
Necropoli monumentale di Pizzone (foto tratta da Romano Impero, articolo della dott.ssa Marisa De’ Spagnolis).
La necropoli romana del Pizzone è rimasta a lungo ai margini del racconto storiografico e della valorizzazione pubblica. Comprenderne le ragioni significa confrontarsi con uno dei contesti archeologici più rilevanti dell’area nocerina, riportato alla luce negli anni Novanta del XX secolo in località Pizzone.
Qui, lungo un asse viario extraurbano dell’antica Nuceria Alfaterna, è emersa una necropoli monumentale che restituisce un quadro articolato delle pratiche funerarie tra la tarda età repubblicana e l’età imperiale.
Il complesso funerario e la struttura del sito
Come documentato dall’archeologa Marisa de’ Spagnolis, l’area ha restituito «una serie di grandi monumenti funerari del I sec. a.C. allineati lungo l’originario tracciato della strada». Si tratta di un insieme che, per estensione, stato di conservazione e complessità, si colloca tra le testimonianze più significative del territorio. L’area, estesa per circa 5000 metri quadrati, si sviluppa lungo un’antica strada configurata come una vera e propria “via cava”, fiancheggiata da mausolei di notevoli dimensioni disposti secondo una precisa logica scenografica.
Le famiglie locali e le iscrizioni funerarie
Tra i rinvenimenti più rilevanti si distinguono monumenti riferibili a importanti famiglie locali, come la gens Numisia e la gens Cornelia, note attraverso iscrizioni ed elementi architettonici di pregio.
Particolarmente significativo è il caso del giovane Quintus Lutatius Varus, morto a soli diciassette anni, la cui memoria è affidata a iscrizioni in latino e greco: un dato che restituisce non solo la dimensione privata del lutto, ma anche il livello culturale e sociale dell’ambiente di riferimento.
Società e identità nell’area funeraria
L’insieme dei reperimenti delinea una società stratificata, in cui il culto dei morti si traduce in forme di autorappresentazione pubblica e familiare. In questo contesto, la monumentalità funeraria non risponde soltanto a modelli diffusi nel mondo romano, ma diventa uno strumento attraverso cui le élite locali costruiscono e rendono visibile la propria identità nello spazio.
La Tomba del calzolaio
Tra i contesti più emblematici emerge la cosiddetta Tomba del calzolaio, uno dei complessi più significativi dell’intera necropoli. Si tratta di un monumento funerario di particolare interesse non solo per la complessità architettonica, ma soprattutto per la presenza di decorazioni pittoriche che rimandano direttamente all’attività del defunto. Al centro della composizione è rappresentata una taberna sutrina, la bottega del calzolaio, con strumenti di lavoro e calzature in fase di realizzazione: un’immagine che restituisce con immediatezza l’identità professionale e sociale del personaggio, offrendo una rara testimonianza di autorappresentazione legata al mestiere.
Stato attuale e criticità del sito
Eppure, nonostante l’importanza storica e scientifica, questa straordinaria area archeologica resta ancora oggi poco conosciuta al grande pubblico. Le ragioni non risiedono esclusivamente in una carenza di narrazione, ma in una serie di criticità strutturali e gestionali che ne hanno limitato nel tempo la piena fruizione. L’area della necropoli di Pizzone non è infatti attualmente accessibile attraverso un sistema stabile di visite. Nel corso degli anni si sono sovrapposti problemi di natura logistica, vincoli burocratici e situazioni di degrado, tra cui la presenza di insediamenti abusivi, recentemente oggetto di interventi di ripristino della legalità.
Prospettive di valorizzazione
Sia l’amministrazione locale sia la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino hanno tuttavia espresso l’intenzione di rendere l’area pienamente fruibile in tempi prossimi, avviando un percorso di recupero e valorizzazione che potrebbe restituire alla comunità un patrimonio di straordinario valore.
In questo senso, la necropoli di Pizzone si configura non solo come un sito archeologico di primaria importanza, ma come un caso emblematico delle difficoltà – e delle possibilità – che caratterizzano oggi la gestione del patrimonio culturale. Più che una storia dimenticata, è una storia in divenire, che chiama in causa responsabilità istituzionali, risorse e capacità di costruire un racconto condiviso.
È forse proprio da qui che si dovrebbe ripartire. Dalla consapevolezza che sotto i nostri passi esiste una memoria ancora capace di parlare, a condizione che le si dia spazio, voce e continuità.









