quasi il doppio della media europea.
Al Sud la situazione è ancora più grave: il tasso di “non lavoro” femminile sale al 42%. In Sicilia, Campania e Calabria circa una donna su due è disoccupata, scoraggiata o sottoccupata. (Svimez)
In Calabria, Campania e Sicilia lavora soltanto una donna su tre.
Questi non sono dati astratti. Sono vite reali. Sono donne laureate, competenti, formate, costrette a scegliere tra restare al Sud in condizioni di umiliazione sistematica o partire per Torino, per Milano, per Oxford, ( citata da una raccomandata di recente ), per qualsiasi luogo in cui il merito conti qualcosa.
Il Sud, le donne e i meccanismi del potere
Nel Mezzogiorno esiste un problema che va oltre la disoccupazione statistica, ovvero una rete di relazioni clientelari che decide chi lavora e chi no, indipendentemente dal merito. Se non conosci il politico di turno, quello che diventerà onorevole alla Regione, sindaco, o assessore, puoi avere mille titoli di studio e altrettante esperienze, ma spesso non lavori.
Le donne pagano un prezzo doppio; da un lato, la maternità viene ancora percepita come un rischio da parte dei datori di lavoro privati. Quindi chi può ancora avere figli, chi ha bambini piccoli, chi potrebbe chiedere permessi viene penalizzata, licenziata, messa da parte. Dall’altro, in certi contesti, il lavoro viene condizionato a richieste che nulla hanno a che fare con la professionalità, richieste che è difficile nominare ad alta voce, ma che chi le ha subite conosce benissimo.
Parlarne non è lamentarsi, è l’unico modo per cambiare le cose.
Non auguro buon lavoro ai padroni che sfruttano
Oggi, primo maggio, non auguro buon lavoro a chi umilia, denigra, sottopaga, mutila, fisicamente o professionalmente, i propri lavoratori.
Non lo auguro a chi dichiara di “dare lavoro” come se fosse un favore personale, mentre costruisce il proprio patrimonio sul sudore altrui. Non lo auguro a chi non versa i contributi, trasformando la vita dei lavoratori in un inferno, non solo in vista della pensione, ma nell’immediato, con conseguenze legali ed amministrative che ricadono sempre e solo sui più deboli.
Il lavoro non è un favore. È un diritto.
Chi lo trasforma in uno strumento di potere e di ricatto non merita la celebrazione del primo maggio ( questa frase ha un nume e un cognome ).
Buon lavoro a chi non si arrende
Auguro buon lavoro a chi ha perso il posto senza aver commesso alcun errore ed ha trovato la forza di ricominciare, a chi si è reinventato a cinquant’anni, con la consapevolezza che nessuno regalerà nulla, a chi fa il proprio dovere con dignità, ogni giorno, anche quando il sistema sembra progettato per scoraggiarlo.
Auguro buon lavoro alle donne del Sud che meritano di restare nella loro terra senza dover scegliere tra l’umiliazione e l’esilio.
Auguro buon lavoro a chi studia, si forma, accumula esperienze e chiede soltanto di essere giudicato per quello che vale.
Politica e lavoro sono due facce della stessa medaglia. Chi tiene la politica lontana per paura di sporcarsi le mani lascia che siano altri, spesso i peggiori a decidere le regole del gioco.
Cambiare questa situazione è possibile, ma richiede coraggio, voce e la volontà collettiva di non accettare più quello che non è giusto.
Buon primo maggio solo a chi sa davvero cosa significhi la parola LAVORO.
Annalisa Capaldo








