
La mattina dell’otto marzo, in piazza Diaz a Nocera Inferiore, c’è stata una sposa. Abito bianco, ma con disperate scritte a ricordare ciò che non ne avrebbe bisogno: l’amore non è violenza. Le frasi erano state vergate con un rossetto rosso, quello che si usa per essere “più carine”, ma la sposa aveva il viso sfatto dal dolore. I pizzi erano chiavi e spille da balia, perché fosse chiaro a tutti che “mamma e moglie a casa, tu donna, prima di tutto”.
Con scarpe bellissime non ha fatto il primo ballo con l’amato, ma sola – sulle note di tanghi struggenti e con bassi diritti allo stomaco – ha danzato la violenza e la solitudine delle donne.
La sposa era la performer Martina Salvucci, intensa e perturbante.
E poi c’era tutto il resto.
Il fotografo del suo staff, credo: un ragazzo che le ruotava attorno per riprenderla, e si vedeva che era tutto nei piani, però nella potenza della scena sembrava invadente, intrusivo, di quelli che ti guardano e guardano e guardano. E anche questa, a volte, è violenza.
E le persone – bambini, donne e uomini – attenti e meno attenti, alcuni commossi, alcuni curiosi e altri straniti.
Lei sola, percossa e in fuga, strattonata ed accasciata. Sola (con sullo sfondo il municipio, altro messaggio: sola, le istituzioni a porte chiuse).
Finché.
Conoscete l’artista Marina Abramovic?
La performance più famosa è The artist is Present: due sedie e un tavolo, su una c’è lei, sull’altra possono sedersi i visitatori e “guardarsi”.
Ebbene, io stamattina La Sposa Triste l’ho guardata come tutti. L’ho guardata bene bene. E, guardandola, mi sono avvicinata e le ho carezzato una mano.
Perché, ho pensato, se resto ferma questa non è una performance, è un quadro.
Se io guardo e basta, le scritte disperate “amare non è violenza” avranno ancora ragione di esistere.
Se non entro nella performance così uguale a una realtà che non mi piace -quella della solitudine del dolore, prima di tutto- non cambierà mai niente.
Se avessi potuto – vi dirò- avrei chiesto a tutti quei bambini perplessi di aiutarmi a sganciare una ad una tutte le spille da balia e le chiavi da quell’abito, così bello così logoro.
Perché anche il 9 marzo la donna si senta e sia libera. E nel tempo che verrà.
(Ringrazio Nadia Petrosino)
(Feat Neffa “passione”)
Cosa sta







