
Oggi è San Giuseppe, ma è anche la festa del papà. A tutti loro va il mio più caro augurio. Eppure, il pensiero corre inevitabilmente a chi questa festa la vive nel silenzio del ricordo. Il mio augurio speciale va al mio, di papà, ormai scomparso da 10 anni ( il 31 marzo, come aveva sempre predetto ): un uomo che non ha mai perso la dignità e non ha mai rincorso il potere, restando umile e buono con tutti, fino alla fine. È proprio per questo che, per me, non ci sarà mai più una festa del papà come quelle di un tempo, così come non ci sarà mai più una torta di mele fatta con lo stesso, identico amore. La figura del mio papà, il suo spessore morale, ineguagliabile ed inconfutabile, cozzano in modo plateale con quella del Pater familias: costui non era semplicemente un papà; era il detentore della patria potestas, un potere legale che gli dava diritto di vita e di morte sui membri del nucleo familiare. Era l’unico soggetto di diritto, l’unico a possedere beni, l’unico a rappresentare la famiglia verso l’esterno. Il fascismo ha preso questo archetipo e lo ha proiettato sulla nazione. Come in una famiglia romana il figlio doveva obbedienza cieca al padre, così nel fascismo il cittadino doveva “credere, obbedire, combattere”. Il dissenso non era un’opinione diversa, era un atto di “tradimento filiale”.
Ma cosa c’entrano il Pater familas e il fascismo con l’ abbattimento della fontana nella Piazzetta Filauro? La gestione del “Patrimonio” e della Res Publica suggerisce una chiara assonanza in merito: il Pater Familias gestiva il patrimonio familiare in modo arbitrario: i figli non potevano contestare le sue vendite o i suoi acquisti, così come il regime decideva sventramenti urbanistici, abbattimenti di quartieri storici e nuove costruzioni senza consultare la cittadinanza. La città era il “giardino di casa” del Capo.
Se il Pater (o il Podestà di turno) decide che un pezzo di terra va venduto o una fontana abbattuta, il “figlio-cittadino” deve accettarlo come una decisione presa per il prestigio della stirpe, anche se ne subisce un danno affettivo o identitario.
Proprio qui emerge la differenza abissale con la figura di padre che descrivevo all’inizio: quella dell’uomo che non ha mai rincorso il potere.
Mentre il Pater Familias romano e il fascista cercano il dominio e l’esibizione della forza, il padre “umile e buono” esercita un’autorità basata sull’esempio e sulla cura, sul dialogo e sul confronto, non sulla sopraffazione o sulla svendita della propria storia per interessi di potere o non esplicitati.
Quello che i cittadini si chiedono, e che io mi chiedo con forza, è il motivo per il quale questa fontana debba essere abbattuta.
Non si capisce bene, regna l’incertezza.

Cosa verrà fatto al suo posto? È davvero giusto abbattere opere pubbliche anziché manutenerle nel modo corretto?
Le domande restano aperte: a quale scopo si distrugge? Per quale reale vantaggio? Al momento, l’unica certezza è l’abbattimento del fontanone della piazzetta.
Lo spazio dove si trovava la famosa fontana di Nocera Superiore sarebbe stato venduto dal Comune alle Ferrovie dello Stato?
Oggi, vedere abbattere una fontana simbolo di una piazzetta senza una spiegazione logica è, in un certo senso, un rigurgito di quel “paternalismo autoritario”: qualcuno decide sopra la testa dei cittadini, trattandoli come figli minori a cui non è dovuto rendere conto.
Ciò che si chiede oggi con fermezza, alla maggioranza così come all’opposizione, è di fare chiarezza su questo abbattimento. Le istituzioni hanno il dovere di sollevarsi da questa ambiguità e spiegare la circostanza ai cittadini.
Senza risposte trasparenti, quest’anno neppure una bellissima e buonissima zeppola di San Giuseppe potrà farci digerire l’amaro in bocca.
Annalisa Capaldo








