
Oggi ricordo con immenso orgoglio il mio maestro in assoluto, Antonio Gramsci, un pensatore la cui eredità risuona ancora forte, specialmente nella necessità di prendere parte, di essere partigiani.
Non si tratta di schierarsi ciecamente, ma di scegliere con consapevolezza la direzione del bene, della giustizia.
Gramsci ci insegna che l’indifferenza è un peso, una rinuncia alla propria umanità: ogni persona ha il dovere di agire, di non restare spettatore passivo di fronte alle ingiustizie. La sua vita, le sue parole, sono un invito costante ad un impegno profondo, ad una partecipazione attiva nella costruzione di un mondo migliore.
La favola del riccio e la mangusta Rikki-Tikki-Tavi

Quando ho visitato per la prima volta, nel 2009, la casa natia di Gramsci a Ghilarza, in Sardegna, mia figlia Gloria aveva poco più di 3 anni e le regalai le favole di Gramsci, raccolte nel libro intitolato “L’ albero del riccio “.
Gramsci, anche dal carcere, trovava il modo di comunicare con i suoi figli, Delio e Giuliano, attraverso storie e fiabe. Queste non erano semplici racconti per bambini, ma veicoli di insegnamenti profondi.
Una di queste storie, che Gramsci raccontava al figlio Delio, è quella del riccio che trasportava le mele.
In una notte di luna, una famiglia di ricci, padre, madre e tre piccoli, si avventura alla ricerca di cibo. Il padre riccio, con ingegno, si appallottola sulle mele cadute, infilzandole con i suoi aculei per portarle alla tana. Questa immagine semplice, tratta dai ricordi d’infanzia di Gramsci in Sardegna, racchiude l’idea della fatica, dell’ingegno e della cura familiare.
Gramsci faceva riferimento anche a Rikki-Tikki-Tavi, la coraggiosa mangusta protagonista di una storia di Rudyard Kipling. Rikki-Tikki-Tavi combatte valorosamente contro i cobra Nag e Nagaina per proteggere la famiglia umana che lo ha accolto. Questa figura incarna il coraggio, la lealtà, la determinazione nel difendere ciò che è giusto, anche di fronte a pericoli soverchianti. Entrambe le favole, pur nella loro semplicità, riflettono la visione gramsciana dell’impegno, della lotta e della responsabilità individuale.
La funzione degli intellettuali: una visione semplificata dai Quaderni del carcere
Nei suoi Quaderni del carcere, Gramsci rifletteva profondamente sul ruolo degli intellettuali nella società. Egli sosteneva che ogni persona possiede una capacità intellettuale, ma non tutti svolgono la funzione di intellettuale in senso stretto. Gli intellettuali, per Gramsci, non sono solo coloro che producono idee, ma anche coloro che le organizzano, le diffondono, le rendono operative. Esistono gli intellettuali “tradizionali”, spesso legati a istituzioni consolidate, e gli intellettuali “organici”, che emergono direttamente da una classe sociale e ne esprimono le esigenze, aiutandola a prendere coscienza di sé e a organizzarsi per il cambiamento. La loro funzione è cruciale per la direzione morale e intellettuale della società, per la creazione di una nuova cultura e di un nuovo senso comune.
Lettere ai figli e alla mamma: un legame indissolubile
Le lettere dal carcere di Gramsci sono un testamento di amore e di profonda umanità. Alla madre, in una lettera del 20 novembre 1926, egli ricorda con tenerezza gli insegnamenti ricevuti, come quando lei gli correggeva i compiti, insistendo sulla corretta scrittura della parola “uccello”. In questa lettera, Gramsci esprime una visione commovente dell’immortalità, non come vita ultraterrena, ma come continuità delle proprie azioni e valori che si trasmettono di generazione in generazione. Il vero paradiso per una madre, scrive, è il cuore dei propri figli. Al figlio Giuliano, il 24 novembre 1936, Gramsci si complimenta per la sua calligrafia e gli chiede del film “I figli del capitano Grant”, invitandolo a raccontare di più sulla sua vita. Giuliano, nato a Mosca nel 1926, non ebbe mai la possibilità di conoscere il padre. Al figlio Delio, in una lettera del 22 febbraio 1932, Gramsci racconta la favola del riccio, un modo per mantenere vivo il legame e trasmettere valori anche a distanza. Queste lettere rivelano un uomo capace di grande affetto, preoccupato per la crescita e l’educazione dei suoi figli, nonostante la dura prigionia.
L’idea di politica, la questione meridionale e il ruolo del giornalista
Gramsci concepiva la politica non solo come arte del governo, ma come “scienza e arte” della trasformazione sociale. Essa è profondamente legata alla cultura, alla capacità di creare una nuova egemonia, un nuovo modo di pensare e di vivere condiviso dalla maggioranza. La sua analisi della Questione meridionale è un esempio lampante di questa visione.
Gramsci individuava nel divario tra il Nord industrializzato e il Sud agricolo e arretrato uno dei nodi centrali della società italiana. La soluzione, per lui, risiedeva nell’alleanza tra gli operai del Nord e i contadini del Sud, uniti per superare le disuguaglianze e costruire un futuro più equo.
In questo contesto, il giornalismo assumeva un ruolo fondamentale.
Il vero giornalista, secondo Gramsci, non è un semplice cronista, ma un educatore, un formatore di coscienza critica. Il suo compito è dire la verità, analizzare i fatti in profondità, contribuire alla comprensione dei problemi sociali, non limitarsi a vendere notizie o a manipolare l’opinione pubblica.
La verità, per Gramsci e per me, è un atto rivoluzionario.
Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà

La frase “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, titolo della mia tesi di laurea in sociologia politica del 2002, attribuita a Romain Rolland ma fatta propria da Gramsci, racchiude l’essenza del suo pensiero e del suo approccio alla vita. Essa significa guardare la realtà con lucidità, senza illusioni, riconoscendo le difficoltà, le ingiustizie, le contraddizioni (pessimismo dell’intelligenza). Non si tratta di arrendersi alla negatività, ma di analizzare la situazione con rigore critico. Al tempo stesso, significa agire con una ferma e incrollabile fiducia nella possibilità di cambiare le cose, con la determinazione di lottare per un futuro migliore (ottimismo della volontà). È un invito a non cadere né nel fatalismo né nell’utopismo ingenuo, ma a combinare l’analisi razionale con l’azione decisa. È un monito a non smettere mai di sperare, di lottare, di costruire, anche quando le circostanze sembrano avverse. Questo è il messaggio più potente che Gramsci ci lascia, un invito a essere sempre partigiani della speranza, costruttori di un domani più giusto.
Per chi si professa di sinistra
Essere di sinistra oggi, seguendo i valori di Antonio Gramsci, significa dire la verità.
Non si può sparlare degli altri alle spalle, con un fare ignobile, soprattutto quando non si è all’altezza delle persone di cui si parla. Ho visto donne professarsi di sinistra, ambire a fare politica, ma tradire ogni ideale, ogni valore che Gramsci ci ha trasmesso.
La capacità di mantenersi onesti intellettualmente è fondamentale
Non ci si deve sporcare con la politica degli accaparratori di voti, di coloro che agiscono solo per il proprio tornaconto personale.
Ho fatto delle scelte, a partire dalla sociologia con indirizzo politico all’università, che mi permettono di non perdere la dignità.
Questo è un valore che vedo quotidianamente calpestato, ma che intendo preservare, anche non ricoprendo ruoli istituzionali di potere
Qualcosa in più su Gramsci
Antonio Gramsci è tra gli autori italiani più studiati e tradotti al mondo, insieme a Niccolò Machiavelli e Dante Alighieri.
I suoi Quaderni del carcere sono considerati “una delle opere più importanti della cultura mondiale del XX secolo”, e oggi circola tantissimo sui social proprio per concetti come egemonia culturale, intellettuali organici e “il vecchio mondo sta morendo”.
Perché viene trascurato troppo spesso?
Eppure in Italia è spesso poco presente nei programmi scolastici e nel dibattito pubblico. Molti post e reel recenti lo ricordano proprio per questo: denunciano che Gramsci viene citato a sproposito o dimenticato, mentre all’estero è testo base nei dipartimenti di filosofia, scienze politiche e cultural studies.
La frase di Mussolini / del PM fascista
Quando Gramsci fu arrestato l’8 novembre 1926 e poi processato nel 1928, il pubblico ministero fascista Michele Isgrò concluse la requisitoria con la frase diventata celebre:
«Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare»
Altre versioni riportano: «Bisogna impedire a quel cervello di funzionare per almeno vent’anni». Venne condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione.
Il regime temeva proprio la sua capacità intellettuale: era convinto che Gramsci, fondatore del PCd’I e direttore de L’Ordine Nuovo, fosse troppo pericoloso se lasciato libero di scrivere e organizzare. Paradossalmente, dal 1929 al 1934 in carcere scrisse i Quaderni, che poi lo avrebbero reso uno degli italiani più tradotti di sempre.
Perché viene trascurato
1. Motivi politici: per decenni la sua figura è stata schiacciata tra retorica anticomunista e uso identitario della sinistra. Nei commenti social molti lamentano che oggi “la gente non sa chi sia Gramsci” o lo riduce a meme.
2. Difficoltà dei testi: i Quaderni sono frammentari, scritti in codice per eludere la censura. A scuola si preferisce Dante e Machiavelli, più lineari.
3. Egemonia culturale: ironia della sorte, la sua teoria sull’egemonia spiega anche perché certi autori entrano nel “canone” e altri no.
Oggi però c’è una riscoperta: escono nuovi libri, reel divulgativi, e perfino traduzioni in napoletano per “farlo arrivare a tutti”.
Il mio ricordo di Antonio A. Santucci
Antonio A. Santucci, per me semplicemente Antonio, Cavese di nascita e d’origine, è stato per me molto più di un professore e relatore di tesi: un vero punto di riferimento intellettuale ed umano. Grazie a lui ho potuto approfondire Marx, Hegel, Nietzsche e soprattutto Antonio Gramsci. I suoi “insegnamenti imperatori” mi hanno formato come persona.
Santucci era uno dei gramsciologi più importanti al mondo, al pari di Valentino Gerratana e Giuseppe Vacca, e che coltivava amicizie che mi sbalordivano: aveva in rubrica il numero di Karl Popper e mi confidava aneddoti memorabili, come la Malboro Light offerta a Bob Dylan in aeroporto, di cui il pacchetto vuoto era custodito come una reliquia. È quell’intreccio di rigore e umanità che rende unico il suo insegnamento.
Breve biografia di Antonio A. Santucci

Antonio A. Santucci è stato un filosofo, storico della filosofia e tra i massimi studiosi italiani di Antonio Gramsci. É nato nel 1949 a Cava de’ Tirreni, la sua città d’origine, a cui è sempre rimasto legato, ma ha vissuto anche a Napoli e soprattutto a Roma, viaggiando per tutto il mondo.
Percorso accademico e culturale:
Professore universitario di Storia della filosofia e di Filosofia morale. Ha insegnato a lungo, formando generazioni di studenti e tesisti, chiudendo la sua carriera all’ Università si Salerno. Gramsciologo riconosciuto internazionalmente, il suo lavoro filologico sui Quaderni del carcere e sugli scritti politici di Gramsci lo ha messo accanto ai nomi di Valentino Gerratana, Giuseppe Vacca, Guido Liguori.
Curatore e autore. Ha curato edizioni critiche, antologie e saggi che hanno contribuito a rinnovare la lettura di Gramsci in Italia e all’estero.
Intellettuale militante: attento al rapporto tra egemonia, democrazia e cultura, ha sempre tenuto insieme ricerca accademica e passione civile.
Il tratto distintivo ricordato da allievi e colleghi è proprio questo: capacità di muoversi tra Marx e Popper, tra rigore filologico e aneddoto vissuto, senza mai perdere la centralità della domanda politica: “che fare?”. Mi ha lasciato e ci ha lasciati prematuramente nel freddo febbraio del 2004
Alcuni suoi lavori importanti su Gramsci
Santucci ha curato, tradotto e scritto diversi testi fondamentali.
1. Antonio Gramsci, Carocci 2005 – perfetto come introduzione
2. Lettere dal carcere, Sellerio, a cura di Santucci – edizione commentata
3. Quaderni del carcere, ed. Editori Riuniti/Einaudi – Santucci ha lavorato a lungo sull’apparato critico dell’opera
Annalisa Capaldo








