
Non doveva finire così.
A Catanzaro una madre, Anna Democrito, ha perso la vita insieme a due dei suoi figli dopo essersi lanciata dal balcone di casa. Una terza bambina, Maria Luce, resta sospesa tra la vita e la morte in ospedale. Una scena che spezza il respiro, difficile da comprendere, impossibile da accettare.Intorno a questo gesto estremo si muove il lavoro degli inquirenti: la Procura ha aperto un fascicolo per chiarire ogni dettaglio, mentre la Squadra mobile raccoglie testimonianze e prova a ricostruire il contesto familiare e personale della donna. L’ipotesi più accreditata è quella di un gesto volontario, maturato nel silenzio di un dolore che forse nessuno è riuscito davvero a vedere.
Tra gli elementi emersi, l’attenzione si concentra sulle condizioni psicologiche della 46enne. Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe sofferto di disturbi psichici e, dopo la nascita dell’ultimo figlio, le sarebbe stata diagnosticata una depressione post-parto. Un disagio profondo, che potrebbe aver inciso, ma sul quale al momento non esistono certezze definitive. Chi la conosceva la racconta come una donna riservata, legata alla fede, presente nella vita parrocchiale. Il parroco le aveva suggerito di chiedere aiuto. Un segnale, forse, che quel malessere non era del tutto nascosto.
Resta una verità che pesa più di tutte: dietro certe tragedie non c’è solo la cronaca, ma un dolore silenzioso che cresce nell’ombra, fino a diventare insostenibile, un grido che nessuno riesce a sentire in tempo.
Conosco bene questa sensazione di sentirsi inadeguata, stanca, stremata, priva di voglia di vivere, il non dormire la notte a questa età, perché anch’io ho avuto il terzo figlio a 44 anni, mancavano pochi mesi al loro compimento, so bene quanto sia duro allattare al seno, accettare il proprio corpo che cambia, soprattutto poi dopo un cesareo in pieno Covid, la forza che ti manca, i capelli che cadono, il corpo che non riconosci come neppure l’animo e la tua mente. Quando poteva, ovviamente, anche mia madre, che nonostante l’età, per quel che ha potuto, mi ha sorretto facendo da mangiare a me e agli altri due figli.
Però conosco la sensazione di sentirsi sola anche non essendolo completamente e so che i pensieri di morte, di lanciarsi giù dal quarto piano, esistono e sono sempre in agguato. Non mi sono mai completamente estraniata a tal punto da considerare la morte dei miei tre digli. Alla mia senz’altro e quindi non si giudica.
Bisogna solo avere il coraggio di chiedere aiuto, non solo alle persone che ci stanno vicine, ma anche ad uno specialista, un neurologo, uno psichiatra, gente competente.
Spero che questo messaggio possa raggiungere chi ne ha bisogno, affinché nessun altro debba affrontare un dolore così grande in silenzio.
Spero che si possa trovare la forza di parlare, di chiedere una mano, prima che il buio diventi troppo profondo. La vita è preziosa, e ogni vita merita di essere vissuta e protetta, soprattutto quella dei nostri figli. Non lasciamo che il silenzio divori altre anime, che la disperazione vinca.
C’è sempre una speranza, una luce, anche quando sembra che tutto sia perduto.
Basta cercarla, e permettere agli altri di aiutarci a trovarla.
Annalisa Capaldo








